Errori e avvertimenti inascoltati, le ombre del 7 ottobre su Israele

di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
Con gli attacchi del 2023, è crollato anche il caposaldo della politica dello Stato ebraico: la convinzione che Hamas fosse controllabile
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October 25, 2026
Errori e avvertimenti inascoltati, le ombre del 7 ottobre su Israele
Il dolore dei parenti al memoriale di Re'im dedicato alle vittime del festival musicale Nova, vicino al confine con la Striscia di Gaza/ ANSA
Nel 2018 Israele e Hamas trattavano indirettamente attraverso l’Egitto. Yahya Sinwar, a capo dell’organizzazione armata palestinese, cercava una tregua a Gaza e l’ingresso degli aiuti qatarioti, necessari anche a pagare stipendi e sostenere l’amministrazione attraverso cui Hamas governava la Striscia. La convinzione prevalente nella leadership israeliana era che Hamas fosse un nemico feroce, ma razionale, interessato a conservare il governo di Gaza e dunque contenibile attraverso la minaccia della forza militare, il denaro, le aperture economiche e le tregue.
Come ha potuto questa convinzione resistere agli avvertimenti, ai rapporti dell’intelligence e ai segnali che, negli anni successivi, avrebbero dovuto metterla in discussione?
Alla valutazione strategica si affiancava una scelta politica. Hamas governava Gaza, l’Autorità palestinese parti della Cisgiordania. Mantenere separati i due territori e le rispettive leadership indeboliva la possibilità di ricostituire un interlocutore palestinese unitario. Il 12 marzo 2019 il “Jerusalem Post” riferì, citando una persona presente a una riunione del gruppo parlamentare del Likud, che Netanyahu aveva collegato i trasferimenti qatarioti proprio alla strategia di mantenere divisi Hamas e Autorità palestinese. Il premier sosteneva anche che il controllo israeliano dei fondi servisse a impedirne l’impiego per il terrorismo. In un’intervista al settimanale “Time” del 2024 Netanyahu avrebbe però negato di avere pronunciato quelle parole, sostenendo che l’obiettivo dei finanziamenti fosse evitare il collasso umanitario e amministrativo della Striscia.
 Dal novembre 2018 il governo Netanyahu autorizzò l’ingresso a Gaza di fondi provenienti dal Qatar. La prima tranche fu di 15 milioni di dollari (circa 13,4 milioni di euro). All’inizio del 2021 il sostegno qatariota aveva raggiunto circa 30 milioni di dollari al mese (circa 26,7 milioni di euro), destinati a stipendi, aiuti alle famiglie indigenti e carburante. Già tra il 2012 e il 2018, secondo dati riferiti da “Haaretz” e ripresi dal “Times of Israel”, Doha aveva fornito alla Striscia oltre 1,1 miliardi di dollari di aiuti (oltre 979 milioni di euro). Quel totale non equivale a un finanziamento diretto dell’ala militare di Hamas. Il pagamento degli stipendi contribuiva però a sostenere l’apparato amministrativo attraverso cui l’organizzazione governava Gaza. Nel dicembre 2018 le Nazioni Unite riferivano che oltre 27.000 dipendenti dell’amministrazione controllata da Hamas avevano ricevuto pagamenti grazie al sostegno qatariota.
 Documenti finora riservati, pubblicati dal settimanale americano “Time” il 18 ottobre 2026, aggiungono nuovi elementi sul coinvolgimento israeliano nella gestione di quei trasferimenti. Secondo l’inchiesta, il governo Netanyahu aveva contribuito già dal 2012 a organizzare un sistema di assistenza qatariota sottoposto a controlli israeliani. In una lettera del 2020 indirizzata all’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, l’allora direttore del Mossad, Yossi Cohen, esprimeva gratitudine per gli aiuti umanitari destinati a Gaza e per il contributo alla stabilità della regione. La documentazione descrive anche le richieste israeliane di proseguire i finanziamenti. Secondo “Time”, ancora due settimane prima del 7 ottobre 2023 il direttore del Mossad David Barnea aveva chiesto a Doha di rinnovare il sostegno, nella convinzione che gli aiuti alla popolazione costituissero anche uno strumento di pressione su Hamas.
