Ipermodernità e antichi valori, il fragile equilibrio della Corea del Sud
Dal confucianesimo al pluralismo religioso, il Paese asiatico sembra sospeso in una tensione fra memoria e modernità. Il ruolo della Chiesa cattolica, nata dai laici, e segnata da persecuzioni, nel promuovere diritti umani, libertà e democrazia

La Corea del Sud ha radici profonde e antiche sulle pendici del monte Sebaeksan dove i semplici edifici in legno adibiti alla memoria degli antenati e all’insegnamento costituiscono la più nota accademia confuciana (seowon) del paese, la prima a ottenere un riconoscimento ufficiale. Una istituzione nata con dimensioni e nome diversi nel 1542 quando qui Ju Se-bung, un magistrato locale, installò in un piccolo sacrario la tavoletta commemorativa del suo maestro con la volontà di perpetuare gli insegnamenti in un ambiente montano di grande suggestione. Erano tempi difficili, e la storia successiva confermò il destino della Corea come terreno di conquista e di scontro di potenti vicini. Con buona parte della Penisola coreana, anche il complesso di Sosuseowon ha subito le ingiurie del tempo e dei conflitti, ma oggi è un’oasi di pace e di studi, un Patrimonio mondiale dell’Umanità aperto a studiosi e che tramanda l’antica anima coreana.
Il fascino della Corea del Sud è proprio nell’accattivante miscela di (iper)modernità e di connessione con un passato che più che lineare si disperde su una trama di eventi e tradizioni che ancora oggi fa da sfondo a una realtà dinamica, a volte frenetica, “esplosa” negli anni Novanta dopo il conflitto traumatico con il Nord e decenni di dittatura. Oggi tesa al consumismo, all’esasperazione della bellezza fisica, alla diffusione globale della sua cultura pop e all’export di prodotti e tecnologie d’avanguardia, se nei maggiori centri abitati accoglie e sintetizza il confronto con beni e abitudini d’importazione e promuove mode e tendenze, nel retroterra rurale sa ritrovare piena identità e ritmi antichi. In tutti i suoi aspetti, oggi la realtà del Paese è caratterizzata da un forte pluralismo che riguarda anche la religione. Il 56-60 per cento dei sudcoreani dichiara di non avere alcuna appartenenza religiosa e tra i restanti l’adesione si suddivide tra il cristianesimo (24-28 per cento di cui oltre un terzo cattolici) e il buddhismo (il 15-16 per cento nonostante il rilievo storico e culturale, in particolare della scuola Seon, la più seguita ancora oggi).
E se, nonostante la modernità di espressione e di atteggiamenti di buona parte della popolazione, sopravvive una tradizione sciamanica riconosciuta che non pone rigide regole e supporta l’individuo nelle proprie necessità di salute fisica e mentale, oggi molti giovani sudcoreani mettono attivamente in discussione le rigide tradizioni confuciane cercano di affrancarsene. Storicamente, il confucianesimo è stata l'ideologia di Stato durante la dinastia Joseon (1392–1910), ma oggi la Corea del Sud non è un paese confuciano dal punto di vista religioso e da quello istituzionale. Tuttavia, la sua società, la sua cultura e i suoi valori affondano le radici nell'eredità confuciana che continua a fungere da struttura etica e sociale di base, che plasma le modalità con cui i sudcoreani interagiscono con la famiglia, l'autorità e la società nel suo complesso. Gerarchia ed età giocano un ruolo sociale determinante, sia nella vita quotidiana, sia nell'ambiente di lavoro; agli anziani e ai superiori vengono riconosciuti importanza e rispetto. La pietà filiale e la celebrazione annuale degli antenati restano elementi centrali della vita familiare, anche se in via d’erosione per il numero decrescente delle unioni regolari, la contrazione delle nascite record a livello mondiale e per il crescente numero di anziani su cui pesano, insieme, welfare limitato e una sempre più ridotta disponibilità dei figli all’assistenza e al mantenimento. E mentre va diventando sempre più apparente il contrasto tra crescita personale e priorità tradizionalmente data all'armonia collettiva rispetto ai desideri o necessità individuali, l’influsso confuciano continua a determinare il grande valore riconosciuto all’istruzione.
Per quanto molto diversificato e con ampie garanzie giuridiche il panorama religioso della Corea del Sud è da tempo attraversato da tensioni. Le questioni principali si concentrano su alcuni ambiti. Il primo è il ruolo politico che alcune delle “nuove religioni” (per alcuni “pseudo religioni”) vorrebbero svolgere, direttamente o indirettamente, e la conseguente reazione da parte governativa. Il presidente in carica, il protestante Lee Jae-myung, ha intensificato le indagini su gruppi come la Chiesa di Gesù Shincheonji e la Chiesa dell'Unificazione (nota all’estero come la setta fondata dal defunto rev. Moon), accusandoli di interferenze illegali nella sua campagna elettorale e di corruzione di uomini politici. Una campagna, la sua, sostenuta dai leader delle confessioni religiose tradizionali (tra cui buddhisti e protestanti), come pure la proposta di sciogliere legalmente le organizzazioni religiose coinvolte nella politica e di ridistribuirne i beni. Questo ha aperto un acceso dibattito sulla libertà di religione garantita dalla Costituzione che all’art. 11 stabilisce anche la separazione tra religione e Stato.
Il secondo ambito riguarda i limiti della libertà di pratica religiosa a seguito di iniziative ufficiali considerate repressive, come l’arresto di anziani leader religiosi che hanno sollevato forti critiche dall’opposizione politica che le ha ritenute eccessive e una minaccia per la democrazia. La situazione ha attirato un'insolita attenzione internazionale, inclusa quella dell’alleato Usa. Un altro ambito di dibattito per il rapporto tra potere civile e religioni riguarda presenza e ruolo delle sette di varia origine e consistenza che accolgono una quota minoritaria dei sudcoreani dichiaratamente “religiosi”. La loro diffusione e aggressività è da tempo fonte di preoccupazione sociale, ma il malcontento è emerso in modo eclatante durante la pandemia di Covid-19, quando la Chiesa di Gesù Shincheonji è stata indicata come principale responsabile dei focolai nazionali per non avere interrotto le proprie congregazioni all’inizio della diffusione epidemica.
La religione cattolica ha una storia particolare che si sviluppa dalla nascita di un movimento laicale sorto spontaneamente nel XVIII secolo senza l'iniziale assistenza di sacerdoti stranieri anche se ispirato dall’eredità di Matteo Ricci in Cina. Uguaglianza per tutti è quello che la “nuova fede” propose allora ai coreani. Un concetto in stridente contrasto con la rigida stratificazione sociale vigente per secoli e che portò al bando del cattolicesimo e alla persecuzione imposti dalla dinastia Joseon con l’uccisione di migliaia di fedeli. Tuttavia, antichità, “coreanità” e spirito di sacrificio hanno garantito identità e rispetto alla Chiesa locale. Un impegno diventato anche sociale e politico durante la dittatura militare seguita alla Guerra di Corea e in particolare negli anni '70 e '80, che videro la Chiesa cattolica in prima fila nell’impegno per i diritti umani, la libertà e la democrazia. Successivamente, un senso di comunità e volontà di pace è quanto la Chiesa ha saputo offrire alla nazione nel tumultuoso sviluppo che ha trasformato profondamente la realtà sudcoreana. Senza mai far mancare, come possibile, sostegno e vicinanza alla “Chiesa del silenzio” e alla popolazione del Nord.
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