Stanić, neoeletto con la Lista degli studenti: «Ora un governo di transizione per la Serbia»
«Il miracolo a Belgrado è già successo. L'obiettivo è rispristinare lo Stato di diritto»

Tihomir Stanić, attore molto popolare in patria, è stato eletto con la Lista degli studenti (era il candidato numero 8 su 250). Lo incontriamo in una kafana (ristorante tradizionale, ndr) di Belgrado. Tra un caffè e un numero imprecisato di sigarette - anche l'accendino ha il numero 3 simbolo della lista -, affronta vari temi legati al voto in Serbia: dalla formazione delle liste al prossimo premier, passando per la transizione post-Vučić.
Partiamo dall’inizio. Lei ha appoggiato fin dall’inizio il movimento degli studenti. Come ha funzionato in questi due anni di mobilitazione dopo la tragedia di Novi Sad? Come venivano prese le decisioni?
Prima gli studenti hanno occupato le facoltà, creando una sorta di assemblea, un plenum, per prendere decisioni comuni. Ogni facoltà aveva un proprio rappresentante nel plenum comune tra le facoltà, e lì si decideva maggioranza di voti. Quando sono state indette le elezioni, ogni facoltà ha proposto alcune persone che riteneva capaci e degne moralmente. C’è stato un periodo in cui ogni facoltà poteva muovere obiezioni a quei candidati, e quindi una fase per rispondere con contro-argomentazioni. Alla fine si è votato di nuovo a maggioranza per scegliere i 250 candidati della lista. Le posizioni nell’elenco (in Serbia c’è un unico listino nazionale bloccato, quindi senza le preferenze, ndr), sono state assegnate alle facoltà: la più grande, giurisprudenza, era la prima. Poi un’altra facoltà di Belgrado, quindi una di Niš, una di Kragujevac, e così via. Insomma, nel rispetto della democrazia diretta. Ed è per questo che l’Udba (i servizi segreti, ndr) e questo potere non hanno potuto nuocere a questa organizzazione, perché non aveva un capo.

Cosa succede adesso?
Questo Paese è libero e non si può più tornare indietro. Se più gente avesse avuto accesso a un’altra informazione oltre a quella dei media di regime, il successo elettorale sarebbe stato ancora più alto. I media d’opposizione in Serbia non hanno alcuna visibilità. Ora la gente ha aperto gli occhi: l’affluenza è stata molto più alta del 70% (il dato ufficiale, ndr). Il nostro elenco elettorale infatti non è corretto, sono iscritte persone che non esistono, duplicati nei documenti d’identità, cittadini morti.
Tra i candidati avete posizioni molto diverse, quanto sarà complicato gestire questo problema?
La diversità ideologica non è un problema. Abbiamo tutti accettato il programma elaborato per mesi. Prima hanno votato gli studenti, poi noi candidati. Abbiamo messo da parte ideologie e carriere perché la società ne ha bisogno. In quella lista non c’è quasi nessuno, anzi nessuno, che abbia avuto in passato incarichi politici. Sono tutte persone realizzate: ci sono scienziati, dottori di ricerca, agricoltori, artisti come me. Tutti hanno dichiarato la disponibilità ad entrare in Parlamento per rendere possibile lo Stato di diritto e la legalità, liberare i media, ripulire gli elenchi elettorali, creare condizioni paritarie per le elezioni. Poi, al prossimo voto, il popolo sceglierà tra questa o quella politica estera, questo o quel concetto ideologico di società.
Quindi conferma che sarà un governo di transizione che non prenderà posizioni su Russia e Kosovo?
È così.
E sull’Unione Europea?
Non è un tema del nostro programma, ma nei nostri 11 punti sono contenuti i valori europei che questa società merita. Questo potere e quelli precedenti sostenevano di essere sulla via europea, ma facevano tutto il contrario. Noi faremo cose che portano verso l’Europa, a prescindere dal fatto che la Serbia entri o meno formalmente nell’Ue. Lo dimostreremo con i fatti, non a parole.
C’è un contratto tra voi candidati, ora eletti, e gli studenti?
Sì, ci siamo impegnati a non trarre vantaggio personale, a non tradire il programma, a rispettarne i princìpi. Ma più solida del contratto è la morale. Gli studenti hanno studiato le nostre biografie, hanno osservato le nostre azioni. Quando il potere veniva a sapere di un candidato, cercava di screditarlo in vari modi. Eppure ci hanno accordato la loro fiducia. Perciò il lavoro che ci attende ora, ripulire la società dal crimine organizzato, sarà più facile di quello che sembra, perché il miracolo è già avvenuto.
Chi sceglie ora il premier? Gli studenti o i parlamentari eletti? Si parla del capolista, il cardiologo Ilja Srdanović, oppure di Dejan Šoškić, ex governatore della Banca nazionale di Serbia.