 Dopo la guerra del maggio 2021, il governo Bennett modificò il sistema. Nell’agosto di quell’anno Israele approvò un accordo con Qatar e ONU per distribuire gli aiuti alle famiglie attraverso un meccanismo delle Nazioni Unite, con approvazione israeliana dei beneficiari. Veniva abbandonata la consegna di denaro contante attraverso valigie, ma non il programma complessivo di assistenza. Anche in questo caso, secondo la documentazione pubblicata da “Time”, la distribuzione degli aiuti continuava a prevedere verifiche israeliane sui destinatari.
 La convinzione di poter trattare con Hamas senza rinunciare alla deterrenza aveva accompagnato gli anni precedenti. A quella stagione risalirebbe anche un messaggio che permette di interrogarsi su come la leadership israeliana interpretasse il comportamento del capo di Hamas. «Rischio calcolato». In ebraico, scritto a mano. Siamo nel 2018, cinque anni prima del 7 ottobre 2023 e dell’attacco guidato da Hamas, nel quale furono uccise oltre 1.200 persone e rapite 251. A scrivere quel messaggio «è stato Yahya Sinwar», dice una fonte di intelligence israeliana che consegna ad “Avvenire” una foto del “pizzino”. Destinatario: Benjamin Netanyahu.  
 Sinwar aveva trascorso oltre vent’anni nelle carceri israeliane, dove aveva imparato l’ebraico, prima di essere rilasciato nel 2011 nello scambio per ottenere la liberazione del soldato Gilad Shalit, rimasto in ostaggio per cinque anni a Gaza. L’attribuzione è riferita dalla fonte e da sola non dimostra nulla sulle successive intenzioni di Sinwar, ma e' interessante notare che corrisponderebbe a quanto raccontato pubblicamente da Meir Ben-Shabbat, allora consigliere israeliano per la sicurezza nazionale. Nell’aprile 2022 aveva descritto un messaggio scritto personalmente da Sinwar, a grandi lettere, in ebraico, e destinato al premier israeliano: «Rischio calcolato», secondo la formulazione ebraica riportata nell’intervista pubblicata da “Ynet”.
 Ben-Shabbat avrebbe ricordato la ricezione del messaggio come uno dei momenti più significativi dei negoziati: Sinwar, invitando Netanyahu ad assumersi un rischio politico, mostrava di comprenderne le difficoltà e le pressioni interne. Per Ben-Shabbat, quel messaggio dimostrava che il capo di Hamas comprendeva i dilemmi della politica israeliana e, soprattutto, che la deterrenza stava funzionando.
 Le dichiarazioni dell’ex consigliere documentano che già nel 2022 era stata descritta l’esistenza di un messaggio manoscritto in ebraico attribuito a Sinwar. Non basta però ad autenticare la specifica copia, né a stabilirne con certezza la provenienza. Da solo il documento, anche qualora autentico, non dimostrerebbe l’esistenza di un’intesa segreta. Solleva piuttosto una domanda: fino a che punto quella apparente disponibilità al compromesso contribuì a rafforzare la convinzione israeliana di poter prevedere e contenere le scelte di Sinwar?
 È una domanda che assume un significato diverso alla luce di quanto sarebbe emerso negli anni successivi. Perché, mentre la strategia israeliana continuava a fondarsi sulla possibilità di contenere Hamas, negli apparati di sicurezza si accumulavano informazioni che avrebbero dovuto mettere in discussione quella convinzione.
 Secondo un’inchiesta del “New York Times” pubblicata il 30 novembre 2023, oltre un anno prima dell’attacco gli apparati israeliani avevano acquisito il piano poi conosciuto come «JerichoWall». Il documento descriveva una sequenza sorprendentemente simile a quella del 7 ottobre: razzi, droni contro i sistemi di sorveglianza e le difese, brecce nella barriera, infiltrazioni, attacchi a basi e comunità. Non conteneva una data per l’operazione. Da alcuni responsabili dell’intelligence israeliana fu giudicato troppo ambizioso rispetto alle capacità attribuite a Hamas: più un’aspirazione che un piano realizzabile.
