A San Patrignano, sognando un nuovo lavoro (per cambiare vita)

di Andrea Ceredani, inviato a Coriano (Rimini)
L'incontro tra il presidente della Società cooperativa della comunità, Roberto Bezzi, e le aziende associate a Confimprese. «Qui formiamo addetti alla vendita, camerieri e commessi. Date loro la possibilità di un impiego». Le storie dei ragazzi che stanno facendo percorsi di recupero e adesso vogliono mettersi in gioco
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October 24, 2026
A San Patrignano, sognando un nuovo lavoro (per cambiare vita)
Mentre Roberto Bezzi, presidente della Società cooperativa agricola di San Patrignano, parlava a una delegazione di 22 aziende associate a Confimprese, la macchina della più grande comunità di recupero d’Europa continuava a muoversi attorno a lui. Decine di camerieri in un salone a forma di arca di Noè rovesciata sparecchiavano le tavole dei circa 900 ospiti, squadre di spazzini toglievano dalle strade le prime foglie cadute dagli alberi in autunno e alcuni gruppi pulivano i bagni della struttura. Tutti gli altri tornavano al lavoro: chi nel caseificio, chi nel laboratorio tessile e chi nella fabbrica di carta da parati. È per loro, tutti ospiti, che Bezzi il 12 ottobre ha lanciato un appello ai 50 associati di Confimprese: «Nel settore c’è carenza di 10mila figure tra addetti alla vendita, commessi e camerieri – precisa –. Tenete gli occhi aperti qua dentro: ci sono persone che sono formate, hanno voglia e bisogno di lavorare. Se potete fare qualcosa per loro, vi assicuro che riceverete più di quello che darete».
Qualche impresa, in effetti, una risposta concreta l’ha data subito. Una catena di grandi magazzini si è impegnata a offrire spazi gratuiti nei propri centri per la vendita dei prodotti tessili di San Patrignano: «Lo facciamo perché sono ragazzi che hanno bisogno di altre opportunità e hanno il forte desiderio di cambiare vita», ci dice il direttore dell’ufficio tecnico dell’azienda. Altri hanno iniziato a considerare l’opportunità di assunzioni. «C’è da costruire tanto ancora – spiega Bezzi ad Avvenire –, ma a San Patrignano queste imprese hanno toccato con mano il valore della comunità e dei suoi ospiti. Insieme svilupperemo sicuramente bei progetti».
La maggior parte degli ospiti, prima di entrare in comunità, aveva già un impiego. Altri hanno imparato un mestiere dentro a San Patrignano: a tutti viene data almeno l’opportunità di ottenere un diploma alberghiero e di lavorare in cucina. «Per anni ho fatto il cuoco, ma è un mestiere a cui non volevo tornare perché mi riportava alla mente gli anni della mia dipendenza». Mario (nome di fantasia, come i prossimi) lo confessa davanti al proprietario di una delle maggiori aziende di franchising di fast food in Italia. Vive in comunità da un anno e sette mesi: significa che mancano pochi mesi alla sua prima uscita da San Patrignano. «Vivo sulla mia pelle la responsabilità di parlare con chi è appena arrivato e vorrebbe andarsene o tornare alla vita di prima – spiega –. Anche per questo, sono tornato in cucina: la comunità aveva bisogno di qualcuno che conoscesse la ristorazione e aiutasse i nuovi. Così ho accettato e ho affrontato anche le mie paure».
Spesso il lavoro si intreccia con le storie di dipendenza degli ospiti. Paolo, piccolo imprenditore nel settore dell’idraulica, ha iniziato ad assumere sostanze per «annebbiare lo stress». Per anni ha lavorato nella ditta del padre senza sabati o domeniche e, quando ha aperto la sua ditta, le cose non sono migliorate: «Avevo sei dipendenti, ma non riuscivo mai a prendere le vacanze – ammette di fronte agli imprenditori in visita –. Anche in vacanza con la mia ragazza ero sempre costretto a tornare per qualche emergenza lavorativa. Non ho riposato un giorno per anni». Così, ha iniziato a «evadere» con alcol e cocaina: «Le sostanze sono sempre il sintomo di altre fragilità profonde che abbiamo – racconta –. Per questo dico sempre che San Patrignano mi sarebbe servita anche se non mi fossi mai drogato». Adesso, a due anni e mezzo dal suo ingresso in comunità, confessa di sentirsi meglio. «L’ho capito quando mi è tornata anche la voglia di lavorare», sorride.
Per molti altri, invece, la ricerca di un impiego sarà il primo passo verso una nuova normalità fuori da San Patrignano. Stefania lo spiega a una imprenditrice del settore digitale. «La parte più difficile del recupero è stata rimanere lontana dai miei figli per mesi – racconta –. Mentre lavoro penso sempre a loro». Stefania ha cominciato a lavorare come operaia all’età di sedici anni, ma a San Patrignano è diventata una sarta: «Ero abituata a impieghi di fatica, mentre qua mi richiedono precisione e pazienza – spiega –. In comunità si scoprono parti di noi che potranno essere utili anche fuori».
Competenze che dovranno convincere anche i futuri datori. «A San Patrignano non siamo andati per una visita di cortesia – chiosa Mario Resca, presidente di Confimprese –. Siamo andati per imparare. Per capire come una comunità abbia saputo trasformare fragilità e disagio in competenze, responsabilità e futuro. È una lezione che può essere utile anche alle nostre imprese, chiamate oggi a essere sempre più luoghi di inclusione».
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