Pace e cooperazione, ecco perché la «Camaldoli» europea adesso non è più utopia

L’intuizione di Zuppi, il sostegno di Mattarella, la trama delle Settimane sociali e il lavoro costante di accademici e associazioni hanno permesso di rilanciare un "codice", un alfabeto comune per ripensare le basi ideali del Vecchio continente
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October 25, 2026
Pace e cooperazione, ecco perché la «Camaldoli» europea adesso non è più utopia
L’incontro sulla “nuova Camaldoli europea” tenutosi nei giorni scorsi nel salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, a Firenze / Picariello
L’idea fu lanciata dal cardinale Matteo Zuppi, alla cerimonia tenutasi a Camaldoli alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per gli 80 anni del Codice. «Sarebbe importante una Camaldoli europea – disse in quell’occasione il presidente della Cei –, con partecipanti da tutt’Europa, per parlare di democrazia ed Europa». Era il 21 luglio 2023. L’anno seguente, a Trieste, la cinquantesima Settimana sociale dei cattolici italiani ha aperto una delle sue “Piazze della Democrazia” proprio attorno al tema europeo. L’idea ha iniziato a prendere forma. Nel febbraio dello scorso anno l’associazione Nuova Camaldoli di Firenze (fondata nel 2018 da Paolo Magnolfi) ha convocato un cantiere di riflessione collettiva di intellettuali e associazioni. Ben 122 contributi che un gruppo di lavoro – formato dall’economista Sebastiano Nerozzi, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, dalla giurista Nicoletta Parisi e dallo stesso Magnolfi – si è impegnato a trasformare in un unico documento, in italiano e in inglese, presentato il 13 settembre 2025 presso il monastero di Camaldoli. Il documento, “Un Codice per una Nuova Europa” (“A Code for a new Europe”) arricchito da una prefazione del cardinale Zuppi e da un contributo del presidente Mattarella, è diventato ora un agile volumetto uscito per le edizioni Ave.
Scrive Zuppi: «Che cosa chiede, dunque, questa “Nuova Camaldoli” all’Europa? Le chiede di essere se stessa. Le chiede di ricordare che è nata come risposta alla guerra, non come progetto di mercato. Le chiede di essere una “Unione di popoli” e non soltanto di burocrazie, di strategie economiche, finanziarie e monetarie, capace di agire per la pace e non soltanto di negoziare i propri interessi. Le chiede di dotarsi di una vera politica estera comune, di una difesa condivisa che non sia puro riarmo, ma strumento di pace».
Il documento indica la necessità di riscoprire le comuni radici culturali, per contrastare il declino demografico, promuovere un’economia sostenibile e inclusiva, ispirata alla tutela dell’ambiente, con l’obiettivo di costruire la pace e condividere le politiche di sicurezza. «C’è bisogno di istituzioni europee più forti, di volontà di governi capaci di non arrendersi a pericoli e regressioni che non sono ineluttabili – scrive Mattarella –. L’Europa, con i suoi traguardi di civiltà, è il testimone che possiamo, e dobbiamo, trasmettere alle nuove generazioni».
Il libro è stato presentato in diverse città italiane, tra cui Roma (all'Angelicum) e a Palazzo Vecchio a Firenze lo scorso 19 ottobre. Un incontro particolarmente significativo, quest’ultimo, nel segno del “sindaco santo” Giorgio La Pira, e di un fiorentino, presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, a sette anni dalla cerimonia di consegna delle chiavi della “sua” città. Circostanza in cui tenne una lectio magistralis, considerata il suo testamento spirituale, proprio nel segno di La Pira, indicando nella costruzione europea «un cantiere da mandare avanti», oltre le angustie dei nazionalismi che hanno insanguinato il secolo scorso. Oltre anche questa «crisi di tiepidezza», ha detto la presidente della fondazione La Pira, Patrizia Giunti, denunciando la visione angusta di un’Europa «à la carte», in cui ognuno prende a piacimento in base agli egoismi nazionali. Anche l’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli ha indicato in La Pira il modello da seguire, non solo nella visione, ma anche nel metodo, «quello di una profezia che rende capaci di assumersi il rischio di una prospettiva nuova». Andando oltre lo scenario attuale, che sembra incapace di speranza, e produce «denatalità, cultura dello scarto, aumento delle disuguaglianze».
Il Codice si presenta quindi come iniziativa dal basso «frutto di un lavoro portato avanti insieme. Un testo scritto a tantissime mani che guarda al futuro», ha detto Nerozzi. Un lavoro che ha avuto il suo «innesco» nell’associazione fiorentina Nuova Camaldoli. Per promuovere, ha aggiunto Magnolfi, una «Europa modello di pace e cooperazione. Un modello ancora incompiuto di federazione di Stati, capace di agire sulla scena internazionale come vero e proprio soggetto politico».
A Firenze sono intervenuti tanti responsabili di associazioni: Giuseppe Notarstefano, Argia Albanese, Enzo Balboni, Luigi D’Andrea, Virgilio D’Astoli, Andrea Ferrazzi, Alfonso Luzzi, Emiliano Manfredonia, Francesco Scoppola, Stefano Spoltore, Luisa Trumellini, Mariella Vitale e Giorgio Vittadini. Un progetto, quello della nuova Camaldoli europea, che nella stesura del Codice vede il suo punto di partenza e non di arrivo. Ora, ha annunciato Notarstefano, si pensa anche a un evento da tenere, in marzo, nell’ambito delle celebrazioni per i 70 anni dei Trattati di Roma.
Ci sarà a breve un sito dedicato e tutti quelli che vorranno potranno aderire. In corso d’opera è arrivato l’appello dei presidenti delle Conferenze episcopali di Francia, Italia, Germania e Polonia, Jean-Marc Aveline, Matteo Maria Zuppi, Georg Bätzing e Tadeusz Wojda, nel solco dei padri fondatori Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, «i quali, ispirati dalla fede cristiana, hanno immaginato l’Europa come casa comune, baluardo di libertà, uguaglianza e pace. Non un progetto contro le patrie, ma contro i nazionalismi che le hanno distrutte».
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