Il carcere raccontato da chi lo vive. Seduti a cena, come vecchi amici

Cinque testimoni si alternano tra le portate: una persona in misura alternativa, un’operatrice teatrale, un’assistente sociale e chi accompagna le persone nei percorsi di formazione, uscita e riparazione
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October 27, 2026
Il carcere raccontato da chi lo vive. Seduti a cena, come vecchi amici
Uno dei momenti dell'iniziativa delle Acli di Bergamo «Molte Fedi sotto lo stesso cielo»
Una sera a cena insieme, a tavola con ospiti speciali che, a ogni nuova portata, cambiano di posto, spostandosi per la sala. Dall’antipasto al caffè, cinque testimoni diretti di cosa significhi oggi vivere e lavorare dentro un carcere si alternano ai tavoli. L’iniziativa fa parte della rassegna delle Acli di Bergamo «Molte Fedi sotto lo stesso cielo» ed è organizzata con il Circolino Cooperativa Città Alta, l’Associazione Carcere e Territorio e Unlock.
«Il primo giorno, quando sono entrato, è stato strano», spiega V. a uno dei tavoli. Da poco beneficia di una misura alternativa alla detenzione, dopo dieci anni trascorsi in un istituto penitenziario. «Ero un ragazzo di 22 anni, non avevo nessuno in Italia, non parlavo italiano. Nelle ore d’aria speravo di trovare qualcuno che parlasse la mia lingua». Un commensale gli chiede del tempo vissuto nella cella. «È fermo, nel senso che non passa, ma dipende da te. C’è chi si gestisce meglio e chi non ci riesce». Parla del frastuono costante, del rumore di chiavi e cancellate e dei litigi, perché «là dentro ogni cosa è amplificata, con la testa che ha mille pensieri». Accenna agli psicofarmaci, prescritti in grandi quantità, e sorprende i presenti parlando delle spese di mantenimento in carcere, il rimborso dovuto dal detenuto allo Stato per la permanenza in detenzione: «Tra i 108 e i 112 euro al mese. Se lavori all’interno, te li trattengono direttamente». Ora un quinto del suo stipendio va all’Agenzia delle Entrate per pagare quel debito.
Una cena speciale per raccontare la vita dentro al carcere
Una cena speciale per raccontare la vita dentro al carcere
Non ha esitazioni quando gli si domanda che cosa abbia fatto la differenza nel suo percorso di crescita. «Ad aiutarmi è stata questa», dice, appoggiando l’indice su una rivista al centro del tavolo. «È prodotta dal laboratorio di scrittura, i testi sono dei detenuti. Questa attività, come quella teatrale, tira fuori parti di te di cui non hai mai parlato con nessuno. Ha cambiato il modo in cui vedo le cose».
Viene servito il primo piatto e, al posto di V., si siede Carla, operatrice di teatro sociale nelle carceri bresciane. «L’obiettivo non è la performance in sé, ma il percorso che si fa. Il teatro è uno strumento per lavorare sulle emozioni e sulle relazioni, uno spazio in cui le persone rileggono l’accaduto», riflette. Poi riferisce che a emergere spesso sono i temi dei rapporti interrotti dalla detenzione, soprattutto con i figli, e le tante domande che tormentano tutti: «Se in quel momento mi fossi fermato? Se ci avessi pensato?». Racconta di spettacoli rappresentati in teatri fuori dal carcere e un commensale le chiede se non abbia paura che qualcuno scappi. «Nessuno ne ha mai approfittato. Chi decide di fare un percorso così sta già provando a guardare da un’altra parte. Io sono sempre serena quando usciamo».
Al tavolo è il turno di Lucia, assistente sociale da trent’anni dell’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) del Ministero della Giustizia. «Fuori abbiamo un’attività che è ormai molto più impegnativa rispetto a quella interna e, per fortuna, aggiungo io, perché sempre più misure vengono gestite a casa, in comunità o in housing», spiega. «Ora abbiamo in carico 2.500 persone, di cui circa 130 si trovano in carcere. Dagli anni ’90 sono nati istituti giuridici che hanno spostato l’asse all’esterno, per ridurre le presenze negli istituti, anche se oggi le carceri scoppiano ugualmente».
Viene servito il dolce e arriva Giorgio, che a Bergamo dà una mano al corso di sartoria: «I laboratori di cucito e di montaggio, insieme al forno, sono occasioni per uscire dalla condizione dello stare sempre stesi in branda, con il pensiero fisso della fine della pena o di quello che dirà l’avvocato». Al termine prende la parola Giulia, agente di rete per il supporto a chi lascia la detenzione e cerca casa e lavoro, ma anche mediatrice penale nell’ambito della giustizia riparativa, nel delicato processo di dialogo tra l’autore di un reato e la vittima. «Ciò non vuol dire necessariamente fare pace, ma ragionare insieme su quello che è successo», chiarisce. «Cioè domandarsi che cosa significhi essere stati vittima di quel reato e che cosa sia avvenuto, mentre lo commetteva, nella persona che ne è stata l’autrice. Questo produce una trasformazione, offre un punto di vista diverso dal proprio e cambia il paesaggio interiore».
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