La Lega celebra un congresso "vero": per questo il Nord torna ad attaccare Roma
di Diego Motta, Milano
Sì all'unanimità all'istituzione della segreteria politica: 9 membri nominati e revocati dal segretario federale che devono essere espressione dei livelli nazionale, regionale e locale. Nel primo giorno di lavori, i governatori delle regioni settentrionali hanno rispolverato temi e toni della prima ora su autonomia, fisco e imprese. Oggi la conta tra Salvini e Garavaglia

«Avete convocato un congresso per me, ora potrete darmi tre minuti in più per concludere…» dice ironicamente, verso la fine del suo intervento, Massimiliano Romeo. È lui a scaldare in avvio la prima giornata del congresso straordinario voluto da Matteo Salvini. Il capogruppo al Senato della Lega a metà pomeriggio è già sul palco, all’Allianz Mico di Milano, a rispondere al fuoco incrociato di accuse che lo stato maggiore del partito gli rivolge, dopo mesi passati a marcare netti distinguo rispetto alla “linea” del leader. «Ho chiesto un confronto politico in un momento di difficoltà, davanti a un calo di consensi evidente» spiega Romeo. In platea, ad ascoltarlo, c’è lo stato maggiore del Carroccio, dallo stesso Salvini al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, considerato vicino a Massimo Garavaglia, lo sfidante. In prima fila, poi, ci sono loro: i governatori del Nord, i più decisi negli ultimi mesi a dare voce al malessere della base del partito.
Quei messaggi anche a Meloni
È tutto sommato una novità, questo dibattito franco apertosi in seno a via Bellerio: perché è pubblico, perché si svolge alla presenza di tutti i leader e perché mette finalmente a confronto anime diverse, in un soggetto politico storicamente incentrato sulla figura unica del leader. A fine giornata viene approvato per acclamazione e alzata di mano un emendamento allo statuto della Lega, che introduce una prima novità: la creazione di una segreteria politica che sarà formata da un massimo 9 membri nominati e revocati dal segretario federale che devono essere espressione dei livelli nazionale, regionale e locale. Si tratta di uno dei tre emendamenti allo statuto illustrati dal ministro leghista Roberto Calderoli e definiti dalla commissione statuto. «Non ho mai messo in discussione la riconoscenza a Salvini – premette Romeo -, la mia non è una questione personale, è una questione politica». In tanti si incaricano di rispondergli, prima durante e dopo. Uno è il collega di Palazzo Madama, Marco Dreosto. «Non si può mettere in discussione – dice - un segretario per quelle che sono diatribe personali interne, trasformandole in un dibattito nazionale. Prima di tutto viene il bene della Lega». Le visioni che emergono sono tutt’altro che concordi. I segretari regionali che si susseguono, ad eccezione di Romeo, confermano la linea del partito a vocazione sovranista nazionale, con i cavalli di battaglia della sicurezza e dell’immigrazione. I presidenti delle regioni settentrionali vanno invece, come atteso, in tutt’altra direzione. «Serve una Lega di lotta e di governo - sottolinea Attilio Fontana, governatore della Lombardia rievocando il tema del congresso -. Dobbiamo puntare su territorialità, autonomia, federalismo, dobbiamo combattere contro la burocrazia che ci opprime». Vorrebbero più “no” pronunciati verso Giorgia Meloni, i dissidenti interni. «Non mi va che Roma metta le mani sui nostri ospedali» esemplifica Fontana, che lancia più di un messaggio anche sul posizionamento politico del partito. «Né neri, né rossi ma liberi con Bossi – ripete tra gli applausi -. Invece mi sembra che siamo inclinati verso la destra estrema…» Anche l’ex governatore del Veneto, Luca Zaia, indica nel Senatur un «folle idealista che sapeva parlare al popolo» e ribadisce la linea del Piave contro gli eccessi centralisti. «A Roma quando si parla dell’autonomia, viene l’orticaria...»
La difficile ricerca di una sintesi
È lo stesso Zaia, che ha presentato una mozione sulla questione settentrionale, a indicare una possibile via di mediazione, a congresso finito. «Spero che chi avrà perso dirà all'altro: “lui è il mio segretario”». Gli occhi di oggi saranno inevitabilmente puntati sulla conta che si celebrerà al termine dei lavori tra Salvini e Garavaglia, con il primo ovviamente favorito e il secondo pronto a calamitare i voti degli scontenti. C’è una campagna elettorale in salita da affrontare, per il Carroccio. «Andare sui giornali a screditarci non è fare gioco di squadra. Da oggi si deve ripartire con un altro spirito» ha detto il fedelissimo del vicepremier e vicesegretario del partito, Claudio Durigon, che ha aperto a un ingresso nella segreteria di via Bellerio innanzitutto di Zaia. «Devi metterci la faccia insieme a noi, non ti puoi esimere». In teoria, è lo stesso auspicio espresso da Romeo nel chiedere «una guida collegiale», che consenta poi di rimettere al centro la formula del “sindacato di territorio”, sempre di bossiana memoria: federalismo subito, risposte su fisco e lavoro per imprenditori, artigiani e lavoratori autonomi. Su questo ha insistito anche il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, secondo cui «c’è un popolo là fuori che sta aspettando una risposta credibile nel centrodestra». Resta la questione del terzo mandato per i governatori, altro tema di divisione con il governo. «Non ho grande fiducia su questo, visto che l’esecutivo ha impugnato la legge» ha detto lo stesso Fugatti. È stato solo l’ultimo dei segnali provenienti da Nord, che hanno avuto per bersaglio più Meloni di Salvini.
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