 Ma Hamas si addestrava. Un’analisi della “Bbc” ha documentato esercitazioni pubbliche a partire dal 2020. Gruppi armati palestinesi simulavano assalti, sequestri e superamento delle difese. Nel luglio 2023, un analista dell’Unità 8200, la struttura dell’intelligence militare israeliana specializzata nell’intercettazione e nell’analisi delle comunicazioni, segnalò che un’esercitazione riproduceva «elementi di Jericho Wall». Anche le osservatrici israeliane al confine riferivano attività anomale, senza ottenere una risposta adeguata ai loro allarmi.
 Il 31 agosto 2023 Yigal Carmon, ex colonnello dell’intelligence militare e fondatore del “Middle East Media Research Institute” (Memri), pubblicò un’analisi intitolata «Segni di una possibile guerra in settembre-ottobre». Non anticipava data e modalità del 7 ottobre. Segnalava il rischio di una guerra regionale in quella finestra temporale. Il pericolo, nella sua lettura, era che una spirale di violenza o l’impiego di nuove armi provocassero un’escalation incontrollata.
 Non si trattava, dunque, soltanto di ricostruzioni formulate dopo la strage. Alcuni segnali erano stati raccolti prima dell’attacco, senza che questo significasse conoscerne la data, le dimensioni o le modalità precise. Ma le inchieste più recenti aggiungono un elemento politicamente ancora più delicato: gli avvertimenti che sarebbero arrivati direttamente al vertice del governo israeliano.
 “Haaretz” ha riferito che circa dieci giorni prima del 7 ottobre il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe avvertito personalmente Netanyahu che Sinwar stava preparando una vasta operazione. Netanyahu ha definito la ricostruzione falsa e il 29 settembre ha presentato una causa per diffamazione da 2,6 milioni di shekel (circa 750mila euro) contro diverse testate e giornalisti israeliani, tra cui Haaretz, Yedioth Ahronoth e Ynet.
 Il 25 settembre scorso il “New York Times” ha raccolto due fonti a sostegno della ricostruzione: una persona che afferma di averne parlato con lo stesso leader emiratino e un’altra informata da un partecipante alla telefonata. Secondo il quotidiano, l’avvertimento riguardava la possibilità di un attacco di Hamas, ma non ne indicava con precisione la data né la natura. Ex alti funzionari israeliani hanno inoltre riferito al Times che l’allarme non raggiunse i vertici degli apparati di sicurezza. Un funzionario emiratino ha tuttavia negato che Mohammed bin Zayed avesse personalmente avvertito Netanyahu di un attacco imminente, ma non ha escluso che altri lo abbiano fatto su incarico del presidente degli Emirati.
 L’1 ottobre Netanyahu riunì i vertici della sicurezza. Secondo parti dei verbali consultati dal “New York Times”, non menzionò l’avvertimento emiratino e sostenne la necessità di mantenere la calma a Gaza anche per non compromettere la normalizzazione con l’Arabia Saudita. Anche questa notizia è stata contestata dall’ufficio del premier israeliano, che tuttavia non ha reso pubblici i verbali completi.
 Non fu l’unico allarme che, secondo successive ricostruzioni giornalistiche, sarebbe arrivato dall’estero. “The Atlantic” ha ricostruito una presunta visita segreta in Israele di Abbas Kamel, capo dell’intelligence egiziana, il 26 settembre 2023. Secondo la rivista, Kamel avrebbe segnalato che Hamas sembrava preparare una grave escalation e che il tempo per evitarla si stava esaurendo. Non avrebbe fornito una data, obiettivi o dettagli operativi. La ricostruzione è però contestata anche sul piano dei riscontri materiali. Il 15 ottobre 2026 il “Times of Israel”, riprendendo notizie dei media israeliani Kan e Channel 12, ha riferito che, secondo fonti d’intelligence, l’aereo egiziano atterrato all’aeroporto Ben Gurion il 26 settembre 2023 non trasportava Kamel, ma due imprenditori egiziani. Lo stesso Netanyahu, che in precedenza aveva negato la visita, aveva poi ammesso la presenza di Kamel in Israele in quella data, pur sostenendo di non averlo incontrato e di non aver ricevuto avvertimenti. Il “Wall Street Journal” ha aggiunto un ulteriore elemento. Secondo funzionari di un governo arabo e altre persone informate, l’Egitto trasmise almeno tre avvertimenti e Kamel telefonò personalmente a Netanyahu all’inizio di ottobre, segnalando il rischio di un attacco da Gaza. Anche questo resoconto è stato smentito dallo staff di Netanyahu. Non risulta una conferma ufficiale egiziana delle telefonate descritte dal quotidiano.
