Tutto il mondo va alle urne, la democrazia si sveglia. Un messaggio a tutti gli autocrati

Stati Uniti e Brasile, Serbia e Israele, e nei prossimi mesi appuntamenti elettorali un po’ dovunque. Chiunque vinca, è un’ondata di popoli che possono riprendere in mano il loro destino partecipando e non stando a guardare
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October 28, 2026
Tutto il mondo va alle urne, la democrazia si sveglia. Un messaggio a tutti gli autocrati
Un'anziana donna drusa vota in un seggio del villaggio di Daliyat al-Carmel, nel Nord di Israele / Reuters
Due entità, l’una contro l’altra armata, si affrontano in questi giorni sul palcoscenico del mondo. La sorprendente vittoria di Lula in Brasile, la sconfitta di Vucic in Serbia, il referendum elettorale su Netanyahu in Israele, il voto di Midterm in America, le tante urne aperte in ogni parte del globo e quelle che si apriranno tra breve offrono un messaggio inequivocabile: quale che ne sia l’esito, stiamo assistendo all’impensata rivincita dei sistemi democratici sui cancelli chiusi delle autocrazie. Una battaglia fra la promessa di un futuro che parte dal basso, dalla gente, dai giovani e si scontra con il nichilismo che avvolge vaste zone buie del mondo.
Al di là della retorica e di un imprudente e prematuro trionfalismo, l’onda impetuosa del voto popolare risveglia per un istante la coscienza delle nostre radici e insieme la conferma che in questo passaggio chiave si sta giocando il futuro dell’Europa, dell’Occidente, delle regole su cui ha edificato la sua balance of power da quando le monarchie assolute hanno ceduto il passo alla democrazia parlamentare.
Si vota e si va a votare perché questo è il senso e la missione della democrazia: partecipare, non subire. L’esatto opposto di ciò che le autocrazie mondiali – in allarmante crescita da quando si è affievolito il senso della Storia e del valore della partecipazione – tendono a vietare, manipolare, manomettere a misura della conservazione del proprio potere.
Il fantasma che sorregge autocrati e sovranisti accecati da un cupio dissolvi che vorrebbe eliminare i meccanismi di controllo e salvaguardia della civiltà in cui siamo cresciuti e da cui proveniamo è il nichilismo. Male diffuso e purtroppo provvisto di una sua accecante seduzione per coloro che non ne avvertono il pericolo.
Eppure la memoria del passato dovrebbe soccorrerci.
Il primo nichilista della storia è una figura letteraria, ovvero il giovane studente di medicina Evgenij Bazarov, protagonista del romanzo di Ivan Turgenev Padri e figli, pubblicato nel 1862 sulla rivista Ruskij vestnik. La definizione che ne dà Turgenev è esemplare: «Un nichilista è un uomo che non si inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato». Ci ricorda qualcuno?
Sebbene le radici del nichilismo affondassero nella notte dei tempi del pensiero – da Gorgia, a Qohelet, fino all’ultimo Kant, a Schopenhauer, alla crisi dell’Illuminismo, a Nietzsche –,la culla del nichilismo è stata in larga misura la Russia, e da lì viene quel termine, del quale si appropriarono il movimento anarchico e Michail Bakunin.
Ma spaccare le vetrine, incendiare i cassonetti, mettere a ferro e fuoco le vie e le piazze della città non sono la risposta al disagio e alle ingiustizie che un’immensa platea di giovani ha subito nella colpevole dimenticanza della politica. Questo è solo il velo del nichilismo che giova a chi il potere intende mantenerlo con la forza e con la repressione. Presentarsi in massa alle urne, quale che ne sia l’esito, ha effetti comunque salutari, perché riporta l’uomo alla sua dimensione politica, quella vera, quella necessaria perché una democrazia possa continuare a funzionare. Per questo i satrapi e gli autocrati russi, cinesi, turchi, nordcoreani, nicaraguegni, libici, egiziani – e non scordiamoci del “satrapo in chief”, quel Donald Trump ormai convertito al meccanismo nichilistico della democrazia calata dall’alto – tremano regolarmente quando si aprono le urne: qualcosa potrebbe scappar loro di mano. Magari potrebbero perfino perdere. E loro lo sanno fin troppo bene.

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