Le suore e i frati? «Sono come ostetrici che aiutano a generare speranza»
Al convegno triveneto di Mestre l’invito dell’arcivescovo Tisi a non inseguire numeri, successo e visibilità. Pasolini: «La vera grandezza umana è promuovere gli altri, non chiudersi nello sforzo organizzativo»

La vita consacrata come un’ostetrica in grado di aiutare il mondo a generare speranza: è questa l’immagine proposta da Lauro Tisi, arcivescovo di Trento e delegato della Conferenza episcopale triveneta per la vita consacrata, nell’omelia della Messa celebrata al convegno triveneto svoltosi a Mestre nei giorni scorsi. La vita religiosa vista come sala parto e non come camera mortuaria, con la sottolineatura che il Regno di Dio è lontano dalla logica dei numeri potenti, dal successo e dalla visibilità. «Vorrei che i consacrati fossero prigionieri della speranza», ha proseguito Tisi nell’omelia che ha aperto il convegno organizzato da Usmi, Cism e Ciis, raccogliendo oltre 350 religiose e religiosi provenienti da tutte le diocesi del Triveneto e appartenenti a tutte le tappe formative.
«La vita consacrata in uscita: il coraggio di mendicare!» è stato il tema della giornata, ispirato dal desiderio di trovare nuovi slanci profetici, anche sulla scia di san Francesco d’Assisi. Relatore d’eccezione è stato fra’ Roberto Pasolini, frate cappuccino e biblista, da quasi due anni predicatore della Casa pontificia, che, parlando della “Chiesa in uscita”, ha ricordato una grande tentazione odierna della vita consacrata: quella di radunarsi il più possibile, riducendo le spese, scegliendo le case che funzionano di più. Parlare di Chiesa in uscita mentre le congregazioni si riducono è una contraddizione, ha fatto notare Pasolini: questo arroccamento potrebbe apparire come la volontà di battere in ritirata.
L’invito è quello all’autenticità, non alla ricerca di strategie di marketing, ma «alla piccolezza, quella di chi ha capito che la vera grandezza umana è promuovere gli altri». La minorità francescana, che non s’impone e non prevarica, Francesco stesso l’ha imparata dal Vangelo.
Un’altra provocazione è stata sulla formazione della vita religiosa, che Pasolini conosce sia per averla ricevuta sia per essere stato formatore per qualche anno. Se la si vede come una scala da salire e, quindi, come una serie di competenze da acquisire per essere più performanti, si fugge dalla propria umanità e dal Vangelo stesso. Mendicare è riconoscere la propria umanità, con limiti e pregi.
«Occorre rivedere i nostri schemi per cambiarli», in un processo di purificazione tale da mantenere nelle congregazioni e, quindi, anche in tutti gli aspetti formativi, ciò che è realmente connesso al Vangelo. Serve tornare al Vangelo e coltivare un’umanità spiccata, soprattutto in un tempo storico in cui l’intelligenza artificiale rischia di essere l’apparente soluzione a tutto, ma non a ciò che è propriamente umano.
Il rischio di diventare come l’intelligenza artificiale dovrebbe far emergere un primo segnale d’allarme, secondo il biblista: «Viviamo di programmazione e potremmo chiederci quale spazio rimanga per gli eventi accidentali». Il punto, allora, non è l’organizzazione, necessaria per vivere insieme in ogni realtà, ma «quanto spazio rimanga per quello che non è scritto in qualche calendario e come lo sappiamo riconoscere».
Il riferimento è all’imprevisto incontro di san Francesco con il lebbroso, che segnò una delle svolte più importanti della sua vita, continua a ispirare ancora oggi ed è stato ripreso per questo nei lavori di gruppo pomeridiani. In chiusura, l’arcivescovo Tisi ha ricordato quanto sia importante vivere il Vangelo con autentica gioia per essere testimoni credibili nel nostro tempo. Un appello che vale per le religiose e i religiosi, ma che suona come un richiamo fondamentale a tutti i battezzati.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di AvvenireTemi





