Pallone d’Oro, da Matthews a Kane: 70 anni alla ricerca del migliore

L'inglese ha vinto davanti a Mbappé e Yamal. Ma nella storia i grandi esclusi come Baresi mostrano quanto sia difficile scegliere il migliore in uno sport di squadra
Google preferred source
October 27, 2026
Pallone d’Oro, da Matthews a Kane: 70 anni alla ricerca del migliore
L'inglese Harry Kane, 33 anni, vincitore del Pallone d'Oro 2026
Il calcio ha scelto il suo migliore interprete. O almeno il vincitore del suo premio individuale più prestigioso. Lunedì sera a Londra Harry Kane ha sollevato il settantesimo Pallone d’Oro, aggiungendo il proprio nome a una storia cominciata nel 1956 quando la rivista France Football inventò il premio. C’è qualcosa di paradossale nell’incoronare un singolo protagonista in uno sport basato sul gioco di squadra. E settant’anni di vincitori e grandi esclusi suggeriscono una domanda: che cosa significa davvero essere il migliore?
Il primo fu un altro inglese, Stanley Matthews, ed è proprio per rendere omaggio a lui che, nel settantesimo anniversario, la cerimonia del Pallone d’Oro si è trasferita per la prima volta a Londra. Matthews aveva già 41 anni e avrebbe continuato a giocare fino a 50. Ma soprattutto non era un goleador: era uno che i gol li faceva segnare agli altri. La partita rimasta legata al suo nome, la finale di Coppa d’Inghilterra del 1953, non la decise segnando: con il Blackpool sotto 3-1 contro il Bolton contribuì alla rimonta fino al 4-3 servendo due assist decisivi. E in una carriera interminabile non fu mai ammonito né espulso. Dopo il ritiro tornò più volte nel Sudafrica dell’apartheid ad allenare ragazzi neri e nel 1975 portò una squadra di giovani di Soweto, gli “Stan’s Men”, fino in Brasile a incontrare Pelé.
Settant’anni dopo viene allora quasi spontaneo chiedersi che cosa premiamo quando scegliamo il migliore. Se lo chiede, in fondo, persino il regolamento del Pallone d’Oro. I giornalisti chiamati a votare devono considerare, nell’ordine, prestazioni individuali e capacità di essere decisivi, risultati della squadra e trofei conquistati, infine «classe e fair play».
Quest’anno la difficoltà di stabilire il vincitore è emersa con particolare evidenza: alla vigilia non c’era un favorito assoluto. Kane arrivava con numeri impressionanti: 73 gol in 65 partite, otto assist e tre trofei con il Bayern, tutti però conquistati solo in Germania. Mbappé, poi arrivato secondo, aveva dalla sua 58 gol e 13 assist, ma nessun trofeo; Lamine Yamal, terzo, 25 gol, 20 assist e soprattutto il Mondiale vinto con la Spagna oltre alla Liga. Tre candidature molto diverse, nelle quali gli stessi criteri del premio – rendimento individuale, successi collettivi, classe e fair play – potevano assumere un peso differente. È una distinzione che vale ancora di più nello sport giovanile, dove troppo spesso il migliore viene considerato quello che segna più gol o mette a referto più punti. Ma c’è chi fa l’assist, chi difende, chi recupera un pallone, chi corre per rimediare all’errore di un compagno, chi sa rispettare l’avversario. Il talento in uno sport di squadra non si misura soltanto in ciò che un atleta fa, ma anche in quello che permette agli altri di fare. Forse la domanda più interessante alla fine di una partita non è sempre «quanto hai segnato?», ma «hai fatto giocare meglio la tua squadra?».
Alla fine ha prevalso Kane, il quinto inglese a vincere il Pallone d’Oro e il primo dopo Michael Owen nel 2001. Un centravanti capace non soltanto di segnare ma anche di partecipare al gioco e lavorare per i compagni. Campione in campo e fuori: nel 2022 ha creato la Harry Kane Foundation, impegnata soprattutto sulla salute mentale dei giovani, incoraggiandoli a parlare delle proprie difficoltà, a chiedere aiuto e ad affrontare con maggiore consapevolezza i momenti difficili. E nel lungo discorso di ringraziamento ha riservato le parole più affettuose alla famiglia: ai quattro figli, «la ragione per cui faccio tutto questo», e alla moglie Kate, amica fin dall’infanzia e sua «più grande sostenitrice». «Ti sacrifichi per aiutarmi a realizzare i miei sogni – le ha detto –. Questo trofeo lo festeggiamo insieme: io, tu e tutta la famiglia»
Con il successo di Londra, Kane fa così il suo ingresso in un albo che comprende nomi come Cruijff, Beckenbauer, Platini, Van Basten, Messi e Cristiano Ronaldo. Ma accanto a questa galleria di campioni ce n’è un’altra, altrettanto prestigiosa: quella dei fuoriclasse che il Pallone d’Oro non l’hanno mai vinto. A cominciare da Pelé e Maradona. Fino al 1994 potevano concorrere soltanto calciatori europei e così due dei giocatori ritenuti più grandi di sempre rimasero fuori gara. Dal 1995 furono ammessi anche i non europei che giocavano in Europa – il primo vincitore fu George Weah – e soltanto dal 2007 il premio è diventato davvero mondiale.
Ma esiste anche una formidabile squadra dei “senza Pallone d’Oro” che non può appellarsi al regolamento. E avrebbe un capitano ideale: Franco Baresi. Nel 1989 arrivò secondo dietro il compagno Marco van Basten, in un podio tutto milanista completato da Frank Rijkaard. Eppure è stato un difensore capace di dominare un’epoca senza che il riconoscimento individuale più prestigioso arrivasse mai a premiarlo. Non lo hanno mai vinto neppure Paolo Maldini, Thierry Henry, Gianluigi Buffon, Xavi, Andrés Iniesta e Robert Lewandowski, grande favorito nel 2020, l’anno in cui il premio non fu assegnato a causa della pandemia. Nel 2006 Buffon, campione del mondo, fu battuto dal compagno Fabio Cannavaro. Del resto, in settant’anni un solo portiere ha vinto il Pallone d’Oro: il sovietico Lev Jašin nel 1963. Come se, nel giudicare il migliore, pesasse di più chi i gol li segna di chi ha il talento di impedirli.
Ma proprio l’elenco dei grandi esclusi mostra quanto sia difficile stabilire chi sia stato davvero il migliore.
Perché nel calcio il talento individuale ha sempre bisogno degli altri. Il regolamento prova del resto a tenere insieme criteri diversi: prestazioni individuali, risultati della squadra, «classe e fair play». Ma gol, assist, giocate decisive e trofei sono facili da contare; molto meno lo sono una buona difesa, la capacità di far giocare meglio una squadra e qualità come serietà, umiltà e correttezza verso l’avversario.
Harry Kane è dunque il settantesimo Pallone d’Oro. Il calcio ha scelto il suo migliore. Ma settant’anni di storia del premio ricordano quanto sia complesso stabilire chi sia il migliore in uno sport di squadra. E lo ricorda quel signore inglese di 41 anni da cui tutto cominciò: uno che non segnava moltissimo, faceva segnare gli altri e in tutta la carriera non si fece mai cacciare da un campo di calcio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire