Non solo modernismo. Buonaiuti, prete e caso diplomatico
Una ricerca condotta da Federico Ferrari tra lettere e archivi permette di vedere il sacerdote scomunicato come multiforme uomo di fede. E documenta come divenne “merce di scambio” prima e dopo il Concordato

Prosegue l'interesse per la figura di Ernesto Buonaiuti. All’opera e alla memoria del prete scomunicato per la sua posizione modernista, personalità rilevante della cultura del nostro ‘900, viene dedicato a Milano un doppio convegno dal titolo. “Buonaiuti, il cristianesimo e le Chiese un secolo dopo”. Si comincia oggi (ore 17,30) nel Salone degli Archi presso la chiesa di Santa Maria Incoronata (Corso Garibaldi 116), appuntamento promosso da “Noi Siamo Chiesa” al quale parteciperanno numerosi studiosi. Il secondo incontro, promosso nella stessa sede dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, dalla Statale di Milano e dalla Fondazione Romolo Murri si svolgerà il 4 novembre (dalle ore 15,45). Nell'occasione saranno presentati e discussi diversi volumi: dalle riedizioni di Il modernismo cattolico (Il Segno dei Gabrielli, pagine 240, euro 18,00; a cura di Pietro Urcioli) e di Annibale Zambarbieri, Cattolicesimo tra crisi e rinnovamento. Ernesto Buonaiuti ed Enrico Rosa nella prima fase della polemica modernista (Morcelliana, pagine 496, euro 37,00; a cura di Francesco Mores), fino all'inedito di Buonaiuti Introduzione alla scienza storica (Morcelliana pagine 176, euro 15,00; in uscita dopodomani) e al saggio Tra fede e disciplina. Ernesto Buonaiuti, la Chiesa romana e l’università (Viella, pagine 504, euro 39,00 di Federico Ferrari, che viene qui recensito.
Al centro dell’interesse di non pochi storici che, dagli anni ’60 ad oggi, ne hanno approfondito capitoli della vicenda umana e intellettuale (Fausto Parente, Lorenzo Bedeschi, Pietro Scoppola Annibale Zambarbieri, Michele Ranchetti, Francesco Mores), la figura e il pensiero di Ernesto Buonaiuti trovano ora un interprete rigoroso in Federico Ferrari, ricercatore presso l’ Università Johannes Gutenberg di Magonza, che al sacerdote-professore scomunicato vitando aveva già dedicato il suo dottorato all’Università Cattolica.
Nelle pagine del suo nuovo libro, Tra fede e disciplina. Ernesto Buonaiuti, la Chiesa romana e l’università, l’autore, lasciando forse insoddisfatti gli ammiratori senza riserve del prete romano, e, certamente, i nostalgici delle scomuniche, è infatti riuscito in una non facile impresa. Ovvero fare davvero luce su una vita complessa segnata da una riflessione quarantennale non senza aporie, presentandone diversi elementi: l’affascinante profilo, la multiforme personalità, le analisi confluite negli scritti, la reale influenza, il ruolo nella Chiesa e nella cultura del ’900, non dimenticando il rapporto con i suoi delatori e inquisitori, ma anche gli amici, di qua e di là del Tevere, non scevro di conseguenze sul lavoro intellettuale.
Questo risultato ha consentito a Ferrari di non ridurre don Ernesto esclusivamente al capofila senza pace del modernismo italiano, e neppure al profeta eretico incompreso, colpito – com’è noto – nel 1921 da una prima scomunica e sospensione a divinis (l’«amarissimo provvedimento» che lo mise «bruscamente fuori dal sacro recinto»), quindi nel 1926 dalla condanna maggiore di scomunicato vitando (da lui definita «soffocamento della mia migliore forma di proselitismo inenarrabile»).
Un esito che l’autore ha raggiunto valorizzando parecchi carteggi buonaiutiani – con Giorgio La Piana , Guido Cagnola, Remo Missir, Arturo Carlo Jemolo, Luigi Salvatorelli, Lydia von Auw, Joseph Schnitzer, Olga Fröbe-Kapteyn, Valeria Pignetti, Walter Lowrie – e scandagliando vari archivi, in primis i fondi vaticani inerenti l’attività dell’ex Sant’Uffizio, che – come scriveva don Giuseppe De Luca al segretario di Giovanni XXIII, monsignor Loris Capovilla – era “pieno” di Buonaiuti.
