Io, la mia scorta, i disordini in piazza e il rispetto che dobbiamo a chi indossa la divisa
Manifestare è un diritto e anche un dovere. Ringraziamo chi ha impedito che nelle ore peggiori ci fossero vittime

Non lo avrei mai immaginato, ma da quasi cinque anni vivo sotto scorta. Un’esperienza strana, una convivenza singolare quella con i poliziotti con i quali passo la maggior parte delle mie giornate. Abbiamo imparato a conoscerci, a rispettarci, a volerci bene. Educati e discreti, fanno attenzione non solo alla mia persona ma anche alla mia missione. E non parlo solo dei “miei”, di quelli, cioè, che incontro ogni giorno tra la casa e la parrocchia, ma anche di quelli che mi vengono incontro, per la prima volta, nei vari aeroporti, quando, per motivi pastorali, viaggio per l’Italia. Alcuni sono giovani, altri con qualche anno in più. Hanno le stesse preoccupazioni, gli stessi problemi, lo stesso sentire dei giovani e di chi, da qualche tempo, ha messo su famiglia: la lontananza, il matrimonio, la casa, i figli, lo stipendio, la fedeltà al proprio lavoro, il futuro incerto, le guerre infami che si combattono nel mondo. Nei giorni passati li ho visti preoccupati e anche – me lo permetteranno – un poco amareggiati. Li ascoltavo parlare tra loro, mentre fingevo di sonnecchiare, poi ne abbiamo discusso insieme. Sono italiani, amano il nostro Paese, lavorano, pagano le tasse, ci difendono dai pericoli, obbediscono ai superiori. Rischiano la vita. Tante volte, muoiono. Quante bare avvolte nel Tricolore abbiamo benedetto. Tutti dovremmo avere per loro, per le forze dell’ordine, più rispetto, più riconoscenza. Sono nostri amici, non meritano di essere guardati in cagnesco. Il giorno in cui la divisa dovesse smettere di essere un monito, un richiamo alla legalità, una presenza confortante dello Stato, avremmo fatto un passo indietro nel cammino della democrazia. Non sono burattini, non vivono a sbafo. Hanno bisogno di essere difesi. E non solo dalle leggi dello Stato, ma da noi, dalla stessa gente comune che li chiama e li invoca nel momento del bisogno. Hanno bisogno della nostra simpatia.
Manifestare per i propri diritti è non solo un “diritto”, ma, molto di più, un dovere. Perché ai diritti si può anche rinunciare ai doveri, invece, mai. Scendere in strada per richiamare l’attenzione di uno Stato che, a nostro avviso, si è distratto su qualcosa che riteniamo fondamentale, è vera democrazia. E in Italia ci è permesso. La democrazia è una pianta che occorre curare, innaffiare, concimare, tenere d’occhio. Di rendita non si vive. Questo discorso vale per la Chiesa, la cultura, gli affetti, la società, la giustizia, la pace. Occorre vigilare perché le persone e le società prepotenti, mafiose, corrotte, colluse, vigliacche, non prendano il sopravvento. Le lotte sono cambiate non sono terminate. Guai, però, a ragionare seguendo schemi obsoleti. Ci sono nemici che hanno smesso da tempo di essere nemici e vecchi amici da cui guardarci oggi. È l’antica e sempre nuova storia del bene e del male. Il mondo non si taglia in due come una torta: i buoni di qua, i cattivi di là. Magari, fosse così! Occorre avere discernimento, pazienza, preparazione, onestà intellettuale e morale, per riconoscere, di volta in volta, chi applaudire, chi contestare, da chi prendere le distanze.
Vorrei, alla fine di una settimana che ha visto l’Italia impegnata a fronteggiare situazioni di disagio, di sofferenza, proteste giuste, disordini, saccheggi, violenze, che sgorgasse dai nostri cuori un “grazie” a chi ha permesso, a prezzo della propria incolumità, di non stare, stamattina, a piangere qualche morto ammazzato. Non ho apprezzato, invece, coloro che hanno reso la vita difficile ai cittadini normali, anziani, bambini, adolescenti, mamme, papà, disabili, malati attesi in ospedale, badanti e operai che si recavano al lavoro. Le nuove generazioni vanno ascoltate e sostenute, ma anche educate e rimproverate. E per farlo occorre esserne all’altezza. È un cammino lento, faticoso, ma possibile. I problemi si affrontano guardandoli negli occhi. Il “grazie” avrebbe più valore se a dirlo fossero tutti, senza distinzioni di colore politico o appartenenza di classe. Manifestiamo, allora, protestiamo, impegniamoci, facciamo valere i nostri diritti, facciamoci voce di chi voce non ha, puntiamo a ottenere il meglio per tutti. L’Italia, la nostra Italia, ce lo permette. Per amore d verità, ricordiamoci, però, che così non è dappertutto. Non ci venga difficile, oggi, abbracciare, anche solo virtualmente, tutti coloro che, indossando una divisa, permettono alle persone perbene, e anche a quelle che perbene non sono, di vivere più sereni e sicuri. Grazie, cari servitori dello Stato.
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