Più fatturato nelle società benefit: hanno anche filiere stabili e fanno rete

Circa un +13% per il fatturato, +17% per il costo del lavoro e +12% per il valore aggiunto: sono alcuni dei risultati presentati ieri a Milano delle imprese che per statuto perseguono benefici comuni rispetto a quelle che non lo fanno
Google preferred source
October 26, 2026
Più fatturato nelle società benefit: hanno anche filiere stabili e fanno rete
Non è un club esclusivo, ma una filiera più solida che continua a crescere e riesce a fare rete. È innovativa e ha una visione di lungo periodo che le permette di resistere meglio alle crisi. Sono le società benefit (Sb) – imprese che perseguono una o più finalità di beneficio comune, oltre che lo scopo di distribuire utili – e la loro fotografia è emersa dalla nuova edizione della “Ricerca Nazionale sulle Società Benefit 2026”, presentata ieri a Milano dai vari partner della ricerca: Nativa, il Research Department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit.
Al 30 giugno 2026 erano 5.968 le Sb italiane (+15,6% rispetto all’anno precedente), con un valore della produzione annuale pari a 71,3 miliardi di euro. Dall’analisi della loro competitività, si evidenzia ancora una volta che fare del bene fa bene anche al portafoglio, oltre che alle persone. C’è infatti un’associazione positiva tra qualifica benefit e crescita d’impresa, con un effetto stimato pari a circa un +13% per il fatturato, +17% per il costo del lavoro (che si riflette anche in guadagni maggiori per i dipendenti) e +12% per il valore aggiunto di queste società rispetto alle imprese non-benefit con profili omogenei. Se si guardano gli scambi commerciali del 2024, inoltre, si vede che il 38% delle Sb ha relazioni commerciali con altre benefit, mentre le non-benefit hanno fornitori benefit solo nel 24% dei casi. «Il messaggio che emerge è “benefit chiama benefit” – ci spiega Sara Giusti, del Dipartimento di ricerca di Intesa Sanpaolo –. Infatti è maggiore la quota di società benefit che si relaziona almeno con un’altra benefit ed emergono filiere fondate sulla qualità delle relazioni, la loro durata e il riconoscimento reciproco di valori e percorsi di sostenibilità». Le filiere di Sb sono infatti più stabili: il 27,4% degli acquisti è destinato a fornitori con cui esiste un rapporto continuativo negli ultimi nove anni, contro il 21,8% delle non benefit. «Grazie a questa capacità di mantenere relazioni stabili con i fornitori, si può rispondere meglio anche alle difficoltà di approvvigionamento e alle tensioni sulle catene globali del valore», specifica Giusti, alludendo a come la stabilità delle relazioni può tradursi in vantaggio competitivo e garantire «la condivisione di conoscenze e buoni comportamenti».
C’è però un dato tra tutti che ci racconta una frattura tra Nord e Sud del Paese. L’incidenza delle Sb è superiore nelle province con maggiore capacità innovativa, condizioni economiche più favorevoli e una più ampia partecipazione al lavoro. In sostanza, queste imprese con finalità collettive hanno più probabilità di svolgere un ruolo complementare anziché compensantivo, essendo più presenti nei territori che brevettano di più e dove i redditi sono più elevati, con un’incidenza che va da 2,7 ogni mille società nel Nord-Ovest a 0,8 nelle Isole. La prima regione è la Lombardia, dove ci sono oltre 1.800 Sb. Anche le finalità di beneficio inserite negli statuti aziendali, sono più legate agli scopi dell’impresa che al luogo in cui ha sede e alle sue necessità.
L’evento di presentazione è stato l’occasione per riflettere su cosa servirebbe per arrivare là dove c’è più bisogno e rafforzare il sistema a 10 anni dalla legge che introdusse il riconoscimento di questa qualifica. «Le imprese benefit cominciano a formare progetti insieme, ma noi immaginiamo un sistema in cui queste imprese, oltre a comunicare i loro scopi di beneficio, lavorino in maniera coordinata rivolgendosi insieme al territorio – spiega Marco Morganti, presidente di Assobenefit –. Dopo 10 anni la legge va cambiata. Bisogna introdurre degli elementi di vaglio maggiori su chi entra nel mondo benefit e razionalizzare le finalità di beneficio. Oggi ne serve un numero più limitato e vicino all’attività core di queste imprese». Così, puntualizza, si può incidere sulla consapevolezza dei vari settori, sulla loro innovazione e attenzione ai benefici comuni. «L’economia si è ammalata per la necessità di guardare al risultato di domani – conclude il presidente –. Una benefit invece è principalmente un soggetto che guarda al lungo periodo e vuole impegnarsi su partite che sfuggono al bilancio. Abbiamo bisogno dunque di tutto quello che ci aiuta in questa visione di lungo periodo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire