Sui giovani un'inflazione di parole, invece servono poeti sociali

I ragazzi non ci chiedono altri discorsi, ma di vedere che qualcuno, finalmente, è davvero disposto a rimettersi in cammino insieme a loro
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October 25, 2026
Sui giovani un'inflazione di parole, invece servono poeti sociali
/ Fotogramma
In questi giorni sui giovani si sono riversati fiumi di parole. Analisi, commenti, interviste, dati, prese di posizione. Col rischio di perdersi un’altra volta. Più si parla, più il quadro si complica, e più il quadro si complica, più sembra legittimo rinviare ogni decisione. Come se il compito si esaurisse nella diagnosi. I ragazzi guardano a questa reazione con un profondo sgomento. Vedono un mondo adulto che si agita, si interroga, si divide, si commuove. Tutti parlano. Ma poi? È questa la domanda che resta sospesa. Perché l’inflazione delle parole, quando non si traduce in azione, finisce per confermare proprio ciò che molti giovani già sospettano: e cioè che gli adulti sono bravi a descrivere i problemi, ma non sanno – o non vogliono – intervenire per cambiare davvero le cose. E che il futuro sia alla fine solo una faccenda da commentare più che da costruire.
Eppure, non è vero che non ci sia nulla da fare. Proprio in questi giorni, a Verona, si tiene la rassegna dei poeti sociali. Non un festival, una semplice passerella, ma un’occasione per radunare e mettere in rete esperienze reali. Poeti sociali è un’espressione ideata da papa Francesco per indicare coloro che sono capaci, concretamente, di trasformare le ferite in occasione di nuova vita. Non teorici della crisi, ma artigiani della rinascenza. Persone che non si limitano a constatare ciò che non funziona, ma che dentro quella crepa trovano il punto da cui far nascere il nuovo. Bisogna partire da qui, perché la questione giovanile non è un’emergenza tra le altre. Come nel Sessantotto, i giovani sono ancora una volta il sismografo di una frattura profonda che segna il tempo. Allora la rottura si espresse come ribellione contro un ordine percepito come soffocante; oggi si manifesta come ritiro, ansia, smarrimento, rabbia senza bersaglio. Ma il segnale è lo stesso: qualcosa, nel modello che abbiamo costruito, si è inceppato. È il fallimento di un’idea di sviluppo che si esprime nella policrisi – economica, ecologica, geopolitica, demografica, educativa – e nei tanti problemi quotidiani che stanno alla base del disagio giovanile: la precarietà che rende impossibile progettare la propria vita, le città che espellono, la scuola che fatica a generare senso, le relazioni sostituite dalla connessione, un futuro percepito per lo più come minaccia e non come promessa. Di analisi ne sono state fatte tante. Forse persino troppe. Ora bisogna agire.
Servono poeti sociali. Uomini e donne capaci di cambiare schema, di uscire dalla ripetizione di ciò che non funziona più. Capaci, soprattutto, di rompere l’incantesimo dell’impossibile: quella convinzione sottile, diffusa e paralizzante, secondo cui le cose non si possono cambiare. È questo incantesimo a togliere il respiro ai ragazzi. Un giovane può affrontare molte fatiche, ma non può vivere senza la speranza che il mondo possa essere cambiato. Spezzare l’incantesimo significa dimostrare, con i fatti, che un’altra strada esiste. E ricostruire, pezzo dopo pezzo, quel tessuto sociale ed economico che oggi va in frantumi. Questo lavoro comincia nel piccolo. Dentro le proprie comunità ‒ il quartiere, la parrocchia, l’associazione, la scuola, la famiglia ‒ dove si può tornare a offrire ai ragazzi non solo servizi ma legami, non solo attività ma responsabilità vere. E dentro le imprese, che possono scegliere di essere non soltanto macchine di produzione, ma luoghi di formazione e di fiducia: spazi dove un giovane trova qualcuno che scommette su di lui, gli affida qualcosa, lo accompagna. Ogni impresa che apre le porte e investe sulle persone, ogni comunità che crea occasioni di protagonismo, è un pezzo di tessuto che si ricuce.
Ma il piccolo, da solo, non basta. Serve anche il livello politico e istituzionale. Le esperienze generative rischiano di restare isole se non incontrano politiche capaci di riconoscerle, sostenerle, moltiplicarle. Servono istituzioni che non si limitino a gestire l’emergenza, ma che indichino con chiarezza quali risorse intendono liberare e investire per aprire un nuovo ciclo di crescita che veda protagoniste le nuove generazioni. Un Paese che invecchia e che riserva ai giovani le briciole non può poi stupirsi del loro disagio. Piccolo e grande, insieme. È questa la sfida dei poeti sociali del nostro tempo: tenere unite la concretezza del gesto quotidiano e l’ambizione di cambiare le regole del gioco. I ragazzi non ci chiedono altre parole. Ci chiedono di vedere che qualcuno, finalmente, è davvero disposto a rimettersi in cammino insieme a loro.

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