Margherita, Laura, Pierina: ecco le suore che vivono in carcere a Bergamo
Giorno e notte, nel piccolo appartamento sistemato nella sezione femminile, le tre religiose condividono la quotidianità delle detenute. Una missione iniziata cento anni fa dall’intuizione di don Luigi Palazzolo

«Siamo nonne, mamme, a volte anche papà». Suor Margherita ride quando spiega, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che vivere nella sezione femminile di un carcere insieme a una quarantina di detenute, per tre suore, significa fare esperienza di cosa significhi davvero la parola “famiglia”. Si vive insieme, si lavora, si prega, ci si ascolta, si ricama e si gioca a pallavolo, ma a volte si alza anche la voce: «E si interviene con fermezza, si deve, per mettere un po’ di ordine, ecco...». Niente che possa togliere alle sorelle – mai – la certezza che l’esperienza di stare “dentro” sia il dono più grande che hanno ricevuto nella vita.
Ma cosa ci fanno tre suore dietro le sbarre? La storia comincia esattamente cento anni fa a Bergamo, come una delle espressioni più radicali dell’intuizione del fondatore delle Suore delle Poverelle, don Luigi Palazzolo: il sacerdote aveva scelto di dedicare la propria vita a chi restava ai margini e già nel 1876 aveva immaginato un laboratorio di lavorazione della seta per coinvolgere alcune detenute. Il 28 ottobre 1926 il sogno diventava realtà e le sue suore varcavano per la prima volta la soglia del carcere femminile di Sant’Agata, in Città Alta, con la missione di riconoscere dignità anche agli ultimi fra gli ultimi, gli scarti della società, i condannati e i dimenticati. Un’esperienza unica nel suo genere, che ha attraversato anche la guerra (con il sovraffollamento delle sezioni, il terrore e la fame) e che ha visto le sorelle diventare nel corso del tempo infermiere, maestre, operaie all’occorrenza e persino agenti di polizia penitenziaria fino al 1990, la superiora chiamata “marescialla”. Oggi «la nostra presenza si concentra nell’accompagnamento spirituale e umano, nella preghiera e nella vicinanza quotidiana» continua suor Margherita, che nella casa circondariale trasferita in via Gleno è arrivata a vivere tre anni fa, dopo averne trascorsi dieci entrando e uscendo come volontaria.
La giornata per le suore comincia alle sei del mattino, nella piccola cappella interna al carcere, l’unico momento di silenzio nella sezione femminile. Poi la Messa, la colazione e, dalle 9.30, il lavoro in lavanderia: lenzuola e coperte da lavare per detenute e detenuti, tovaglie, vestiti. «Per noi è il momento di relazione più importante con le donne» racconta suor Pierina, 74 anni. «Qui si crea la possibilità di dialogare in modo informale con loro, di conoscere le loro storie, di ascoltarle». Il pomeriggio i laboratori di ceramica, di uncinetto e poi la pallavolo, il “mondo” di suor Laura: «Dopo qualche difficoltà organizzativa siamo riusciti, anche grazie all’aiuto della Uisp e dei suoi allenatori, a strutturare questo momento nella palestra del carcere. Per le detenute è fondamentale: non solo hanno modo di sfogarsi, ma imparano a stare insieme, giocare in squadra, rispettarsi e accettare i tempi di ciascuna». Suor Laura nell’appartamento condiviso con le due sorelle in sezione (una piccola cucina, le finestre con le sbarre, il telefono rigorosamente spento), vive da un anno: «Ricordo ancora i miei timori, per me era tutto nuovo, mi chiedevo se ce l’avrei fatta. Poi, il primo giorno, al momento del canto di gruppo, le detenute intonarono “Oh Happy Day”. Per me fu una specie di messaggio: se ce la facevano loro, se erano lì a cantare quelle parole, potevo farcela anch’io». Le piccole confessioni, le chiacchierate, gli sfoghi – «sia i loro che i nostri» – trovano spazio la sera, prima della chiusura delle celle, durante una partita a carte o davanti a un caffè. «Vivere in carcere è diverso che venirci ogni tanto» spiega suor Margherita. «Quando condividi la vita delle persone che accompagni cambia tutto. La nostra presenza è segno costante di speranza in un mondo, come quello del carcere, fatto di sofferenza enorme, dove tutto sembra perduto. La nostra missione è portarla, quella speranza, ripetendo alle donne che anche la reclusione può dare frutto, può segnare la possibilità di un riscatto». La gratitudine delle detenute dice che è così. Una di loro si avvicina a suor Laura e le sussurra: «Ti ho portato una cosa buona». Sei pasticcini, due per ciascuna delle tre religiose: «Il bene risponde col bene» dice suor Laura. A volte sono le recluse a prendersi cura l’una dell’altra: c’è chi pulisce la cella di una compagna, chi si preoccupa per una appena arrivata, chi chiede scusa per uno sgarbo.
Il segno della presenza delle “nostre suore”, come le chiamano le detenute di Bergamo, resta anche quando le porte del carcere si riaprono e la vita ricomincia. Nelle lettere conservate negli archivi delle Poverelle Graziella scrive alle sorelle dopo essere tornata a casa dal marito e dal figlio: racconta il piccolo che le si stringe alle ginocchia, felice di averla ritrovata, e promette di ricordare gli insegnamenti ricevuti. Un’altra donna, trasferita nel carcere di Rebibbia, confessa: «Mi mancate, mi manca il Natale con voi»; un’altra ancora, da Monza, riconosce «soltanto ora quanto mi avete lasciato». Nel 1969 Giuseppina Gelardi, presidente delle Donne di Azione cattolica, aveva trovato le parole per raccontare il senso di questa missione: non soltanto «ero carcerato e mi avete visitato», ma «avete vissuto con Me in carcere».
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