Powerchair football, quando lo sport abbatte le barriere
Il calcio in carrozzina sta aiutando i ragazzi con patologie neuromuscolari a sentirsi protagonisti: «In campo le nostre disabilità scompaiono»

C’è una Nazionale italiana di calcio che al Mondiale ci è arrivata senza patemi. A Buenos Aires si disputa in questi giorni la Coppa del mondo di calcio in carrozzina. E per la prima volta ci sono anche gli azzurri del powerchair football, disciplina gestita nel nostro Paese dalla Fipps (Federazione italiana paralimpica powerchair sport). Insieme con l’Italia sono presenti altre nove nazionali: Argentina, Australia, Belgio, Danimarca, Francia, Giappone, Inghilterra, Uruguay e Stati Uniti. Un traguardo storico per gli azzurri arrivato grazie alla medaglia di bronzo conquistata agli Europei di Lignano Sabbiadoro lo scorso anno.
Parliamo di uno sport ancora poco conosciuto ma in cui si percepisce tutto il fascino che può suscitare un pallone. Il powerchair football si gioca quattro contro quattro, portiere compreso, su un campo di 30 per 18 metri. Gli atleti utilizzano carrozzine elettriche appositamente adattate che possono raggiungere i dieci chilometri orari: dotate di protezioni anteriori, permettono di controllare e colpire un pallone più grande del normale. In Italia la storia di questa disciplina è iniziata nel 2017 quando è stata anche riconosciuta dal Comitato italiano paralimpico. Oggi il movimento può contare su 120 tesserati, circa 200 praticanti e ben 11 squadre iscritte al campionato nazionale.
È la magia del calcio. Non ha dubbi Marco Ferrazza, prima giocatore e oggi ct della Nazionale: «Quando ho scoperto questo sport i miei occhi si sono illuminati», racconta in un coinvolgente documentario The Power We Play – How Powerchair Football Changes Lives , realizzato dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs insieme alla World Duchenne Organization. «Un’ iniziativa – spiega l’ideatrice Nicoletta Madia - nata incontrando ragazzi che fanno parte della comunità di persone con patologie neuromuscolari a livello internazionale e vedendo quanto il powerchair football avesse cambiato concretamente le loro vite. Abbiamo deciso allora di entrare nel loro mondo e seguirli nel viaggio verso i Mondiali».
Il professor Eugenio Mercuri, direttore del Dipartimento della salute della donna e del bambino della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, spiega: «Oltre a seguire i nostri bambini e ragazzi con patologie neuromuscolari attraverso una presa in carico multidisciplinare, ci occupiamo di sostenerli nel loro percorso di crescita e creare le condizioni perché possano sviluppare le proprie capacità, costruire relazioni, coltivare passioni e progettare il proprio percorso di vita. Il powerchair football rappresenta in modo straordinario questa possibilità: mette al centro la persona, le sue capacità e il suo desiderio di partecipare. Vedere questi ragazzi diventare atleti, compagni di squadra e rappresentanti del proprio Paese ci ricorda quanto l’accesso allo sport possa avere un impatto concreto sulla qualità della vita».
Il documentario dà voce agli atleti ma anche alle loro famiglie. Claudia Quikuen, madre di Nico, ricorda quanto fosse difficile il periodo in cui il figlio, allora quindicenne, frequentava la scuola superiore e faceva i conti con la progressione della malattia. «La sua autostima era fortemente condizionata», racconta. Poi è arrivato il powerchair: «Scoprire questo sport ha segnato un prima e un dopo nella sua vita e nella nostra». Non è soltanto una nuova attività da praticare. È la possibilità di tornare a sentirsi protagonisti, di scegliere e di assumersi responsabilità. Lo spiega Juan Bautista D’Angelo, giocatore della Nazionale argentina: in campo c’è «un senso di libertà nel dire “prendo tutte le decisioni e le porto avanti da solo”». Chris Gordon, nazionale inglese, è entusiasta: «Giocare al gioco più bello del mondo mi ha dato una nuova vita. La bellezza del powerchair è il fatto che non appena entriamo in campo le nostre disabilità scompaiono. Le persone in carrozzina sono semplicemente atleti». La forza del gruppo è parte della preparazione. «Ci stiamo preparando anche fuori dal campo, perché se siamo uniti fuori lo siamo anche dentro», dice il capitano Simone Ranzato.
A Buenos Aires l’Italia vive una prima volta storica, confrontandosi con le migliori nazionali del mondo. Per gli azzurri è una prova importante. Per una disciplina che cerca spazio e riconoscimento, è anche l’occasione di farsi conoscere per quello che è: calcio vero, giocato da atleti pronti a mettercela tutta. Lo sa bene chi ha seguito da vicino il loro percorso. L’emozione affiora nelle parole di Leandro Giannaboli, padre di Dante: «Fin da piccolo mio figlio ha sempre sognato di diventare calciatore. Poi ha compreso che non avrebbe più potuto camminare… Quando però abbiamo scoperto questo sport Dante ha incontrato la felicità».
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