L’esplorazione di queste fonti ha permesso di verificare le oscillazioni di giudizio dei Papi (da Pio X e Benedetto XV, a Pio XI e Pio XII) e dei loro collaboratori (intransigenti o moderati) alla prese con il caso di don Ernesto (più volte sollecitato alla sottomissione in vari modi), ma pure di acquisire nuove informazioni sull’utilizzo del sacerdote scomunicato come “merce di scambio” nelle trattative preconcordatarie e dopo i Patti Lateranensi. Non solo. Il libro offre nuove prove dell’accoglienza, da parte del regime fascista e dei successivi governi democristiani, dei desiderata vaticani circa la cattedra di Storia del cristianesimo all’Università di Roma. Un incarico oggetto di infinite traversie qui ben ricostruite. Che videro prima l’allontanamento definitivo di Buonaiuti nel 1931, dopo il suo rifiuto di giurare fedeltà al regime «a norma delle precise prescrizioni evangeliche» (ma fu un difficile gioco d’equilibrismo e di distinzione dei piani, come nota Ferrari, o un’adesione totale alle posizioni di Pio XI sul rapporto Chiesa-società come ha suggerito Francesco Mores?). E, in seguito, la successione dell’allievo e amico ebreo battezzato, Alberto Pincherle, essendosi sperimentata ogni mossa per impedire il ritorno del “prete scomunicato” alla Sapienza, vista la scelta del governo di evitare un conflitto diplomatico con la Santa Sede che aveva posto il veto.
Nonostante infinite vicissitudini e censure causa di tanta sofferenza, ciò che Ferrari conferma è pure l’attaccamento viscerale di Buonaiuti – studioso indefesso votato alla docenza e al confronto con gli spiriti liberi, nonché agitatore di idee e disturbatore di coscienze – alla stessa Chiesa divinamente fondata che al contempo contestava ed amava, al suo essere prete cattolico. Qualcosa ben palesato già nel memoriale autobiografico Il pellegrino di Roma (al quale Ferrari ricorre con parsimonia), ma qui avvalorato da nuove testimonianze. Un dato non indifferente nella valutazione, su queste premesse, della sua opera sotto il profilo scientifico.
Aveva ragione Levi Della Vida, rispondendo ad Uberto Pestalozza, ad osservare: «Buonaiuti va giudicato, non alla stregua delle sue dottrine, ma a quella della sua irrompente religiosità»? Di certo quanto fosse drammaticamente complessa in lui la coesistenza del sacerdote e dello scienziato palesata da tanti scritti in cui l’attenzione alla storia insiste a rintracciare idee di riforma ecclesiale, l’aveva già confidato in una lettera ad un altro prete pieno di riserve sulla sua “operosità scientifica”.
Il 27 agosto 1925 così Buonaiuti si giustificava con don Giuseppe de Luca ricorrendo a parole per alcuni rivelatrici di un limite, per altri della sua cifra più intima: «Ma perché non ti domandi se per caso la mia produzione critica non lascia qualcosa a desiderare proprio perché vi porto quella tale anima sacerdotale, che tu riconosci e ami – ed io te ne sono tanto grato – in me? O rovesciando la osservazione, tu che ami lo spirito sacerdotale sopra ogni altra cosa, non ti accorgi che tendi ad eliminarlo da lavoro scientifico, quale tu l’intendi [...]? Non sono contraddittori i tuoi giudizi e le tue idealità, i tuoi apprezzamenti e la pratica del tuo lavoro? E della tua contraddizione non è responsabile la tua sacra paura di incorrere nel ginepraio del modernismo?”». E aggiungeva «Se tu, dicendo tutto il male che vorrai di me, concluderai solo che la coscienza del mio sacerdozio è viva, terribilmente, tragicamente viva nella mia anima, io te ne sarò eternamente grato».
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