Il popolo di Lula e i "bolsonaristi" emergenti: il Brasile decide il suo futuro

di Lucia Capuzzi, inviata a San Paolo
Viaggio ai margini della megalopoli di san Paolo, specchio di un Paese diviso. São Bernardo do Campo è ancora “Lulandia”, ma nei quartieri che hanno trovato stabilità c'è chi vuole arricchirsi e sceglie il rivale. Secondo i sondaggi dell'ultim'ora tra i due sfidanti è possibile anche un "pareggio tecnico"
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October 25, 2026
Il popolo di Lula e i "bolsonaristi" emergenti: il Brasile decide il suo futuro
Una mobilitazione a São Vincente, nello Stato di San Paolo, contro l’avanzata dell’ultra-destra / Reuters
«In strada, in strada». La frase accompagna gli incontri frettolosi nei corridoi carichi di cimeli della sede dei metallurgici di São Bernardo do Campo, alle porte dell’infinita San Paolo. Lula-landia, la chiamano. Qui, nell’epicentro del maxi-distretto industriale ABC da quasi 3 milioni di abitanti e 7mila fabbriche, il tornitore nordestino Luiz Inácio da Silva è diventato il protagonista della lotta per i diritti sociali. Prima contro la dittatura, poi contro un sistema democratico che aveva normalizzato la diseguaglianza. Lula, appunto, il «calamaro», nomignolo affibbiatogli dai colleghi della Villares. 
Sei decenni di conflitti, opposizione, ascesa ai vertici dello Stato, non hanno incrinato il sodalizio tra il cuore operaio del Brasile e il suo “enfant prodige” ormai 81enne, appesantito da tre mandati di governo. Il palazzo di acciaio e vetro del sindacato – ristrutturato e ampliato nell’ultimo decennio – è, dunque, il quartier generale di “missão reviravolta” cioè “operazione riscossa”, alla vigilia del ballottaggio di oggi. Il presidente progressista era partito con uno svantaggio di due punti rispetto al rivale Flávio Bolsonaro al primo turno. Nelle ultime tre settimane, però, li ha recuperati un frammento percentuale alla volta, grazie a un’inedita mobilitazione della base del centro-sinistra. Fino al “pareggio tecnico” tra i due candidati registrato nella notte tra venerdì e ieri dal sondaggio di Datafolha. Il conteggio delle schede, questa sera, si profila da cardiopalmo. «Vincere è difficile. Ma è possibile», dice Welligton Damasceno, operaio 41enne con studi di Diritto, alla guida del sindacato dei metallurgici di ABC, incarico che Lula assunse nel 1975. 
Il suo decimo successore siede – ma solo eccezionalmente – alla stessa scrivania di legno del secondo piano su cui si trovano ancora il vecchio telefono a rotelle grigio, l’agenda rossa e il fermacarte, impiegati per organizzare i celebri scioperi anti-regime. «Era un altro Brasile e un altro mondo. La contesa, però, non è meno intensa di allora. Ormai non veniamo attaccati con proiettili e idranti ma con le menzogne trasformate in verità inconfutabili dai social. Aggressioni continue e invisibili e, per questo, ancora più pericolose – sottolinea Damasceno –. Ci confrontiamo con un “neoliberismo 2.0” portato avanti dalle grandi corporazioni digitali e dall’attuale Casa Bianca, con una pervasività da far rimpiangere quello classico». L’esito del 4 ottobre è stato come una scarica elettrica per il lulismo. A partire dal governo che la settimana scorsa è riuscito a far approvare la storica richiesta popolare di ridurre la settimana lavorativa da sei a cinque giorni. E ha proposto un condono dei debiti per le aziende di eventi. I militanti si sono galvanizzati. 
