I giovani sono lontani dai luoghi della politica, ma non hanno perso la voglia di impegnarsi
di Paolo Ferrario, Milano
La ricerca realizzata da Ipsos Doxa per l’Istituto Giuseppe Toniolo, nella giornata promossa da “Parole O_Stili” e Università Cattolica, ha fotografato aspirazioni e fratture di una generazione che chiede soprattutto di essere ascoltata

Non sono lontani dalla politica. Semmai, sono lontani dai luoghi in cui la politica decide. È la fotografia che emerge dalla nuova ricerca realizzata da Ipsos Doxa per l’Istituto Giuseppe Toniolo, presentata oggi in occasione di Parole a Scuola 2026, la giornata promossa da “Parole O_Stili”, Università Cattolica e Istituto Giuseppe Toniolo che oggi torna all’ateneo di largo Gemelli per riflettere sulle sfide educative del presente.
I numeri raccontano una realtà che contraddice molti luoghi comuni. Oltre sette giovani italiani su dieci tra i 18 e i 34 anni credono che la politica possa migliorare la vita delle persone. Una percentuale che testimonia come, nonostante la diffusa disaffezione verso i partiti e le istituzioni, resti viva la fiducia nella possibilità che l’impegno pubblico contribuisca a costruire una società migliore.
Allo stesso tempo, però, emerge una frattura significativa. Più del 55% degli intervistati considera limitati o inesistenti gli spazi di partecipazione messi a disposizione delle nuove generazioni. Una percezione che alimenta un senso di distanza e che rischia di trasformare l’interesse civico in frustrazione.
È una contraddizione che interpella il mondo degli adulti, a partire da chi opera nella scuola e nell’educazione. Non a caso il tema del dialogo tra generazioni è il filo rosso dell’edizione 2026 di Parole a Scuola, che propone 32 panel e 19 laboratori dedicati a insegnanti, educatori e genitori. L’obiettivo è comprendere i linguaggi delle nuove generazioni e costruire relazioni capaci di accompagnarle verso una cittadinanza più consapevole.
«Continuiamo a chiederci perché i giovani siano distanti dalla politica, ma siamo davvero disposti ad ascoltarli?», domanda Rosy Russo, fondatrice e presidente di Parole O_Stili. «Le recenti proteste studentesche a Milano dimostrano che i ragazzi hanno idee e voglia di cambiare le cose. Chiedono una scuola più inclusiva, maggiori opportunità e un futuro più equo. Gli scontri e i danneggiamenti, tuttavia, ricordano che il dissenso deve rispettare gli altri. Condannare la violenza è fondamentale, ma non significa ignorare le ragioni di chi protesta pacificamente».
Parole che fotografano una questione sempre più evidente. Molti giovani non rifiutano il confronto democratico; chiedono piuttosto di poter essere riconosciuti come interlocutori credibili. «Ascoltare i giovani non significa condividere ogni loro idea, ma riconoscerli come interlocutori. I ragazzi non sono soltanto i cittadini di domani: sono cittadini di oggi, con diritti e responsabilità. Forse dovremmo chiederci non perché protestino, ma se siamo davvero pronti ad ascoltarli», aggiunge Russo.
La ricerca conferma questa lettura. Quasi sette giovani su dieci, il 68,6%, ritengono possibile impegnarsi per cambiare la società. Ma oltre il 62% pensa di non avere alcuna influenza sulle decisioni del Governo. Una distanza che non nasce quindi dall’indifferenza, bensì dalla percezione di non essere realmente coinvolti nei processi decisionali.
Il dato acquista ulteriore significato alla luce dell’attenzione che i giovani continuano a riservare al bene comune. Il 71% individua infatti nella scarsa attenzione dei cittadini verso gli interessi collettivi uno dei principali problemi del Paese. Non emerge l’immagine di una generazione ripiegata esclusivamente sulle proprie esigenze individuali, ma quella di giovani che guardano con preoccupazione alla qualità della vita democratica e alla tenuta della coesione sociale.
Secondo Alessandro Rosina, professore di Demografia e Statistica sociale e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, i risultati smentiscono molte narrazioni consolidate. «I dati smentiscono l’idea di una generazione distante e disinteressata. La fascia 18-22 anni presenta contemporaneamente una domanda di leadership efficace, una forte sensibilità per il bene comune e la convinzione che una buona politica sia in grado di migliorare la vita dei cittadini».
Non manca, tuttavia, una nota critica. «La maggioranza ritiene, però, che attualmente la politica non offra adeguata attenzione alle loro istanze e sia poco aperta a una loro partecipazione effettiva. Il senso di esclusione e frustrazione risulta più alto per chi proviene dalle classi sociali più svantaggiate e con più deboli percorsi formativi», osserva Rosina.
Anche il rapporto con la Costituzione appare significativo. Oltre due terzi dei giovani la considerano ancora adeguata ai tempi oppure bisognosa soltanto di aggiornamenti limitati. Tre su quattro chiedono inoltre che i suoi principi orientino maggiormente le scelte politiche. Tra i valori ritenuti prioritari emergono il lavoro e l’uguaglianza, con quest’ultima che occupa il primo posto tra gli intervistati più giovani.
Dietro questi numeri si intravede però anche una domanda più profonda, che riguarda il riconoscimento e l’ascolto. A sottolinearlo è Elena Marta, docente ordinario di Psicologia sociale e Psicologia di comunità dell’Università Cattolica.
«Già un anno fa abbiamo messo in luce un dato emerso dai focus group con gli adolescenti: una rabbia latente e diffusa, sottostimata e messa in ombra dalla preoccupazione per l’isolamento», spiega la docente. Una rabbia che, aggiunge, nasce spesso dalla sensazione «di non essere ascoltati o di essere giudicati a priori dagli adulti come “sbagliati”».
Colpisce in particolare un passaggio della sua riflessione: «Gli adolescenti si sentivano molto osservati, ma poco visti». Una frase che va oltre la cronaca degli ultimi giorni e che richiama una responsabilità educativa più ampia. «Accanto alle sanzioni previste dalla legge per le drammatiche azioni di alcuni adolescenti, serve un impegno di noi adulti: dobbiamo diventare una comunità educante capace di ascoltare davvero questa generazione, senza pregiudizi, trasformando l’ascolto in incontro, dialogo e mediazione».
È forse questa la lezione più importante che emerge dalla ricerca. I giovani non chiedono scorciatoie né privilegi. Chiedono di essere coinvolti, ascoltati e riconosciuti. In una stagione in cui la partecipazione democratica appare spesso fragile, la loro domanda di protagonismo rappresenta una risorsa da valorizzare. La sfida, per la scuola, la politica e l’intera società, è dimostrare di esserne all’altezza.
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