Ecco perché l'agenda dei sindacati di base venerdì può saldarsi con la protesta dei giovani
di Diego Motta
Non c'è un'organizzazione comune, ma la piattaforma lanciata da Usb e sigle autonome per lo sciopero generale condivide tante rivendicazioni degli studenti, dal carovita al no alla guerra. Giorgio Cremaschi: portuali, agricoltori e universitari oggi si capiscono molto di più che in passato

Sulla carta non c’è un piano comune e anche l’organizzazione delle proteste procede in modo autonomo. Eppure i punti di contatto tra il popolo giovane delle piazze e il sindacalismo di base che ha proclamato per venerdì il suo sciopero generale sono diversi. Le interlocuzioni nelle ultime settimane con le rappresentanze degli studenti non sono mancate. Alcuni temi uniscono le generazioni, perché non hanno età: la lotta senza quartiere ai conflitti, il no netto al riarmo, l’opposizione a un’economia di guerra rappresentano istanze condivise, per i ragazzi così come per i lavoratori portuali che tra tre giorni si mobiliteranno contro il transito di materiale bellico negli scali marittimi.
Dagli organizzatori si fa sapere che sono già 40 le piazze mobilitate solo in Italia, da Gioia Tauro a Ravenna. E l’iniziativa non sarà solo nazionale, visto che all’iniziativa hanno aderito organizzazioni sindacali francesi, greche, turche, marocchine. Il focus, se si chiede agli esponenti del sindacalismo di base, deve rimanere innanzitutto il carovita: nell’ultimo anno la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori è stata di quasi il 10% e il ceto medio impoverito ne ha risentito tantissimo.
Non serve solo la piazza, secondo gli organizzatori, per trovare un denominatore comune. Occorre una piattaforma nuova. Non è un caso che la proposta concreta che arriva da questo mondo è la reintroduzione della scala mobile e di meccanismi di recupero dell’inflazione. «Ho la sensazione che si sia rimesso in moto un movimento di protesta sociale che era solo congelato» spiega Giorgio Cremaschi, un passato nella Cgil e un presente da animatore esperto di queste nuove agorà sociali. Non a caso, Cremaschi che oggi ha la tessera dell’Usb in tasca ricorda subito la natura di «sciopero generale» sia pur proclamato dai soli sindacati di base, rispetto alla giornata di venerdì. «Sarà un evento internazionale, con 100 porti coinvolti nelle iniziative di lotta, in quattro continenti». La convinzione di questi ambienti è che la saldatura politica tra giovani e meno giovani sia già avvenuta, intorno a due argomenti-chiave: la giustizia sociale e il no alla guerra. «Già sabato è stato evidente - continua Cremaschi - come la ribellione generazionale sia diventata ribellione politica, visto che decine di migliaia di persone hanno deciso di scendere in strada nonostante il clima pesante che li circonda».
La distanza irrimediabile tra piazza e Palazzo è una metafora molto utilizzata in questo contesto: la politica è vista come lontanissima e si tende a dubitare anche delle parole degli inquirenti, almeno quando adombrano strategie rivoluzionarie portate avanti su Instagram. L’incognita semmai, per chi è abituato a sussurrare alle masse, è proprio la mancanza di una regia complessiva, in grado di dare voce al malessere ma nello stesso tempo di arginarlo e guidarlo sui binari della legittima contrapposizione democratica. «Vuole sapere se siamo di fronte a mondi separati che non hanno un coordinamento tra loro? Le rispondo che sì, è vero - dice Cremaschi -. Nello stesso tempo, però, in una fase storica in cui la questione sociale ha messo a nudo la pochezza della classe dirigente europea, devo anche dire che un portuale, un autotrasportatore, un contadino e uno studente oggi si possono capire molto più che in passato. Perché parlano lo stesso linguaggio».
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