«Non solo noi. Migliaia di giovani, spontaneamente, creano gruppi pro-Lula in Rete – aggiunge Aroaldo Oliveira da Silva, responsabile delle finanze del sindacato –. Con adulti e anziani, improvvisano marce, incontri, dibattiti, battono casa per casa. Siamo tutti in strada». «In strada», ripete Luiz Marinho, attuale ministro del Lavoro e sindacalista di lungo corso, anche lui nel “quartier generale” di São Bernardo do Campo. «Certo che possiamo vincere», saluta, prima di precipitarsi «in strada». 
Tra São Bernardo do Campo e la periferia sudest di San Paolo ci sono meno di venti chilometri e un’ora di ingorghi. Quartieri e sobborghi ciclopici tenuti insieme da interminabili fili d’asfalto. Sempre più a fatica negli ultimi anni. In questo, la megalopoli di 23 milioni di abitanti è la sintesi dei vari Brasile che formano un Paese dalle dimensioni di Continente. La frattura tra "petismo" – dall’acronimo di Partido dos trabalhadores, quello di Lula – e "anti-petismo" li attraversa tutti. Si sovrappone alle linee di faglia – etnia, cultura, genere, status – tracciate a partire dall’era coloniale e cementate dallo schiavismo più longevo dello storia. Crea nuove, palesi discontinuità in questa fascia di cintura urbana paulista, inversamente proporzionali alla linearità del paesaggio. «Periferia in transizione»: è il termine coniato dai sociologi locali per definire il mutamento di pelle in atto. 
Seppure con più di un punto in meno rispetto a quattro anni fa, qui, come nel resto della città, Lula ha avuto la meglio alla prima tornata. Nella fascia che va dalla zona di Santo Amaro a Sapoemba e Tatuapé, passando per Vila Mariana e Mooca, però, il bolsonarismo è cresciuto con prepotenza fra i condomini e le casette basse, circondate da minuscoli empori e chioschi che affollano i marciapiedi. Fino a diventare maggioranza. Perfino le aree “rosse” di Cangaíba e Ponte Rasa hanno voltato le spalle al Pt. A innescare la trasformazione, paradossalmente, è stata proprio la vittoria di quest’ultimo all’inizio del Millennio e l’avvio di una politica di massiccia redistribuzione che ha ridotto sensibilmente, pur senza cancellare, la disparità cronica. La fondazione progressista Perseu Abramo aveva rilevato il fenomeno già un decennio fa in un rapporto in cui sottolineava la nascita, nelle periferie, di un “liberismo” dai tratti peculiari. In cui il valore dell’inclusione si combina con un’enfasi crescente sul merito, propugnato a livello popolare dai pastori evangelicali, sull’onda della “teologia della prosperità” che vede nel successo un segno di favore divino. È questo il minimo comune denominatore della cosiddetta “classe C”: oltre 107 milioni di persone, quasi la metà della popolazione. Ex poveri, in gran parte, affacciati sulla soglia di un ceto medio-basso – con un’entrata mensile tra i 120 e i 430 dollari – per i quali, come sottolinea l’esperto di opinione pubblica Renato Meirelles, i servizi sociali di base sono ormai un «dato di fatto». Ne reclamano il miglioramento e soprattutto chiedono allo Stato sostegno per salire la scala sociale in base alle loro capacità. L’aspirazione profonda è quella di trasformarsi in imprenditori. Piccoli o piccolissimi: autisti delle App di trasporto, fattorini, venditori di cibi pronti e, sempre più, influencer e guru dell’autoaiuto. Non sono necessariamente bolsonaristi ma "antipetisti" poiché ritengono il governo Lula alleato dei più fragili, gruppo a cui essi non sentono più di appartenere. E lo considerano incapace di supportare la propria ansia di progresso. Le parole d’ordine dell’ultradestra, al contrario – individualismo, taglio dei sussidi ai «non meritevoli», sicurezza, sgravi fiscali – ne intercettano il sogno. Quell’astratto che Lula è sembrato, in questa campagna, non riuscire a comprendere e a rilanciare in forma nuova. “In strada, possiamo farcela”, ripeteva il popolo del Pt che si è riversato in massa ieri nell’Avendida Paulista. Alla chiusura delle urne, però, ormai mancano appena poche ore.

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