 Alle segnalazioni che sarebbero giunte dall’estero si aggiungevano le valutazioni e le divergenze all’interno dello stesso sistema di sicurezza israeliano. Secondo un’inchiesta di “Ynet” e “Yedioth Ahronoth”, durante il vertice dell’1 ottobrel’allora capo dello Shin Bet, il servizio segreto per gli affari interni, Ronen Bar sostenne che Sinwar si sentiva forte e che occorreva affrontarlo, preparando un piano operativo per Gaza. Avrebbe anche chiesto di far avanzare i preparativi per un’operazione contro Sinwar e Mohammed Deif. Il riepilogo della riunione emesso dall’ufficio del premier includeva l’indicazione di procedere con quella preparazione, anche se i verbali completi non sono stati resi pubblici. Secondo quanto dichiarato l’8 ottobre 2026 dall’ex segretario militare di Netanyahu, Avi Gil, Ronen Bar aveva già segnalato al premier nel luglio 2023 il pericolo di una guerra. Gil ha inoltre sostenuto che, prima del 7 ottobre 2023, alcune proposte di operazioni mirate nella Striscia erano state respinte dalla leadership politica.
 Nuovi particolari sono emersi nell’ottobre 2026 dalla causa per diffamazione presentata dallo stesso Ronen Bar contro Netanyahu. L’ex capo dello Shin Bet sostiene di aver ripetutamente avvertito il governo del deterioramento della situazione. Secondo gli atti citati da “Ynet”, il 21 settembre 2023 il servizio aveva raccomandato un’azione preventiva per scongiurare un’escalation, ma l’operazione sarebbe stata rinviata. Il primo ottobre Bar avrebbe nuovamente sollecitato la preparazione di interventi contro i vertici di Hamas. Netanyahu, secondo la stessa ricostruzione, ne autorizzò i preparativi, senza che venissero poi eseguiti. La versione è parte di una controversia giudiziaria e politica ancora aperta.
 Gli stessi apparati continuavano, intanto, a produrre valutazioni rassicuranti. “Ynet” riferisce che il 3 ottobre lo Shin Bet riteneva ancora possibile mantenere una stabilità prolungata attraverso nuove intese con Hamas, fondate su «calma in cambio di misure di alleggerimento». Allarmi e ipotesi rassicuranti convivevano nello stesso sistema.
 Ma le conseguenze di quella lettura della minaccia si misuravano anche nella distribuzione delle forze militari. Mentre Gaza veniva considerata un fronte sostanzialmente contenibile, la Cisgiordania assorbiva uomini e risorse per le operazioni contro i gruppi armati palestinesi, il controllo del territorio e la protezione degli insediamenti dei coloni israeliani. Due giorni prima del 7 ottobre, circa cento militari di due compagnie della Brigata Commando furono trasferiti dal settore di Gaza alla zona di Huwara, nel nord della Cisgiordania, teatro di forti tensioni. Lo rivelò nel dicembre 2023 l’emittente pubblica israeliana Kan. Il portavoce dell’esercito, Daniel Hagari, confermò la decisione, precisando che si trattava di unità di rinforzo e che il dispositivo ordinario di sorveglianza del confine non era stato ridotto. Annunciò anche un’indagine. Il trasferimento non dimostra che quelle compagnie avrebbero potuto fermare l’attacco di Hamas. Documenta però una gerarchia delle priorità: mentre si accumulavano segnali di un possibile assalto dalla Striscia, risorse militari venivano destinate alla Cisgiordania, dove il governo Netanyahu perseguiva anche l’obiettivo politico di rafforzare il controllo israeliano e tutelare gli insediamenti. La sottovalutazione della minaccia proveniente da Gaza non riguardava dunque soltanto l’interpretazione delle informazioni di intelligence, ma si rifletteva anche nelle scelte operative.
