Il precedente della Folgore: quando i parà nel 2008 sfidarono il clan dei Casalesi

Stesso numero, 500, e stesso reparto che opererà oggi a Milano. L'operazione venne pensata per rispondere alla strategia "stragista" della camorra e funzionò. La storia e le regole del modello “Strade sicure”
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October 24, 2026
Il precedente della Folgore: quando i parà nel 2008 sfidarono il clan dei Casalesi
I ragazzi di Casal di Principe e i parà della Folgore
Otto anni fa 500 paracadutisti del 186esimo reggimento della Folgore giunsero nel Casertano. Stesso numero e stesso reparto che opererà a Milano. Era il 4 ottobre 2008, governo Berlusconi, ministro dell’Interno il leghista Roberto Maroni, suo vice Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. Come allora “mente” di queste operazioni. Allora fu una delle prima missioni del progetto “Strade sicure”, lo stesso di oggi. Allora era la risposta alle azioni violente di una parte del clan camorrista dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola. Strategia “stragista” per provocare terrore e rivendicare il controllo del territorio, una scia di sangue, con 17 morti in pochi mesi, culminata con la strage di San Gennaro del 19 settembre, sei immigrati uccisi a Castel Volturno a colpi di kalashnikov. Proprio quest’ultima azione contro “i niri”, come li chiamavano i camorristi, provocò la decisione di inviare la Folgore.
Fu subito chiarito che avrebbero operato posti di blocco, “check point” li chiamavano, e affiancato le forze dell’ordine. Sempre sotto la responsabilità della Polizia giudiziaria. Nessuna operazione autonoma, tanto meno arresti, anche se addestratissimi. Allora non fu necessario l’intervento del Quirinale per spiegare i limiti dei poteri dei militari. Scenari diversi, identiche regole. Così nei check point della Folgore c’era sempre un’auto dei carabinieri a fianco dei soldati in mimetica e fucili d’assalto. A comandare i carabinieri nel Casertano c’era il colonnello Carmelo Burgio, anche lui parà ma del “Tuscania”, oggi generale in pensione e candidato a sindaco proprio di Milano per la lista di Futuro nazionale, di Roberto Vannacci, ex parà del “Col Moschin”. Otto anni fa l’operazione diede ottimi risultati, diventando il “modello casertano”.
Non tutti gradirono una presenza massiccia di divise, soprattutto chi viveva nell’illegalità diffusa. Ma un bel segnale venne proprio da alcuni giovani che, sotto la guida del compianto don Paolo Dell’Aversana, si riunivano nel Santuario della Madonna di Briano a Casal di Principe, luogo simbolo della resistenza alla camorra. Scrissero una lettera ai parà e la consegnarono nei check point. Per dire «un grazie, semplice e forse banale ma assolutamente sentito» ma anche per rivendicare l’esistenza di “altri Casalesi”, non solo quelli del più famoso clan, «stanchi di sentirci chiamare i ragazzi della terra di nessuno». Dopo cento giorni, il giorno dell’avvicendamento, il comandante della Folgore, colonnello Aldo Zizzo, volle ringraziare per quella lettera “che ci ripaga di tanti i sacrifici, lontani da casa anche a Natale. Non ce l’aspettavamo”.
E sul ruolo oggi dei parà interviene il tenente colonnello Gianfranco Paglia, consigliere del Ministro della Difesa, ex paracadutista proprio della Folgore. «Ascolto con non poco rammarico le ennesime dichiarazioni superficiali e prive di fondamento da parte di coloro che ospiti in tv affermano che il problema della sicurezza a Milano il Governo lo vorrebbe risolvere mandando “i paracadutisti della Folgore perché sono abituati a sparare e abituati a fare la guerra”. Si tratta di parole inaccettabili che dimostrano una totale e pericolosa ignoranza del ruolo e della preparazione delle nostre Forze Armate».
Paglia lo sa bene cosa voglia dire. Nel 1993 partecipò alla missione Ibis Unisom in Somalia venendo gravemente ferito e perdendo l’uso delle gambe, il 2 luglio negli scontri al “check point pasta” a Mogadiscio, dove morirono 3 militari e altri 22 rimasero feriti. «Tutti i soldati italiani, e non solo i paracadutisti, - precisa Paglia, medaglia d’oro al valor militare - vengono rigorosamente addestrati all’uso delle armi, ma nessuno di loro è “abituato a sparare” con leggerezza o come prima opzione. C’è una differenza abissale e fondamentale: i nostri militari sanno quando, come e se sia necessario farlo, operando sempre nel pieno rispetto della legge, delle regole di ingaggio e della salvaguardia della vita umana».

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