Ad Assisi la lezione di pace del leader sciita e dell'imam sunnita: «Così siamo diventati amici»

di Agnese Palmucci, inviata ad Assisi
Jawad Al-Khoei e Abdulwahhab Ahmed Al-Taha Al-Sammaraee si sono incontrati dieci anni fa in un incontro della Comunità di Sant'Egidio come quello che si conclude oggi: «Siamo orgogliosi della nostra fiducia reciproca, a servizio degli uomini e della società tutta»
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October 27, 2026
Ad Assisi la lezione di pace del leader sciita e dell'imam sunnita: «Così siamo diventati amici»
Jawad Al-Khoei, segretario generale dell’”Al-Khoei Institute” in Iraq, e Abdulwahhab Ahmed Al-Taha Al-Sammaraee, imam della moschea di Baghdad, durante l'incontro per la pace di Sant'Egidio ad Assisi - Palmucci
Mentre parlano seduti davanti alla Basilica di San Francesco, ad Assisi, si riparano a vicenda dalla luce del sole. In mano le cartelline che contengono il discorso appena pronunciato durante uno dei Forum tematici dell’incontro per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi dal 25 al 27 ottobre. Sono Jawad Al-Khoei, segretario generale dell’”Al-Khoei Institute” di Najaf, in Iraq, e Abdulwahhab Ahmed Al-Taha Al-Sammaraee, imam e predicatore della moschea di Baghdad, una delle più prestigiose del Paese. Il primo, nipote dell’ayatollah Sayyed Abul Qasem Al-Khoei, capo supremo dello sciismo dal 1970 al 1992, e il secondo, portavoce dell’Associazione dei giuristi sunniti. Due famiglie del mondo islamico spesso in forte contrapposizione tra loro anche a livello politico. «Il nostro legame a favore della pace invece si è stretto proprio grazie agli incontri per la pace di Sant’Egidio, circa 10 anni fa», spiega Al‑Khoei. «Questi momenti aiutano la conoscenza reciproca, la possibilità di incontrarsi consente l’ascolto degli altri, delle loro riflessioni, dei loro pensieri, in modo autentico», aggiunge. 
In Iraq oltre la metà della popolazione è sciita, parte che detiene anche la maggioranza al governo. «Devo dire con orgoglio che siamo riusciti a superare la fase di visite e saluti di cortesia tra noi. - prosegue Al‑Taha Al‑Sammaraee  - Siamo riusciti anche a ottenere che le massime istituzioni religiose collaborino per essere capisaldi di stabilità e di bene per la società irachena». Nel tempo, con incontri e dialogo «siamo cresciuti nell’amicizia e siamo giunti a uno stadio di fiducia reciproca, di vera condivisione e anche di una collaborazione pratica sul terreno di fronte ai problemi». Quella tra i due rappresentanti del mondo musulmano dovrebbe essere una relazione conflittuale “di fatto”. Invece l’imam di Baghdad parla di un’«amicizia» di cui si sente «orgoglioso», perché in gioco c’è la pace e la dignità umana.«Tutto questo lo facciamo a servizio dell’uomo e della società, per poter offrire il vero messaggio dell’Islam e delle religioni in generale di fronte al mondo». 
Dialogo è la parola che i due ripetono più spesso, perché dalla loro collaborazione sono nate anche iniziative che hanno coinvolto le autorità cristiane e le altre religioni presenti in Iraq. «Lavoriamo per molti incontri che hanno come obiettivo quello di approfondire la comprensione reciproca e portarla a livello di condivisione pratica», sottolinea Al‑Khoei. Hanno iniziato con un piccolo gruppo, poi le iniziative hanno preso piede e oggi coinvolgono molta gente, con momenti di confronto, visite condivise e conferenze. «Un’esperienza molto positiva che ci chiama comunque ad allargarla sempre di più», proprio perché «il dialogo è necessario per poter rafforzare la pace». Gli incontri di Sant’Egidio, come quello che si conclude oggi ad Assisi, aggiunge ancora Al‑Khoei «ci danno anche la possibilità di offrire un’immagine della nostra posizione, delle nostre idee, in maniera chiara, giusta, corretta» e «vediamo che ci sono molti valori e posizioni che condividiamo con tutti». Essere qui significa ribadire che «rispettiamo le differenze, al punto che rifiutiamo la violenza e l’antagonismo».
Questi eventi aiutano anche «ad ampliare i nostri orizzonti verso una migliore comprensione delle differenze», perché «quando ci uniamo, parliamo con persone di altre culture e religioni: le sentiamo direttamente dalla loro viva voce, non sentiamo soltanto parlare di loro, condividiamo anche le sofferenze», spiega Al‑Taha Al‑Sammaraee La pace, però, è una «responsabilità condivisa», sottolinea ancora l'imam. «Ci vuole coraggio per muoversi a favore della pace e le persone con ruoli influenti devono avere il coraggio di fare anche delle dichiarazioni, di prendere delle decisioni importanti - dice - e se la cosa si limita soltanto agli uomini di religione senza riuscire a coinvolgere gli altri componenti citati, risulta uno sforzo troppo debole».
Incontrarsi, dunque, è fondamentale per far arrivare a tutti l’urgenza della pace e della riconciliazione. Perché tutte le religioni, prosegue Al‑Khoei, nella loro verità più profonda «invitano alla misericordia, all’amore e alla giustizia e non deve esserci lotta tra le fedi». Oggi «finalmente c’è un rispetto reciproco, una collaborazione», aggiunge, anche se resta il problema dell’utilizzo egoistico della religione «per altri scopi, per interessi politici di parte». Ma queste persone «non rappresentano la religione». E se istituzioni politiche, mondo religioso e insegnanti non lavorano insieme nel mondo per la pace, conclude, «affondiamo tutti quanti». Perché «siamo tutti sulla stessa barca» e se affonda «non ce n’è un’altra». 




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