Sudan, un anno dopo i massacri El Fasher resta una città fantasma
Per l’Onu le Rsf causarono 70mila morti tra i civili, incluse le vittime della carestia provocata dagli assedianti. Le Nazioni Unite: fu genocidio. E Msf lancia l'allarme malnutrizione

Un anno dopo il massacro più sanguinoso della guerra sudanese, El Fasher è una città fantasma. La capitale del Nord Darfur aveva un milione di abitanti nel 2023, allo scoppio della guerra civile. Oggi secondo Amnesty international ne sono rimasti 70 mila che gli occupanti delle Forze di supporto rapido, Rsf, impiegano spesso come lavoratori forzati senza retribuzione, cioè schiavi. Rientrarci oggi non è sicuro, al contrario di quanto affermano le Rsf. Anzi, per Agnès Callamard, segretario generale di Amnesty «è quanto più lontano dalla realtà».
Torniamo al 26 ottobre 2025, Dopo 18 mesi di assedio, le Rsf presero El Fasher quando i reparti dell’esercito sudanese fuggirono e iniziarono i massacri a sfondo etnico di civili, donne e persino 400 ammalati ricoverati nell’ospedale saudita come confermato di recente dalla Bbc in un’inchiesta (smentita dalle Rsf).
Impossibile stilare un bilancio totale delle vittime. Secondo il rapporto dell'Ufficio dell'Alto commissariato Onu per i Diritti Umani, solo tra il 25 e il 27 ottobre 2025 le Rsf uccisero più di 6.000 persone. Di queste, circa 4.400 sono state massacrate nella città e altre 1.600 uccise lungo le vie di fuga. Ma le indagini condotte a febbraio dalla missione conoscitiva indipendente Onu sul Sudan e da osservatori internazionali stimano che il bilancio totale comprendente i 18 mesi di assedio superi i 70.000 morti incluse le vittime della carestia provocata dagli assedianti e denunciarono l’esistenza di «segni distintivi di un genocidio». Addirittura, secondo il Laboratorio di ricerca umanitaria di Yale, per velocità e quantità le uccisioni nella città del Darfur sono «paragonabili al genocidio ruandese».
Furono gli stessi miliziani a filmare e postare sui social video degli eccidi del 26 e 27 ottobre delle etnie autoctone Zaghawa Fur e Masalit, che gli arabofoni delle Rsf - giunti nell'Africa nubiana 800 anni fa - vogliono cacciare. In quei giorni immagini satellitari mostrarono il suolo della città rosso di sangue e molte fosse comuni. Simbolo di quell’orrore fu il comandante Abu Lulu, finito in prima pagina sul New York Times , perché si fece riprendere mentre uccideva civili inermi passeggiando sui cadaveri. Lo sdegno internazionale che per una volta ruppe il silenzio sul conflitto, costò sanzioni del consiglio di sicurezza Onu al “macellaio di El Fasher” filmato mentre veniva incarcerato. Ma fu subito liberato e oggi comanda le Rsf nel Nord Kordofan.
Medici senza frontiere è rimasta in Darfur ad esempio, a Nyala e a Jenina, e da due anni sta lottando per salvare da epidemie di colera e dalla malnutrizione il campo di Tawila, travolto da decine di migliaia di profughi in fuga da El Fasher un anno fa. Secondo l’Onu oggi i profughi sono addirittura 900 mila.
«Ne aspettavamo ancor di più, in base alle stime dell’Onu almeno 260 mila persone erano rimaste nella città al momento dell’arrivo delle Rsf - spiega Amande Bazerolle, coordinatrice emergenza in Sudan della Ong Nobel per la pace - e ci domandiamo dove siano finite. Pur non potendo entrare in El Fasher abbiamo ascoltato diverse testimonianze di aggressioni ed estorsioni durante la fuga. Le donne sono le più fragili, spesso aggredite e stuprate, ma molte non sono neppure riuscite a raggiungerci. Da qui molti vanno in Ciad». In Sudan, dove la guerra ha causato la maggiore emergenza umanitaria del pianeta 20 milioni di persone sopravvivono grazie all’assistenza. E la siccità sta complicando la situazione.
«Fortunatamente - prosegue Bazerolle - per chi vive al riparo di tende precarie non è piovuto molto, ma ci sarà meno cibo nel prossimo mese perché questa era la stagione di semina e non crescerà nulla senza l’acqua. Il Pam, programma alimentare mondiale, ha raggiunto il tetto di aiuti per quest’anno, quindi non può più distribuire cibo alla popolazione. Stanno dando i contanti, ma non c’è nulla sul mercato. Ci stiamo preparando a una grande ondata di malnutrizione».
Le Rsf sono finanziate degli Emirati Arabi - che negano - e dall’oro delle miniere del Darfur controllate dalla famiglia del capo delle Rsf Mohammed Dagalo. E un anno dopo il genocidio di El Fasher tale sostegno ha fatto crescere nella società civile la contrarietà alla candidatura a segretario generale dell’Onu dell’ex ambasciatrice emiratina al Palazzo di Vetro Lana Nusseibeh. La guerra intanto non si ferma. Droni dell’esercito hanno colpito un mercato a Nyala, nel Darfur occidentale, uccidendo 21 persone e ferendone almeno altre 40.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





