In Ucraina una piccola tregua che indica una strada all’Europa

A Oleshky l’appello di Leone XIV ha aperto uno spazio umanitario. Per fermare la guerra servono la difesa di Kiev, un vero negoziato e poi garanzie verificabili
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October 28, 2026
In Ucraina una piccola tregua che indica una strada all’Europa
Una vista satellitare di Oleshky, nella regione di Kherson, territorio ucraino controllato dai russi/ REUTERS
In Ucraina, dove non è riuscita la diplomazia dei leader politici, è riuscita l’iniziativa promossa da papa Leone che, proprio ieri, ha rilanciato il grande tema della pace nell’intervento per i 40 anni della Grande preghiera ad Assisi voluta da San Giovanni Paolo II. Una minitregua umanitaria per la città di Oleshky è in vigore, infatti, grazie all’appello del Pontefice e alle spinte alla moderazione, tra cui quella di Melania Trump. Si potranno così assistere ed evacuare gli abitanti intrappolati in una delle numerose località martiri del Paese. Il tentativo del presidente americano di ancorare alle esigenze energetiche americane un parziale stop dei bombardamenti contro le infrastrutture è invece fallito, malgrado le controverse concessioni fatte a Putin in tema di sanzioni petrolifere. Non sono elementi che si possono trascurare, se si vuole ragionare seriamente di trattative di pace per una guerra che dura da 1.708 giorni e ogni notte vede un’escalation di dolore e distruzione. Inutile pure nascondersi che Mosca non sembra avere alcun interesse a colloqui che non portino agli obiettivi più volte ribaditi, sostanzialmente una capitolazione di Kiev mascherata da vaghe rassicurazioni. Come muoversi allora? Velleitario suggerire strategie precise. Utile forse comprendere perché siano finiti in un vicolo cieco i tentativi esperiti finora.
L’Amministrazione americana ha provato a smuovere lo stallo dal 2025 con un approccio congeniale all’attuale capo della Casa Bianca, ovvero la tattica del “cane pazzo”. Se un attore si mostra irrazionale e imprevedibile, minacciando di compiere azioni estreme senza preavviso, l’interlocutore può essere spiazzato e indotto a cedere almeno su alcuni punti. Non si tratta di un’intuizione di Trump, bensì una procedura discussa nel secolo scorso dagli studiosi della deterrenza, che ne avevano anche evidenziato i limiti. Quando diventa chiaro che la controparte è inaffidabile, si riduce l’interesse a stipulare un accordo, perché non si può fare conto che il “cane pazzo” mantenga la parola data. Peraltro, i mediatori incaricati dalla Casa Bianca si stanno rivelando inadeguati al compito. E non aiutano dichiarazioni come quella di Steve Witkoff, che recentemente ha lodato il capo del Cremlino quale leader “compassionevole” dopo la liberazione di un prigioniero americano.
Anche la Cina ha provato a compiere qualche mossa di facciata, ma risulta evidente che Pechino – legata a Mosca da una forte cooperazione strategica – non è una parte terza, malgrado abbia proposto mediazioni e una lista di punti da cui partire per assicurare quella pace giusta e duratura che dovrebbe essere l’obiettivo urgente e condiviso. E non va dimenticato che una pace giusta e duratura non può prescindere dalla constatazione che è stata la Russia a invadere l’Ucraina in violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale, senza alcuna giustificazione. Resta quindi l’Europa, che oggi sostiene la gran parte dello sforzo difensivo di Kiev e che, paradossalmente, non riesce a inserirsi nei tavoli che si tenta di aprire. Molti sostengono che Bruxelles non sia abbastanza determinata nel volere raggiungere un cessate il fuoco o che non abbia la capacità di coordinare le sue diverse anime esprimendo un unico mediatore autorevole ed efficace. C’è qualche verità in queste critiche. Il maggior ostacolo, tuttavia, pare risiedere a Mosca, che ha lo scopo di vincere un conflitto in cui ha gettato vite e denaro senza risparmio e che pertanto vede oggi, quasi cinque anni dopo, la Ue come il principale impedimento a ottenere il risultato che sperava di raggiungere in poche settimane.
Qual è lo scenario che si prospetta? La Russia, di fronte all’evidente difficoltà di avanzare speditamente nel Donbass, spinge sul terrorismo ai danni dei civili, per renderne sempre più insopportabile la vita, soprattutto nell’inverno entrante, e accelerare una sostanziale resa del governo Zelensky. Con un appoggio militare europeo ridotto, Kiev rischia di vedere aumentare vittime e sofferenze e dovrà forse capitolare qualora Putin non si faccia scrupoli negli attacchi indiscriminati. Un’Unione divisa e incerta rappresenta esattamente quello che il Cremlino desidera. I partiti politici nei principali Paesi Ue che insistono per rivedere o sospendere le forniture all’Ucraina, anche se in buona fede per la causa della pace, finiscono con l’indebolire proprio la posizione negoziale della Ue. Un inviato dei 27 che potesse prospettare un rafforzamento concreto della difesa antiaerea e antimissile ucraina avrebbe uno strumento in più per negoziare: ridurre l’efficacia dei raid sulle città significa rendere meno conveniente per Mosca proseguire la guerra.
Nel frattempo, la Russia non può che tifare attivamente per le divisioni continentali, attraverso la guerra ibrida e l’involontario contributo di chi si aspetta miracolose soluzioni da un semplice disimpegno unilaterale. Quello che Volodymyr Zelensky ha fatto balenare come incubo per l’Europa in caso di “tradimento” del suo Paese – 20 milioni di profughi diretti a Ovest – può essere ribaltato in un altro elemento da mettere al centro dei negoziati: la Russia vuole davvero conquistare un territorio distrutto, contaminato e spopolato? Accanto ai costi di un conflitto infinito, occorre rendere riconoscibili i vantaggi di un accordo rispettato: una possibile e graduale normalizzazione economica, soprattutto sul piano energetico e dei fondi all’estero congelati, subordinata a impegni concreti e verificabili.
Gli incentivi materiali, tuttavia, possono non bastare se il Cremlino continua a privilegiare le finalità simboliche e strategiche dell’invasione. La fantasia diplomatica deve essere pertanto esercitata anche in direzioni inesplorate: ogni possibilità di interrompere la carneficina su entrambi i lati del fronte va perseguita. Il realismo sulla determinazione e inaffidabilità del Cremlino dovrebbe quindi accompagnarsi alla responsabilità di cercare ogni spazio politico, senza delegare agli ucraini il costo umano della sicurezza europea. La tregua umanitaria a Oleshky mostra che anche un risultato circoscritto può salvare vite. È necessario che l’Europa lavori in stretta collaborazione con Kiev perché questi spazi si allarghino, tenendo insieme protezione degli aggrediti, disponibilità al negoziato e garanzie verificabili per ogni sperabile passo avanti concordato.

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