Se le guerre iniziano senza una "dichiarazione" è più diffiicle farle finire

Automazione, intelligenza artificiale e conflitti ibridi tendono a dissolvere i confini e le responsabilità, rendendo sempre più difficile definire anche il perimetro della pace
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October 27, 2026
Se le guerre iniziano senza una "dichiarazione" è più diffiicle farle finire
ICP - Immagine realizzata con IA
L’8 dicembre 1941, il giorno dopo Pearl Harbor, Franklin Roosevelt pronunciò davanti al Congresso quattro parole destinate a cambiare il mondo: «A state of war exists». Era un atto solenne, deliberato, irreversibile. La dichiarazione di guerra non era solo un protocollo diplomatico, ma rappresentava la forma con cui una democrazia rendeva conto ai propri cittadini di una scelta radicale e stabiliva le condizioni sotto cui quella scelta avrebbe potuto concludersi. La pace ha bisogno di un inizio a cui opporre una fine. Quel cerimoniale, il discorso, il voto, la firma, appartiene ormai a un’altra epoca. Non perché le guerre siano cessate, ma perché hanno smesso di essere dichiarate. Christian Brose, per anni consigliere del senatore John McCain e oggi presidente di Anduril , ha costruito attorno a un’unica formula, la kill chain , la sua analisi del conflitto contemporaneo. La «catena» è composta da tre anelli: capire cosa sta accadendo, decidere cosa fare, agire. Fino a poco tempo fa, questa catena era concentrata in singole piattaforme, un caccia, una batteria d’artiglieria, un cacciatorpediniere, ciascuna delle quali portava in sé l’intero processo. La rivoluzione dell’informazione l’ha disaggregata. Oggi un sistema raccoglie dati, un altro elabora, un terzo esegue. La catena si è distribuita attraverso reti di macchine eterogenee. E con i sistemi d’intelligenza artificiale essa tende a chiudersi senza che nessun essere umano, obbligatoriamente, vi prenda parte. «Chiudere la kill chain» senza un umano nel circuito. Questa è la direzione verso cui si muovono le forze armate più avanzate del mondo.
Nel 2020 la DARPA, la divisione ricerche avanzate della Difesa americana, ha organizzato il primo AlphaDogfight Trial. Un pilota di F16 contro agenti di intelligenza artificiale progettati da otto team di ricercatori in un simulatore di combattimento aereo. In meno di novanta secondi il sistema automatizzato aveva abbattuto l’avversario quindici volte senza subire alcuna perdita. Paul Scharre, analista di sicurezza nazionale, ha commentato al riguardo che «il fattore umano sarà sempre il limite nella performance di un aereo». La velocità delle macchine supera strutturalmente quella dell’essere umano che si stanca, a volte va nel panico e, in genere, ha un senso morale. Le macchine, al contrario, non esitano. Ma se la velocità è il parametro decisivo, la «supervisione umana» invocata dai documenti ufficiali rischia di diventare una finzione procedurale. Come approvare qualcosa che ci sfugge per precisione e velocità? C’è un livello ulteriore. La guerra ibrida agisce «al di sotto della soglia di guerra».
Attacchi cibernetici a infrastrutture critiche, operazioni di disinformazione, pressioni economiche, provocazioni militari sono calibrate per non superare la linea che attiverebbe una risposta formale. L’obiettivo non è vincere una battaglia, ma mantenere l’avversario in uno stato permanente di incertezza. Siamo già in guerra? È ancora pace? Nessuno lo sa con certezza, e questa ambiguità è lo strumento principale del conflitto stesso. La dichiarazione di guerra sarebbe controproducente perché renderebbe visibile ciò che deve restare opaco. La guerra ibrida non è guerra mancata, ma una guerra perfezionata nella sua capacità di sfuggire alle categorie giuridiche che la renderebbero governabile. Ma allora chi decide? Nel paradigma tradizionale, la dichiarazione di guerra era un atto di responsabilità collettiva. Il governo si presentava davanti al parlamento e chiedeva il voto. C’erano dei volti e dei nomi. La guerra automatizzata e ibrida dissolve questa catena. Un imputato si presenterà in futuro davanti a un tribunale per crimini contro l’umanità e dichiarerà: «Io non c’entro, ho obbedito all’algoritmo». Non è fantascienza, ma la traiettoria logica di sistemi in cui la decisione letale è disaggregata tra sensori, modelli e protocolli al punto che nessuno è mai, in senso preciso, il responsabile. La «deresponsabilizzazione disintermediata» – per usare la formula di Michele Mezza – non è un effetto collaterale della tecnologia ma una sua caratteristica strutturale.
E qui si torna alla domanda iniziale. Se la guerra non comincia mai formalmente, come la facciamo finire? La pace richiede un armistizio, un trattato, un cessate il fuoco, tutti atti che presuppongono due parti che si accordano. Ma se il conflitto è permanentemente sotto la soglia, se gli attacchi sono tecnicamente attribuibili ma diplomaticamente non attribuiti e se le operazioni si svolgono in quello spazio grigio che la guerra ibrida ha reso abituale, allora la pace diventa una categoria inapplicabile. Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha recentemente invitato le società occidentali a adottare un «wartime mindset», una mentalità da tempo di guerra. L’espressione è rivelatrice perché formalmente non siamo in guerra, ma ci suggeriscono di abituarci a pensare come se fossimo in guerra. Il conflitto è diventato un orizzonte cognitivo permanente, non un evento databile. E se non c’è mai stato un giorno in cui è iniziato, difficilmente ci sarà un giorno in cui potrà finire. La domanda che rimane aperta non è tecnica. Non riguarda la precisione dei droni o l’efficienza degli algoritmi. Riguarda qualcosa di più profondo. Chi autorizza l’uso della forza, in nome di chi, con quale vincolo di rendiconto? Quando la guerra era dichiarata, anche chi la doveva sopportare sapeva a che cosa andava incontro. Poteva giudicare. Poteva, almeno in linea di principio, opporsi. La guerra senza dichiarazione non è soltanto una guerra senza inizio, ma è soprattutto una guerra senza contraddittorio. Un conflitto che si sottrae non solo al diritto internazionale, ma alla possibilità di essere discusso e contestato dai cittadini che ne subiscono le conseguenze. L’abbassamento progressivo della soglia decisionale attraverso l’automazione, l’ibridizzazione e l’opacità, è un problema democratico prima ancora che militare.

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