Il trionfo (a sorpresa) di Lula contro Bolsonaro e l'ombra di Trump: cosa è successo in Brasile
di Lucia Capuzzi, inviata a San Paolo
Con il 51,79% dei voti, il leader progressista ribalta i pronostici grazie alla mobilitazione di giovani, donne e società civile. Per il suo quarto mandato lo attende un Paese diviso, con la destra ancora forte in Parlamento e le tensioni con Washington sullo sfondo

Il primo applauso è arrivato spontaneo e imprevisto quando, con il 47,62 per cento delle schede scrutinate, c’è stato il sorpasso. Il conteggio era già in forte ritardo sulla tabella di marcia dopo la decisione della Corte Suprema di prorogare di due ore l’apertura dei seggi su richiesta dei due candidati, eccezionalmente concordi nel denunciare problemi nei trasporti pubblici per gli elettori. Il battito delle mani è durato una manciata di secondi: troppo presto ancora per festeggiare. E, soprattutto, troppo incerto il dato. Nei circa 130 minuti di spoglio Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono inseguiti in un estenuante testa a testa, contendendosi ogni decimo di punto percentuale. Da quel primo accenno di festa, però, la tensione si è progressivamente allentata alll’hotel Intercontinental di San Paolo, trasformato per il ballottaggio in quartier generale del leader progressista. All’inizio, i militanti avevano quasi timore scaramantico di incrociare gli sguardi. Poi, pian piano, i sorrisi si sono fatti più aperti, fino al trenino improvvisato al centro della sala dai più intrepidi quando, con il 78,08% dei voti conteggiati, il presidente ha staccato di un punto l’avversario dell’ultradestra. Il risultato definitivo è arrivato dopo un’interminabile mezz’ora, certificando la vittoria di Lula con 51,79%. Circa tre punti e mezzo in più del senatore 45enne, che si è fermato al 48.21%.
L’esito, inatteso e sorprendente, ha fatto esplodere il secondo piano dell’albergo paulista in un fragore di canti, cori, grida di entusiasmo. Dal ritorno della democrazia, nel 1988, mai era diventato presidente lo sfidante in svantaggio al primo turno. Lula ha ribaltato l’esito di una corsa che, appena tre settimane fa, sembrava già scritta a suo sfavore, ottenendo – altro fatto inedito – il suo quarto mandato non consecutivo. «Missão reviravolta», così è stata definita la storica rimonta. Una missione difficile anche per un dirigente politico capace di reinventarsi dopo avere perso la popolarità con cui aveva lasciato Planalto dopo otto anni di governo, essere stato accusato di corruzione e perfino incarcerato per 580 giorni, prima di vedere le accuse nei suoi confronti cadere in quanto considerata viziate. Lula, la Fenice, come egli stesso ha ricordato più di una volta: merito dell’esempio di «Dona Lindu», la poverissima madre nordestina che lasciò il marito violento e allevò sola gli otto figli. Stavolta, però, la sua presidenza numero quattro è frutto di una incredibile mobilitazione popolare auto-organizzata che ha preso di contropiede lo stesso Partido dos trabalhadores (Pt). «Non è il trionfo di Lula: è il trionfo della società brasiliana», ha dichiarato, con un filo di voce, l’ex operaio metallurgico e sindacalista, che domani compirà 81 anni, quando si è presentato all’Intercontinental circondato da collaboratori e compagni di lista. «Il cambiamento di strategia è stato drastico. E non è stata una iniziativa del partito bensì una presa di coscienza collettiva. ««Ce ne occupiamo noi». Così ha detto la base, formata soprattutto da giovani, giovanissimi e donne, protagonisti di un capillare attivismo. In rete, come è il caso del gruppo social creato dal deputato André Janones che ha riunito undici milioni di persone. Come sul territorio.
A trascinarli nella contesa la minaccia per la democrazia di un nuovo Bolsonaro al vertice - sottolinea il politologo Nilton Tristão, esperto di opinione pubblica -. Un Bolsonaro – Flávio stavolta - ancora più pericoloso del padre Jair dato il contesto geopolitico. E la crescente aggressività di Donald Trump che ha fatto dell’egemonia continentale una delle direttrici dell’attuale amministrazione». È il popolo variegato che sabato ha inondato l’Avenida Paulista di San Paolo nella manifestazione più partecipata degli ultimi decenni. Adolescenti, anziani, universitari, famiglie con bambini. «Tante tribù differenti, non tutte di sinistra. Ma consapevoli della necessità di difendere i diritti civili e sociali», aggiunge l’analista. Lula li ha menzionati e ringraziati nel primo discorso dopo la rielezione. «Vi prometto che non dimenticherò le lezioni apprese in questa campagna – ha detto -. E che ci sarà un cambiamento nel governo, alla luce di questi insegnamenti». Non sarà facile. Il rivale non ha riconosciuto la sconfitta e ha minacciato di dare battaglia, agitando lo spettro dell’assalto alle istituzioni di Brasilia, per cui il padre è stato condannato a 27 anni. L’estrema destra, inoltre, ha una presenza molto più forte sia alla Camera sia al Senato. «Non dico che non sarà difficile – ha concluso il neo-eletto-. Lo affronteremo. Tutti insieme. Come già abbiamo affrontato e sconfitto le ingerenze straniere. Abbiamo sconfitto l’algoritmo. Non l’ha fatto Lula. L’ha fatto il popolo brasiliano».
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