Un attentato piomba sul voto israeliano. Il governo annuncia un'offensiva in Cisgiordania

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Alle porte di Hebron uccisi due soldati dell'Idf e due assalitori palestinesi. Sopralluogo di Netanyahu. L'episodio avviene in un clima di crescente tensione
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October 23, 2026
Un attentato piomba sul voto israeliano. Il governo annuncia un'offensiva in Cisgiordania
Uno dei due attentatori palestinesi che hanno ucciso due soldati israeliani. L'uomo è stato poi ucciso a sua volta / Afp
Nel venerdì della preghiera musulmana, mentre Gerusalemme si prepara all’ultimo Shabbat prima delle elezioni di martedì, la violenza irrompe sulla campagna elettorale. A Hebron, in Cisgiordania, come a Hamoud, nel governatorato giordano di Karak, la città dominata da un’antica fortezza crociata. E dagli Usa viene agitato lo spettro di un attacco sull’Iran a ridosso del voto israeliano. Due soldati israeliani uccisi, altri tre feriti e due attentatori palestinesi morti. È il bilancio dell’attacco avvenuto questa mattina, intorno alle 7.30, a un posto di blocco militare presso lo svincolo di Yehuda, sulla strada 35, all’ingresso di Hebron, in Cisgiordania. Due palestinesi di 27 anni, arrivati in automobile con targa israeliana e armati di un fucile d’assalto M16 e di una pistola, hanno aperto il fuoco contro i militari. Lo scontro è durato oltre venti minuti, prima che i soldati uccidessero entrambi gli assalitori. Le vittime sono il sergente maggiore Ron Yonatan Roytman, 23 anni, e il sergente Yuval Shai Svilem, 20 anni. Secondo l’esercito, i due palestinesi intendevano inizialmente colpire civili israeliani lungo la strada principale. Hamas ha elogiato l’attacco senza rivendicarlo.
«Distruggeremo le infrastrutture del terrorismo e costruiremo quelle degli insediamenti», ha promesso Netanyahu durante il sopralluogo sul posto dello scontro a fuoco. Da li ha ordinato l’accerchiamento di Hebron e annunciato lo sgombero del quartiere dal quale, secondo le autorità, provenivano gli attentatori. Prospetta un’operazione militare di dimensioni a suo dire «senza precedenti dal 1967», quando Israele conquistò la Cisgiordania e Gerusalemme Est, fino ad allora sotto controllo giordano, durante la “Guerra dei sei giorni”. In vista delle urne, i leader nazionalisti Smotrich e Ben-Gvir chiedono lo smantellamento dell’Autorità nazionale palestinese, il disarmo delle sue strutture e maggiori limitazioni ai movimenti dei palestinesi. «In tre anni di guerra a Gaza non hanno ottenuto la resa di Hamas né la consegna delle armi e vengono a minacciare di farlo proprio a noi? Lo sanno che proprio Hamas, nostra nemica storica, vorrebbe toglierci di mezzo?», commenta una fonte di polizia palestinese da Ramallah.
Il premier israeliano ha collegato esplicitamente l’episodio al voto del 27 ottobre. Ha sostenuto che Israele aveva già ricevuto segnali circa possibili attacchi contro militari e civili alla vigilia delle elezioni. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha parlato di una possibile strategia di destabilizzazione elettorale attribuita all’asse iraniano, ai suoi alleati e a organizzazioni riconducibili alla galassia dei Fratelli musulmani. Le opposizioni condannano l’attacco dei due palestinesi armati, elogiato da Hamas ma non rivendicato dall’organizzazione, ma divergono nelle risposte. Gadi Eisenkot, principale sfidante di Netanyahu, come Naftali Bennett e Yair Lapid, esprime solidarietà ai soldati senza aderire, nelle prime dichiarazioni, alla proposta di smantellare l’Autorità palestinese. Avigdor Liberman, esponente della destra contraria a Netanyahu, accusa invece l’esecutivo di limitarsi a contenere le organizzazioni armate, senza un piano per il futuro. Lo scontro, in realtà, precede gli spari di Hebron. Giovedì il ministro della Difesa Israel Katz aveva attribuito in anticipo a Lapid, Bennett e Yair Golan la responsabilità politica di eventuali nuovi attentati, accusandoli di mettere in dubbio gli allarmi governativi alla vigilia del voto. Il generale Eisenkot aveva denunciato il tentativo di scaricare preventivamente le colpe, mentre Lapid aveva accusato il governo di trasformare la sicurezza in un’arma elettorale, alimentando paura e rabbia nell’ultima corsa al consenso. Non a caso, nel suo intervento dopo l’attentato di Hebron, Netanyahu ha anche elogiato i coloni israeliani, presentandoli come un modello per il Paese, e ha confermato l’impegno a rafforzare le infrastrutture degli insediamenti, strappando altra terra ai palestinesi.
Niente da queste parti ha un significato solo. Martedì si voterà anche sul modo in cui Israele distribuisce il peso del servizio militare. La questione investe il rapporto tra le diverse comunità e il loro contributo alla difesa del Paese. In nessun luogo la contraddizione è più netta che a Gerusalemme, dove il voto ultraortodosso pesa sugli equilibri politici nazionali. Una parte consistente del consenso politico cittadino appartiene ai partiti ultraortodossi, mentre resta controversa l’esenzione dal servizio militare degli studenti delle yeshivot, le scuole religiose ebraiche dedicate allo studio della Torah e del Talmud. Aryeh Deri, leader dello Shas, il partito ultraortodosso espressione soprattutto degli ebrei sefarditi e di origine mediorientale, ha posto una legge a tutela del loro status come condizione per sostenere il prossimo esecutivo. Bennett e Liberman si oppongono, richiamando il peso sostenuto da militari e riservisti. La sicurezza è invocata da tutti. Ma l’obbligo di indossare l’uniforme divide anche i possibili alleati. Eisenkot propone il servizio militare o civile obbligatorio, dando priorità alle esigenze dell’esercito e destinando al servizio civile chi non viene arruolato. La questione della leva può dividere le coalizioni. Gli spari di Hebron, intanto, diventano nuove munizioni nella campagna di Netanyahu.
Il linguaggio della politica assume toni apocalittici. La paura di un altro 7 ottobre e la sindrome da accerchiamento accompagnano gli ultimi giorni di campagna. E dalla Turchia l’ambasciatore statunitense Tom Barrack ha affermato che un attacco americano contro l’Iran potrebbe verificarsi «assolutamente» già questo fine settimana. Un’altra minaccia irrompe nella vigilia elettorale. Gli spari di Hebron, però, non hanno aperto lo scontro politico sulla sicurezza. La battaglia per attribuire le responsabilità di eventuali nuovi attacchi era cominciata ancora prima delle raffiche elogiate da Hamas.

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