Cemento record anche nelle aree più a rischio
Ogni giorno 280mila metri quadrati di suolo cancellati. Ad incidere sul consumo ci sono anche i data center. L’urbanista Pileri: l’uomo continua a pensare di dominare la natura

si continua a consumare suolo e lo si fa sempre di più. A soli pochi giorni dall’anniversario dell’ alluvione di Firenze, dalla quale sono passati ben 60 anni, poco o nulla è servito da lezione per la politica del territorio. Non sono bastate frane, alluvioni, morti e feriti. L’ultimo rapporto sul consumo di suolo non lascia dubbi: si continua a costruire e ad occupare spazi. E lo si è fatto ancora di più negli ultimi 24 mesi: il consumo di suolo nel 2025 segna il record e avanza di altri 102 km quadrati a un ritmo superiore a 3 metri quadri al secondo, pari a oltre 280mila metri quadrati al giorno. Sono alcuni dei risultati contenuti nell’edizione 2026 del Rapporto sul Consumo di suolo in Italia, il lavoro, curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa).
E tra gli ambientalisti e chi si occupa di territorio c’è la corsa a capire cosa può essere successo, al di là di “politiche del territorio colabrodo”. Sicuramente le Olimpiadi invernali di Milano e Cortina hanno fatto la differenza, con foreste di larici abattute per far spazio alla tanto raccontata pista da bob di Cortina, o lo studentato di MIlano, ex villaggio olimpico, sull’area dell’ex Scalo Ferroviario di Porta Romana. Eppoi ci sono i data center: sorti come funghi negli ultimi anni. E tanta edilizia civile, che non riesce però a rispondere alla tanta fame di case concentrata soprattutto nei grandi centri urbani.
«La crescita del consumo di suolo torna ad essere un allarme ambientale, e l’Italia si allontana sempre di più dal target “zero consumo netto di suolo”» attacca Legambiente.
Il rapporto Ispra rileva anche la forte crescita avvenuta per le superfici territoriali dedicate ad impianti fotovoltaici a terra, con concentrazioni particolarmente elevate nell’Alto Lazio e nella Sicilia Orientale. Si tratta, sottolinea Legambiente, «di consumi di suolo “reversibili”, perché interessati da installazioni che a fine vita potranno essere smontate e asportate, per le quali dunque, più che di suolo “consumato”, bisogna parlare di suolo “prestato” ad uso energetico. «La legislatura che si sta concludendo - commenta Stefano Ciafani, presidente dell’associazione ambientalista - si è distinta per l’approvazione del decreto agricoltura che ha vietato il fotovoltaico a terra che, come è noto, usa il suolo e non lo consuma, mentre i nuovi data center e poli logistici, le nuove infrastrutture autostradali, aree residenziali o produttive si possono tranquillamente realizzare sulle aree agricole che, in questi casi, saranno perse per sempre».
Ma la cosa che fa più rabbia è il consumo di suolo nelle aree che sono più a rischio, come quelle alluvionabili e franose. «Per quanto riguarda le prime - dice Paolo Pileri, urbanista e docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano - Le Regioni leader di cemento in queste aree sono Sicilia (294 ettari), Emilia-Romagna (261) e Toscana (161)». Come se non bastasse, continuano le cementificazioni anche addossate al mare: entro 300 metri dalla costa sono stati consumati altri 131 ettari. La maggior parte in Sardegna (43), in Puglia (23) e in Sicilia (16). «Anche qui dobbiamo concludere amaramente che il grido di dolore del ciclone Harry non è servito a nulla. Imperterriti, si continua ad abusare delle coste anziché liberarle e renderle più resilienti». «Il consumo di suolo nelle aree fragili è una sorta di disastro organizzato, è gravissimo - conclude Pileri - è la cocciutaggine dell’uomo che continua a pensare di dominare la natura, è follia».
Ma invertire la rotta, sottolineano i ricercatori di Ispra, «è possibile». Il rapporto infatti quest’anno non misura soltanto il fenomeno, ma rende disponibile anche una prima mappatura nazionale di suolo potenzialmente recuperabile.
Sono oltre 2.100 km quadrati le superfici disponibili in Italia per iniziare a recuperare terreno, realizzare nuovi spazi verdi urbani, depavimentare e limitare il consumo di suolo. La mappatura individua le opportunità sul territorio nazionale che comprendono anche 3.281 km² di superfici potenzialmente utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 km² di tetti utilizzabili per l’installazione di impianti fotovoltaici. A queste si aggiungono quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate che possono essere recuperate e riutilizzate.
Le aree pubbliche urbane idonee al ripristino superano complessivamente i 35mila ettari con le maggiori estensioni nel Lazio, in Lombardia e in Veneto. Tra i comuni il primato spetta alla città di Roma.
«Oggi la conoscenza ambientale non serve solo a descrivere i problemi, ma a costruire le soluzioni» spiega Maria Alessandra Gallone presidente Ispra-Snpa.
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