Il premier lo decidiamo noi parlamentari. Gli studenti e i cittadini possono fare delle proposte, ma ci hanno dato la loro fiducia e ora tocca a noi. Non abbiamo ancora parlato di nomi. Per la prima volta abbiamo un Parlamento dove non siederanno servi che alzano la mano a seconda di cosa decide il capo. Siamo persone che pensano, che hanno una certa integrità personale. Se avessimo voluto essere servi, ci saremmo già presentati prima, quando era molto più redditizio.
Userete lo stesso metodo degli studenti per le decisioni?
Sì, rispettiamo la legge e prendiamo le decisioni sulla base di proposte che vengono votate. E ciò che la maggioranza vota, lo sosterremo. Gli studenti nel loro movimento ce l’hanno fatta perché si sono liberati della vanità e delle frustrazioni personali. Chiunque abbia mostrato ambizioni e abbia cercato di imporsi come leader è stato estromesso. Molti si presentavano come candidati della Lista studentesca senza essere mai stati nemmeno proposti ma, con le loro posizioni “politicanti” e sociali, volevano apparire importanti. Su chiunque abbia mostrato questa ambizione è stato posto il veto.
Avete rifiutato anche ogni collaborazione con l’opposizione tradizionale.
Sì, perché con la sua immoralità e incapacità di unirsi ha rafforzato il regime di Vučić e ha contribuito a farci arrivare a questo livello di autoritarismo. Questo è un esempio raro nel mondo: in un solo giorno sono scomparsi dalla scena politica sia il potere che l’opposizione. Quanto ai rappresentanti della lista di Vučić, bisogna vedere chi potrà entrare in Parlamento, perché molti dovranno probabilmente rispondere penalmente prima di ottenere l’immunità. Resta da vedere chi di loro, senza la protezione di quell’onnipotente dittatore, accetterà di restare in quella lista e in quel partito. Ciò che il regime prevedeva - che la nostra lista si sarebbe divisa per ragioni ideologiche - non succederà. Accadrà invece il contrario: tra i loro cento eletti in Parlamento si formeranno nuove coalizioni e nuovi tentativi di allontanarsi dalla politica di Vučić soprattutto quando, grazie ai media liberi, la gente capirà le dimensioni di quel crimine. La notte elettorale erano pronti, se lo scarto dei voti non fosse stato così grande. Ci avrebbero braccati come lepri.
C’è chi paragona il movimento studentesco a Otpor!, il gruppo di attivisti che divenne poi partito e che si opponeva a Slobodan Milošević.
No, Otpor! era organizzato e andava a prendere i soldi a Budapest, in qualche ambasciata o non so dove. Io ho pagato ogni litro di benzina con la mia pensione e i miei redditi, nessuno ci ha aiutato. Nessuno. Ci hanno finanziato i cittadini. E questo è molto positivo: il movimento studentesco, dopo due anni di lotta in cui sono stati picchiati, arrestati - è un miracolo che nessuno sia morto - ha messo in soffitta anche il potere che di fatto ha una sua continuità dall’inizio delle guerre, perché qui la transizione democratica non è mai stata compiuta.
Lei ha interpretato tantissime volte Ivo Andrić, il premio Nobel per la letteratura nel 1961. Cosa direbbe lui di quello che sta succedendo oggi?
È vero, ho interpretato Ivo Andrić così tante volte che conosco a memoria Il ponte sulla Drina (la sua opera più importante, ndr) che recito da 25 anni. Ho lavorato alla sceneggiatura della serie su di lui. Quindi, in qualche modo mi ci sono identificato. Lui era un uomo introverso, non amava la pubblicità. Ma sono sicuro che avrebbe reagito in modo identico a come reagisco io. Esprimerebbe ammirazione e rispetto per il movimento studentesco. E si unirebbe a loro, pur senza attirare tanta attenzione. Io, invece, sono un attore. Ho un bisogno innato di attenzione e la ricevo con le mie azioni.
In un suo racconto, Ivo Andrić racconta la storia dell’elefante del visir che, quando passa per la città di Travnik, distrugge quello che gli capita a tiro con le sue bizze. È una metafora che userebbe per descrivere il potere dell’establishment di Vučić?
Sì, è una bella metafora. Mi vengono in mente le manifestazioni del 15 marzo (la grande mobilitazione che ha segnato un cambio di passo nel passaggio da protesta a proposta politica, ndr), quando il potere si stava preparando a un massacro. È un bene che il cambio di regime non sia avvenuto con violenza, gli studenti hanno insistito sulla non violenza e sul rispetto della Costituzione. Al nostro comizio finale in piazza Slavija, noi candidati siamo scesi tra la gente con la Costituzione in mano, promettendo che l’avremmo rispettata. In quei giorni ho letto la Costituzione per la prima volta. Prima non mi interessava. E ho visto quanto Vučić l’abbia violata in ogni articolo. Il primo duro colpo inflitto a Vučić è stato quando gli studenti gli hanno detto: “Non sei competente”. Anche adesso, come leader della lista che ha perso le elezioni, nelle sue dichiarazioni si comporta ancora come se fosse il padrone non del Paese, ma dell’universo.
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