I pasti vietati ai migranti nel weekend a Trieste. Il vescovo: «Una scelta che ci rattrista»
di Francesco Dal Mas, Trieste
La decisone della Questura di impedire la distribuzione di cibo ai bisognosi in piazza Libertà il sabato e la domenica solleva lo sdegno del mondo del volontariato. Le parole di monsignor Trevisi: «L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata»

«L’indifferenza è una malattia che va curata. Il nostro criterio è il Vangelo». Il messaggio del vescovo Enrico Trevisi sta scuotendo la città. «Rattrista molto», ha scritto, quanto sta accadendo sul fronte dell’accoglienza dei migranti e, in particolare, dei richiedenti asilo, costretti a tempi di attesa troppo lunghi: anche 85-90 giorni. Nel frattempo, denunciano le organizzazioni di volontariato, «rimangono invisibili». Sono almeno 130 e devono fare i conti con la precarietà della sopravvivenza. Di giorno si ritrovano intorno alla stazione di Trieste, in piazza Libertà, magari in attesa di un pasto caldo distribuito la sera dai volontari. Di notte cercano riparo in qualche angolo dei magazzini del Porto Vecchio ancora libero dal filo spinato, in un’area da decenni in attesa di recupero. Per motivi di sicurezza, la Questura ha stabilito che la distribuzione dei pasti sulle panchine di piazza Libertà, da parte di Linea d’Ombra e delle altre associazioni di volontariato provenienti anche da fuori regione, avvenga tra le 18 e le 20 e sia sospesa il sabato e la domenica. I volontari chiedevano invece di poter operare dalle 19 alle 22, tutte le sere. Da giorni, perciò, protestano: «La piazza è sotto sequestro. Ci è vietato di venire ad accogliere, a curare, a dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, a chiamare l’ambulanza o a portare in ospedale chi ne ha bisogno». Il sindaco Roberto Dipiazza, il presidente della Regione Massimiliano Fedriga e altri esponenti istituzionali hanno espresso apprezzamento per le restrizioni. Ai piani alti di piazza Unità, sede del Municipio, della Regione e della Prefettura, si fa osservare che poco distante da piazza Libertà sono disponibili mense e dormitori organizzati, a cominciare dai servizi della Caritas. Sono 24mila le persone che hanno firmato contro le restrizioni. Anche la Camera degli avvocati per i diritti umani e degli stranieri (Cadus) ha sollevato dubbi sulla legittimità e sulla proporzionalità dei provvedimenti.
La Diaconia valdese, inoltre, ha osservato che gli appuntamenti in Questura per i richiedenti asilo che intendono ottenere la protezione internazionale vengono fissati a distanza di troppo tempo: in febbraio, per esempio. Di fronte a una contrapposizione sempre più vivace, anche in vista delle elezioni cittadine della prossima primavera, il vescovo Enrico Trevisi ha deciso di intervenire con una nota per invitare al dialogo, premettendo che «c’è un tempo per parlare e c’è un tempo per tacere». «Di fronte a tutto quello che sta avvenendo nel mondo, di fronte a quello che sta avvenendo anche a Trieste, tante volte si è sollecitati a schierarsi. Come se non ci fosse alternativa alla polemica. Come Chiesa», ricorda Trevisi, «abbiamo cercato di inserirci dentro le problematiche delle migrazioni, dei rifugiati e dei richiedenti asilo, con un nostro stile e una nostra identità, non con le parole per alimentare scontri ideologici e polemici, ma, invece, con i fatti». Trevisi ricorda l’apertura del dormitorio di Sant’Anastasio, destinato a bambini, donne e persone in condizioni di particolare fragilità, e quella di Spazio 11, una sala d’attesa solidale. «Tutto questo», precisa, «è stato fatto nel dialogo, perché le parole servono per gettare ponti, non per creare ulteriori divisioni». Il vescovo ammette che quanto sta avvenendo oggi in città «ci rattrista molto: abbiamo sempre cercato il dialogo con le istituzioni e con le altre realtà di volontariato con le quali pure collaboriamo, ma mantenendo la nostra identità, il nostro stile. Le sofferenze dei migranti, le interminabili attese di giorni, settimane e mesi prima che la loro richiesta di asilo venga ascoltata, ci sollecitano a testimoniare che qualcosa si può fare». «Come comunità cristiana, noi ci sforziamo, ci impegniamo a trovare soluzioni capaci sia di garantire la sicurezza dei cittadini sia di alleviare le sofferenze dei migranti. Per questo auspichiamo dialogo e soluzioni concrete».
Il vescovo testimonia che da anni piazza Libertà «è segno di cura e attenzione per chi scappa da guerre e miseria». Si rivolge quindi alle istituzioni in particolare, ma anche all’intera comunità, evidenziando che «le sofferenze delle persone e le criticità presenti chiedono il coraggio di risposte concrete che non mortifichino la solidarietà con chi è in difficoltà». «L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata. Non ci sono farmaci che vanno bene per tutti. Noi abbiamo il Vangelo, che ci spinge non a fare discorsi, ma a chinarci su chi soffre. E a guardare tutto e tutti non da destra, non da sinistra e nemmeno dal centro. Guardare tutti e tutto un po’ dall’alto. Dall’alto della Croce. Con lo sguardo di Cristo. Non con polemica, ma con misericordia». Infine, un ultimo appello: «A chi trasforma il tema dei migranti in uno scontro ideologico noi indichiamo il magistero di papa Leone XIV: “Cari migranti, prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli. Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare”», disse il Pontefice l’11 giugno 2026.
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