«Grande Israele, così il progetto suprematista ha tradito la vera storia ebraica»
Per Anna Foa, «la presenza palestinese è ormai ridotta a una condizione di apartheid e configura un'idea di Paese votato alla guerra e non alla pace. È in atto una convergenza senza precedenti tra minoranze ideologico-religiose e potere globale»

Un voto, quello di ieri, che si inserisce in un travaglio culturale sull’identità stessa di Israele. Anna Foa, storica e voce critica dell’ebraismo italiano – da pochi mesi è in libreria il suo ultimo saggio “Mai più” (Laterza) – tratteggia per Avvenire un quadro generale.
Professoressa Foa, l’attuale scenario bellico mediorientale è ormai dominato dalla visione nazionalista del “Grande Israele”. Ma come nasce questo progetto e in che modo si lega alla Bibbia?
La visione del “Grande Israele” si sviluppa all’interno del contesto in cui esiste già uno Stato d’Israele e non nella diaspora, dove il ritorno a Gerusalemme apparteneva al piano dell’auspicio religioso espresso nelle preghiere. Che il ritorno in Israele debba coincidere con un “ritorno alla Bibbia” avviene con l’affermazione del sionismo religioso. Una visione ideologica messianica che si riallaccia direttamente alle sezioni più bellicose del testo biblico, quelle legate alla conquista della terra, intesa come segno del patto tra Dio e il popolo ebraico. Si tratta in sostanza di un progetto nazionalistico e suprematista ebraico in cui la presenza palestinese viene ignorata o ridotta a una condizione di aperta subordinazione e apartheid, configurando un’idea di Israele votata alla guerra e non alla pace.
In che modo questa visione si è trasformata nell’ideologia messianica dei coloni che occupano la terra oggi in Cisgiordania?
Nell’antichità erano gli zeloti coloro che rappresentavano la fazione che combatteva contro i siriani e i romani per difendere l’identità e la purezza ebraica contro ogni forma di assimilazione, fino al sacrificio di Masada. Se nella diaspora la chiusura identitaria serviva a preservare una minoranza priva di potere, oggi la figura degli zeloti viene recuperata dal sionismo religioso come un mito fondativo dell’identità ebraica. Questo modello ideologico viene fatto proprio oggi dai coloni della Cisgiordania, che rifiutano la pacificazione con la popolazione araba e si ergono a custodi di un’identità pura legata al richiamo biblico. In uno Stato moderno in cui l’estremismo possiede “la spada dalla parte del manico”, questa mentalità si è trasformata nella guerra degli zeloti: la guerra di un’ideologia messianica apocalittica usata per giustificare l’occupazione territoriale, l’espulsione e il dominio sui palestinesi.
Come considera questo fenomeno?
Considero questo fenomeno un’utilizzazione blasfema e una profanazione della religione ebraica perché distorce l'insegnamento etico e universalistico dei profeti biblici. È una bestemmia pronunciata in nome di Dio quando si ascoltano le dichiarazioni di certi rabbini che arrivano a giustificare l’uccisione dei neonati palestinesi definendoli futuri terroristi. Questa deriva si manifesta anche nelle aggressioni e negli sputi contro le suore e i cristiani nelle vie di Gerusalemme, tradendo la vera storia e i principi etici dell’ebraismo.
Come è avvenuto il passaggio da una posizione minoritaria a un programma politico egemone nelle istituzioni israeliane?
In passato queste posizioni venivano liquidate come frange marginali o estremismi isolati. Con la formazione dell’ultimo governo guidato da Netanyahu nel 2022, questa visione è diventata a tutti gli effetti il programma politico dell'intero esecutivo. Questo processo ha modificato profondamente la natura delle istituzioni e dell'esercito israeliano, dove si è verificata un’infiltrazione massiccia di questa ideologia religiosa saldando così il richiamo biblico al suprematismo ebraico, secondo cui solo gli ebrei contano e hanno diritti.
L’estremismo ideologico religioso non riguarda solamente Israele. Secondo lei c’è una convergenza tra l’estremismo sionista dello zelotismo in Israele e i movimenti evangelici americani (Maga)?
Si, c’è una saldatura. Questa avviene attraverso i movimenti del cosiddetto “sionismo evangelico” negli Stati Uniti, molto vicini ai sostenitori di Donald Trump. Dal punto di vista teologico le due visioni divergono: gli ebrei attendono l’avvento del Messia, mentre gli evangelici cercano di accelerare l’Apocalisse finale e il ritorno di Cristo. Tuttavia, le due spinte convergono sul piano politico e strategico: per la leadership israeliana si tratta di un’opportunità per trovare alleati influenti a Washington, mentre per gli evangelici rappresenta la realizzazione di una profezia biblica, garantendo un sostegno incondizionato alle politiche espansionistiche.
Questa alleanza tra estremismo ideologico-religioso e centri di potere globale ha precedenti nella storia recente?
No. Una convergenza di tale portata tra minoranze ideologico-religiose e il potere globale non ha alcun precedente storico. Lo Stato d’Israele è nato originariamente come uno Stato laico. David Ben Gurion riteneva persino che l’osservanza religiosa sarebbe scomparsa nel giro di due generazioni. Al contrario, dopo la guerra del 1967 e in modo sempre più marcato negli ultimi anni, si è assistito a un processo di imbarbarimento e degenerazione, in cui l’ideologia religiosa travisata viene usata per giustificare dominazioni territoriali, interessi economici ed élite di potere su scala globale.
Di fronte a questa «profanazione» e al circolo vizioso con il potere, come e dove è possibile individuare una via d’uscita?
Da questo governo israeliano non ci si può attendere alcuna pacificazione, ma solo ulteriori guerre e disastri. Inoltre, la componente religiosa in Israele non possiede attualmente al suo interno la forza per promuovere la pace. La via d’uscita deve quindi venire dal mondo laico, dal ripristino del diritto internazionale e dal rispetto dei diritti umani. L’unico segnale politico di speranza risiede nelle iniziative e nelle liste elettorali che vedono la collaborazione diretta e la fusione politica tra ebrei e palestinesi insieme, oltre che nel recupero dei valori autentici dell’ebraismo storico.
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