A Nablus, dove la rappresaglia di Tel Aviv continua. «Qui le cose non cambieranno»

di Luca Foschi, Ramallah
L'operazione lanciata da Netanyahu venerdì dopo l'uccisione di due soldati israeliani ha preso di mira tutti i simboli palestinesi e non si è fermata neppure nel giorno elettorale. Gli attivisti: qualcuno ponga fine a questa spietata punizione collettiva
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October 28, 2026
A Nablus, dove la rappresaglia di Tel Aviv continua. «Qui le cose non cambieranno»
Controlli delle forze militari israeliane a Nablus / Ansa
Quando alle 7 del mattino i primi votanti israeliani hanno inserito le schede nelle urne, i soldati dell’Idf erano impegnati da diverse ore in una operazione nell’area di Nablus, città della Cisgiordania settentrionale. Qui, hanno confermato fonti militari, oltre a perquisire case ed effettuare arresti, come da prassi, le truppe dell’esercito, accompagnate dallo Shin Bet e dalla polizia di frontiera, hanno portato avanti una campagna di distruzione di «diversi monumenti che glorificano palestinesi in azioni terroristiche». Nel villaggio di Madama i soldati hanno demolito una stele che nel mese di agosto era già stata oggetto di picconate da parte del parlamentare Zvi Sukkot, appartenente al partito Sionismo religioso guidato Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e plenipotenziario per gli affari infrastrutturali in Cisgiordania. Altri 10 monumenti sono stati abbattuti nei villaggi di Rujeib, Azmut, Beit Furik e Irak Burin.
«Spero che si tratti dell’ultimo colpo di coda prima di un cambiamento», dice ad Avvenire Ahmad, giovane traduttore di Sa-Nur, villaggio situato a nord-est di Nablus, nella cui area questa estate sono stati ripopolati gli insediamenti di Ganim, Kadim e dell’omonimo Sa-Nur, evacuati durante il piano di disimpegno voluto dall’allora premier israeliano ed ex-generale Ariel Sharon.
L’operazione di Nablus fa parte del vasto dispiegamento di forze ordinato dal primo ministro Netanyahu in seguito all’uccisione di due soldati, avvenuta venerdì 23 ottobre in un check-point alle porte di Hebron, trasformato subito nel simbolo della rappresaglia israeliana. L’assedio pressoché totale della città, la più popolosa della Cisgiordania, va avanti ormai da oltre quattro giorni. Secondo l’ultimo comunicato della Commissione di sostegno e soccorso di Hebron, lunedì sera il numero degli sfollati è salito a 3.971, appartenenti a 619 famiglie che hanno trovato riparo presso le strutture allestite dalla municipalità o nelle case dei parenti. Decine le costruzioni demolite nei quartieri di Deir Bahha e Jalda, dai quali provenivano i due attentatori, Mohammad e Firas al-Jabaa. Ieri i lacrimogeni esplosi dai soldati israeliani intorno all’ospedale di Al-Ahli hanno penetrato la struttura creando panico fra i degenti.
«È una spietata punizione collettiva, l’ennesimo esempio di un metodo che va avanti da oltre tre anni ormai. Non ho fiducia nell’esito delle elezioni israeliane, credo che lo schema di fondo non muterà. Spero tuttavia che vinca l’opposizione, perché ci sia un miglioramento, anche minimo, in Cisgiordania e a Gaza. In modi diversi la situazione è diventata intollerabile», denuncia Asma, attivista di Hebron. L’operazione, ha riportato l’emittente israeliana Kan, è stata insieme al piano di attacco all’Iran uno dei punti di attrito fra Netanyahu e il capo di Stato maggiore Eylan Zamir, che contro il volere del primo ministro avrebbe voluto dichiarare l’operazione conclusa già sabato. Secondo le fonti militari ascoltate da Kan le 500 perquisizioni effettuate avrebbero consegnato all’Idf appena due fucili.
A descrivere quanto sia cruciale l’esito delle elezioni israeliane per il destino della Cisgiordania, e forse dell’idea stessa di Palestina, il silenzio dell’Autorità Palestinese, che certo non può augurarsi il rinnovo di un esecutivo Netanyahu in cui il ministero della Difesa potrebbe andare a Itamar Ben-Gvir, l’attuale ministro della Sicurezza, leader di Potere Ebraico e volto del colonialismo più radicale e violento. A declinare il silenzio politico è Muawad, proprietario di un ristorante al centro di Ramallah, il cui cielo negli ultimi giorni è stato attraversato dal ronzio dei droni: Non voglio altro che Netanyahu e la sua coalizione vengano sconfitti da Eisenkot. Forse il cambiamento non sarebbe così importante, ma potremmo ricominciare a sperare».
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