Dare voce a questi giovani significa dare loro il voto
La frattura generazionale impoverisce i ragazzi e le loro istanze, riducendone il peso politico. L'idea del voto fiduciario ai minori fino ai 15 anni, poi la scheda direttamente a loro

«Ma che futuro ci stanno dando?». Lo chiede M., diciotto anni, di Gratosoglio, a un cronista che lo intervista (qui) dopo il corteo del 17 ottobre che ha messo a ferro e fuoco il centro di Milano. Un altro ragazzo, quattordici anni, ammette che «una parte di noi è scesa anche per noia». Tra la domanda sul futuro e la noia sta tutto lo smarrimento con cui noi adulti abbiamo guardato le vetrine infrante di questi giorni. Gli adulti, del resto, si sono divisi in due campi. Da una parte chi non vede alcuna proposta politica: solo “maranza” che vogliono spaccare, vuoto di valori, disagio, invidia sociale. Dall’altra chi una piattaforma politica gliela confeziona su misura, leggendola però con le lenti di sempre: i poveri contro i ricchi, il conflitto di classe. Ma per un conflitto nuovo, forse, servono lenti nuove. La diseguaglianza è sempre una questione di poveri e di ricchi, ma un tempo quella linea coincideva con altre ben riconoscibili: periferia e centro, Sud e Nord, operai e borghesia. Oggi la faglia più profonda corre altrove: separa i giovani dagli anziani.
È una questione di giustizia intergenerazionale: ogni generazione dovrebbe avere opportunità paragonabili a quelle di chi l’ha preceduta. I numeri della Banca d’Italia dicono che non è così. Nel 1991 le famiglie con capofamiglia sotto i 36 anni detenevano il 13 per cento della ricchezza degli italiani; nel 2022 il 4. Quelle con capofamiglia ultrasessantacinquenne sono passate dal 16 al 32 per cento. Non è solo demografia: anche a parità di peso, le famiglie giovani si sono impoverite e quelle anziane arricchite. E la spesa pubblica asseconda il fenomeno: nel 2013 Pieter Vanhuysse calcolava che l’Italia spendesse quasi sette volte tanto per ogni anziano quanto per ogni non anziano, contro le quattro volte della Germania e più dello stesso Giappone, il Paese più vecchio del mondo. Intanto ogni bambino italiano nasce con oltre 450 mila euro di debito pubblico sulle spalle.
Ne nasce un circolo vizioso. Con 1,14 figli per donna l’Italia vive un inverno demografico senza fine: meno figli significa meno giovani elettori, una spesa sempre più orientata agli anziani e, di nuovo, meno condizioni per mettere al mondo dei figli. E chi nasce, sempre più solo a portare il fardello, guarda al futuro come a una stanza buia. «Che senso ha che andrò a lavorare per non riuscire a vivere?», si chiede ancora M. Forse è anche da qui, inconsapevolmente, che viene la rabbia cieca di questi giorni. Niente giustifica una vetrina rotta o un agente ferito, sia chiaro. Ma spiegare non è giustificare. Qualcosa si è mosso: l’interesse delle future generazioni è entrato in Costituzione e dal 2025 le leggi devono passare una valutazione di impatto generazionale, sul modello di Francia e Germania. Strumenti preziosi, da attuare sul serio. Ma a decidere che cosa sia bene per i giovani restano, ancora una volta, gli adulti. È ora di finirla con il paternalismo. La politica insegue l’elettore mediano, che in Italia ha 52 anni ed è a una dozzina d’anni dalla pensione: non stupisce che alla vigilia di un anno elettorale si discuta di uscite anticipate e di minime da alzare. Chi, a quel tavolo, parla per un sedicenne di Gratosoglio? Dare il voto ai giovani non serve tanto a farli sentire partecipi, quanto a costringere i partiti a occuparsi di loro nei fatti e non solo a parole. Del resto, come hanno mostrato Daron Acemoglu e James Robinson, premi Nobel per l’economia nel 2024, in Occidente il suffragio si è quasi sempre esteso proprio nei momenti di crisi e di disordine: alla borghesia, poi a tutti gli uomini, poi alle donne. All’appello mancano ancora i minori.
Due le proposte da discutere. La prima, già ospitata su queste colonne, è il voto fiduciario dei minori, o voto Demeny: i genitori votano per i figli fino ai quindici anni, poi il ragazzo vota da sé. Paternalismo sotto altra veste? No: il voto è del figlio, il genitore lo amministra pro tempore ed in sua vece e glielo può restituire non appena il ragazzo è in grado di esercitarlo da solo – spesso ben prima dei 18 anni. IN questo modo il baricentro elettorale si sposta verso chi ha un orizzonte più lungo. La seconda proposta, più radicale, pesa ciascun voto per gli anni di vita attesi: quello di un diciottenne varrebbe circa sei volte quello di un ottantenne. Il filosofo Philippe Van Parijs, in un saggio del 1998 dal titolo volutamente provocatorio, «La privazione del voto degli anziani», l’ha discussa sul serio. Molti la troveranno inaccettabile, ed è comprensibile. Ma chi si scandalizza per un voto che vale un sesto dovrebbe scandalizzarsi ancora di più per un voto che oggi, per milioni di minorenni, vale zero.
M. chiedeva che futuro gli stiamo dando. La risposta migliore dovrebbe passare dallo smettere di decidere per lui e dal cominciare a decidere con lui, prima che quella voce se la prenda da solo, nel modo peggiore. Proposte radicali, certo. Ma da discutere, anche e soprattutto con i ragazzi stessi.
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