Cooperazione, cura ed empatia: ecco che cosa ci ha reso umani

di Jacopo Fo
La sopravvivenza dei primi gruppi e la ricerca sulla sincronia di respiro, cervello e cuore dicono che il legame con gli altri favorisce salute, benessere e crescita comune
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October 25, 2026
Cooperazione, cura ed empatia: ecco che cosa ci ha reso umani
Cosa succede quando una tigre con i denti a sciabola incontra uno scimmione armato soltanto con un sasso e un bastone? In teoria i nostri antenati avevano poche probabilità di sopravvivere. Ma i nostri antenati, milioni di anni prima ancora di scoprire il fuoco impararono che restando uniti e combattendo tutti insieme facevano scappare i predatori! E ben presto svilupparono un tale affiatamento che fece crescere una forte solidarietà che cambiò la natura dei branchi umani. Lo spirito del gruppo permetteva di ripartire il cibo non secondo la gerarchia del più forte, ma secondo il bisogno di ognuno. Gli umani non lasciavano affamati i più deboli. E il sostegno ai vecchi e ai malati fu un altro elemento di forza. I più vecchi erano i testimoni del passato e tramandavano conoscenze. Avevano un’utilità fondamentale per il progresso: custodivano e sviluppavano la memoria del gruppo, creavano la cultura del branco. La possibilità di tramandare le conoscenze fu un meraviglioso regalo inaspettato frutto dell’empatia.
La solidarietà genera progresso: aiuti i deboli a sopravvivere e ti ritrovi con un patrimonio di conoscenze che viene tramandato da chi non è stato abbandonato. L’inizio della civiltà umana è raccontato da un femore che mostra una frattura che si è rinsaldata, testimonianza del fatto che un gruppo umano fu capace di non abbandonare alla morte certa una persona ferita. È stata curata, è stata accudita, consolata, amata. Noi siamo i discendenti di persone che hanno ricevuto aiuto.

La sincronizzazione tra esseri umani

Credo che non serva uno scienziato per comprendere che la vita umana è naturalmente intimamente connessa, in ogni suo aspetto, con il piacere che ci dà il contatto con le altre persone. È indiscutibile che il neonato viva con lo scopo di stare vicino alla madre (o all’adulto che lo cresce) e di bearsi tra le sue braccia, godendo di ogni carezza. Per fortuna non ho notizia di ricerche che negano questo fatto ovvio. Ugualmente è ovvio che un bambino che non vive in contatto corporeo con una persona che lo abbracci e giochi con lui ha ritardi nella crescita e gravi problemi emotivi. E su questa affermazione abbiamo il conforto di ricerche scientifiche che hanno misurato i danni subiti dai piccoli abbandonati in pessimi orfanotrofi, incapaci di dar loro conforto emotivo.
Ma quando usciamo dal contesto genitori-figli e parliamo del valore dei contatti umani, del piacere che danno attività creative e giochi collettivi, abbracci e sorrisi, entriamo in un campo assurdamente non abbastanza indagato. Sono state realizzate ricerche molto specifiche sulle reazioni fisiologiche favorite da un abbraccio che dura qualche decina di secondi. Ad esempio è stato notato un aumento dell’ossitocina nella saliva dopo 20 secondi di abbraccio. L’ossitocina è l’ormone “antistress”, è capace di abbassare il tasso di cortisolo, l’ormone che produciamo quando ci sentiamo in pericolo. Il cortisolo è fondamentale se devi fuggire o combattere perché potenzia forza, velocità del pensiero, resistenza al dolore… Ma se vivi continuando a produrre cortisolo la tua salute ne soffre… Quindi gli abbracci sono meravigliosi: una medicina potente contro lo stress. Molte ricerche dimostrano aumento dell’ossitocina, della resistenza al dolore o a eventi stressanti, in gruppi di ballerini che sincronizzano i loro movimenti, persone che cantano in coro (Vickhoff 2013), che praticano giochi non competitivi, che marciano allo stesso ritmo. Altri studi documentano una sorta di sintonizzazione delle percentuali dei diversi tipi di onde cerebrali, sincronizzazione del respiro e del battito cardiaco, dopo attività come la meditazione o il gioco non competitivo. Ad esempio le ipotesi, poco conosciute, di Nitamo Montecucco sulla sintonizzazione delle onde cerebrali che avviene spesso dopo 31 minuti di attività come meditare o scambiarsi massaggi.
Esperimenti più empirici ci vengono dal teatro e dalla danza: durante le improvvisazioni si arriva spesso a una capacità collettiva di “indovinare” i movimenti degli altri partecipanti. Si creano momenti magici durante i quali attori o danzatori sembrano muoversi guidati da un’unica mente. Sono ricerche ancora limitate ma i risultati evidenziano la possibilità che i neuroni a specchio non siano l’unico agente della sintonizzazione empatica. Ci sarebbero anche altre reazioni fisiologiche che andrebbero nella stessa direzione: sintonizzazione delle onde cerebrali, del respiro, del battito cardiaco o aumento dell’ossitocina.
Ma c’è un problema: alcuni mettono in discussione la misurazione dell’ossitocina nella saliva come prova dell’aumento di questo ormone… altri osservano giustamente che queste ricerche sono state effettuate su poche persone, che gli esperimenti sono stati effettuati in modo non abbastanza rigoroso. Sarebbe quindi molto importante approfondire queste ricerche utilizzando sistemi di misurazione più raffinati. Ma non si fa… Non ci sono case farmaceutiche che investono per sapere cosa ci rende felici. Non sono ricerche che permettono di scoprire medicine che possono portare grandi guadagni. Anzi, se si sapesse in giro che le relazioni umane empatiche possono sostituire ansiolitici e antidepressivi sarebbe un danno per le aziende farmaceutiche. Per fortuna ci sono enti pubblici che hanno capito l’importanza di questi temi e stanno investendo. Un esempio positivo è la meta-analisi di Julianne Holt-Lunstad (2010, su oltre 300.000 persone) mostra che le buone relazioni sociali riducono la mortalità quanto smettere di fumare.

Altri indizi e tracce della bontà umana

Accettare l’idea che l’essere umano, per natura, possa trarre giovamento dalla generosità, possa provare sensazioni di benessere aiutando, può portare verso una “discesa pericolosa”. Potremmo arrivare a sospettare che questa predisposizione al bene non sia solo una questione umana. Potremmo porci una domanda rivoluzionaria sulla natura stessa della creazione delle creature viventi.
Siamo davvero egoisti e crudeli per natura? Jacopo Fo propone un viaggio in sette tappe tra neuroscienze, biologia evolutiva e psicologia che mette in discussione questa convinzione. Dai neuroni specchio alla simbiosi, dalla violenza alla solidarietà, la serie esplora il ruolo della cooperazione e dell’empatia nella storia della vita e dell’umanità. E propone una tesi controcorrente: la bontà non è soltanto una virtù morale, ma una componente profonda della nostra natura.

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