Dentro la Cisgiordania chiusa a chiave da Netanyahu. «Ma noi qui siamo umiliati ogni giorno»

di Luca Foschi, Ramallah
Il giro di vite annunciato dal premier israeliano dopo l'uccisione di due soldati a Hebron di fatto ha sigillato ancora di più i Territori. E i palestinesi adesso si dividono su Hamas: la sua strategia è una disgrazia per noi
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October 24, 2026
Dentro la Cisgiordania chiusa a chiave da Netanyahu. «Ma noi qui siamo umiliati ogni giorno»
Militari israeliani per le strade di Hebron, dopo il giro di vite voluto da Netanyahu / Reuters
«La Cisgiordania blindata? Chissà. Temo non sentiremo la differenza. Due settimane fa mio fratello è stato ricoverato d’urgenza a Gerico. Sono saltato in macchina, ho percorso tutte le possibili strade alternative, ma dopo due ore di tentativi inutili mi sono arreso, mettendomi in fila come gli altri. Dopo quattro ore non mi ero mosso di un metro. Sono tornato a casa», racconta Abu Walid mentre guida fra le strade deserte intorno a Ramallah. Alla quiete canonica del venerdì di preghiera si sovrappone la “chiusura completa” annunciata tre ore prima dal premier Benjamin Netanyahu in risposta all’uccisione di due soldati israeliani, e il ferimento di altri tre, nell’attacco portato da due giovani palestinesi alle porte di Hebron.
Come accade solo nella notte profonda, il caldo sole autunnale e il paesaggio silenzioso regalano l’inconsueta illusione della libertà di movimento, l’espandersi effimero dello spazio fisico e delle possibilità dell’agire. È un istante raro, e maligno. Su ciò che avanza della Cisgiordania si stanno chiudendo un buon numero di quelle 932 barriere che frammentano i 3.500 chilometri d’asfalto, il labirintico sistema di sicurezza punitiva esasperato da Israele dopo il 7 ottobre. Dietro la curva spunta la prima macchina in coda al check-point di Beit El. Da Ramallah non si esce. Abu Walid accosta, controlla una delle tante chat collettive che registrano quotidianamente, minuto per minuto, apertura e chiusura dei varchi: è bloccata la strada per Hebron e Betlemme, una barriera si è aperta per Gerico, una per Nablus. Jenin è sbarrata. «Ci calpestano ogni giorno, ci umiliano. Vecchi, donne, bambini. Doveva accadere, i giovani non sono come noi, non hanno pazienza», dice Abu Walid mentre fa inversione.
Nato a Ein Sultan, campo profughi di Gerico, è stato arrestato per la prima volta nel 1988, durante la prima Intifada. Quattro anni di prigione durante i quali ha appreso l’ebraico e l’inglese. L’esperienza si è ripetuta per altri quattro soggiorni da sei mesi ciascuno. «Appartenevo a Fatah, quando il partito si batteva per la libertà. Oggi viviamo sotto tre occupazioni, la prima delle quali, da abbattere, è quella dell’Autorità palestinese. Solo dopo vengono quella di Israele e dei coloni», spiega convinto Abu Walid. Cinque anni di falegnameria gli hanno regalato il migliore amico che abbia mai avuto, Yoni, ebreo israeliano. Un fratello. «Credo sia morto», dice, e gli tremano le labbra. Un mese fa Abu Walid tornava carico di datteri da Gerico. I giovani coloni delle colline, con il supporto dell’esercito, lo hanno bloccato, tempestando la macchina di sassi, avvelenando l’abitacolo con le bombolette di spray urticante.
Il check-point di Jabaa è chiuso in uscita. Solo una macchina pare voglia infilarsi a Ramallah. Un’ora prima, documentano le chat, i soldati hanno smantellato il serpente di lamiere con i lacrimogeni. Dalla torretta una mano si leva minacciosa a indicare l’obbligo della ritirata. Gli alti palazzi anonimi di al-Bireh e Kafar Aqab, popolose periferie visitate con frequenza dai blindati dell’Idf, incombono su ciò che di solito è un delirio costipato di lamiere, clacson, fumi, imprecazioni. Un gruppo di bambini rovista fra i grandi cassonetti d’acciaio, riempiendo di plastica un carrello della spesa.
«Non scrivi il mio nome, vero? Ecco, hanno fatto bene quei due di Hebron. Le vittime non erano civili, erano militari. Noi subiamo lo stesso trattamento tutti i giorni, e il mondo tace. La rappresaglia? Peggio di così non può andare», dice il ragazzo. «Mi prendi in giro? Hamas è una disgrazia per il popolo palestinese, ha appena fatto il più grande favore elettorale a Netanyahu», gli risponde seccato l’amico. I due bevono caffè non lontano dal muro di separazione, dai graffiti di Arafat e Barghouti che eternamente, sotto la torretta annerita da molotov antiche, annunciano il check-point di Qalandia, vuoto come un miraggio.
A interrompere il traffico, sulla via per Ramallah, un capannello raccoltosi intorno al malore di un’anziana e, poco più in là, la fanfara di un addio al celibato. Lo sposo balla sulle spalle degli amici, è un’allucinata oasi d’allegria nella sospensione delle strade. «Qualcuno non è riuscito a venire, ma molti sì, anche se sarà difficile tornare a casa», grida per farsi sentire un invitato. «Oggi non pensiamo, oggi è festa. Vogliamo la pace, la fine di questo incubo», dice, prima di tuffarsi con gioia nell’oblio della danza.
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