 È in questa contraddizione che si concentra uno dei nodi dell’intera vicenda. Non mancavano informazioni sul rischio di un attacco, ma continuava a prevalere, almeno in alcune valutazioni, la convinzione che Hamas potesse essere contenuta. Il problema non era soltanto quali segnali fossero stati raccolti, ma quale significato fosse stato loro attribuito.
 Poi arrivò la notte fra il 6 e il 7 ottobre. Secondo la ricostruzione dell’inchiesta militare israeliana, intorno alle 21 del 6 ottobre venne rilevata l’attivazione di alcune SIM israeliane utilizzate da membri delle unità Nukhba di Hamas. Nel corso della notte il numero salì a diverse decine. Lo Shin Bet rilevò l’attività e informò l’intelligence militare, che avvisò il Comando Sud. Il segnale fu inizialmente considerato compatibile con comportamenti già osservati in passato. Durante la notte si aggiunsero altri indizi. Secondo la dichiarazione giurata di RonenBar, ripresa da “Ynet”, alle 3.03 lo Shin Bet diffuse un avviso su «preparativi insoliti e la possibilità di intenzioni offensive di Hamas». Bar avrebbe poi riconosciuto che il livello di allarme attribuito a quelle informazioni era sbagliato. Nessuno aveva valutato che Hamas stesse preparando un attacco della scala di quello che, poche ore dopo, avrebbe travolto le difese israeliane.
 All’alba Hamas e altri gruppi armati palestinesi attaccarono. Secondo la cronologia diffusa dall’ufficio del premier e ricostruita da “Ynet”, Netanyahu fu informato dal suo segretario militare Avi Gil alle 6.29, attraverso una comunicazione su una linea non sicura. Una seconda telefonata sulla linea sicura iniziò alle 6.40 e terminò alle 6.44. Ma l’8 ottobre 2026 lo stesso Gil ha denunciato, in dichiarazioni a “Channel 12” riprese da “Ynet”, un presunto tentativo di alterare la documentazione: una stenografa gli avrebbe riferito di aver ricevuto l’ordine dall’allora capo di gabinetto di Netanyahu, Tzachi Braverman, di modificare l’orario registrato di una conversazione, spostandolo dalle 6.40 alle 6.29. Il generale sostiene di aver documentato l’episodio nel gennaio 2024, in una nota manoscritta destinata alla procuratrice generale.
 L’ufficio del premier colloca la partenza per la Kirya, sede del comando militare israeliano a Tel Aviv, alle 7.30. I registri dello Shin Bet indicano l’arrivo alle 8.22. La valutazione allargata con i vertici della sicurezza, tra cui il capo di Stato maggiore HerziHalevi, iniziò alle 9.55, oltre tre ore dopo l’inizio dell’attacco.
 Nel 2025 lo Shin Bet ha riconosciuto il proprio fallimento, ammettendo che Hamas era riuscita ad alimentare la convinzione di non volere una guerra totale. Anche l’IDF, le forze di difesa, ha riconosciuto di aver sottovalutato drasticamente capacità e intenzioni dell’organizzazione.
 Cinque anni dopo quella stagione di negoziati, il problema non era più soltanto il rischio. Era il calcolo. Il 7 ottobre non crollò soltanto la barriera intorno a Gaza. Crollò l’ipotesi secondo cui Hamas, pur nemica di Israele, sarebbe rimasta contenibile perché più interessata a conservare il governo della Striscia che a rischiare una guerra totale con ricadute globali. Una convinzione che aveva accompagnato la strategia di mantenere separati Hamas e Autorità palestinese, indebolendo la prospettiva di un interlocutore palestinese unitario, e che aveva inciso non soltanto sulle valutazioni dell’intelligence, ma anche sulla distribuzione delle forze chiamate a garantire la sicurezza di Israele. E che aveva resistito anche ai segnali che avrebbero dovuto metterla in discussione.
 

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