Gli assassini di Livatino perdonati dalla famiglia: «L'odio è un carcere senza sbarre»

Toccante l’abbraccio, davanti all’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, tra l’unico familiare in vita del magistrato ucciso nel 1990, con mandanti e componenti del commando che fece fuoco
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October 30, 2026
Gli assassini di Livatino perdonati dalla famiglia: «L'odio è un carcere senza sbarre»
Da sinistra verso destra, Salvatore Insenga, monsignor Mario Delpini, Paolo Amico e Salvatore Calafato / ANSA
Come può una morte generare nuova vita? Da dove viene la possibilità di perdonare chi ci ha fatto del male? Cosa permette di non ridurre una persona detenuta al reato che ha commesso? Domande radicali, di fronte alle quali - più che risposte teoriche - servono testimoni capaci di incarnarle. Come le tre persone che ieri si sono riunite nell’aula “Falcone e Borsellino” del tribunale di Busto Arsizio (Varese), non per la celebrazione di un processo ma nel ricordo del giudice Rosario Livatino, assassinato il 21 settembre 1990, dichiarato beato nel 2021, e proclamato patrono dei magistrati il 7 ottobre scorso.
Nel giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria liturgica, quello di ieri è stato molto più che un ricordo: una presenza viva, che ha preso forma nelle parole di questi tre testimoni durante un incontro promosso da don David Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio (Varese), e moderato da Gianni Borsa, presidente dell’Azione Cattolica ambrosiana. Salvatore Calafato - 59 anni, più della metà trascorsi in carcere - è uno dei mandanti dell’omicidio: «Soggiogato dalla logica mafiosa che era diventata la mia regola di vita, ho procurato la sua morte, dolore straziante ai familiari e ho ferito lo Stato. Leggendo i suoi scritti durante la mia lunga carcerazione, ho scoperto una figura luminosa che mi ha accompagnato e continua ad accompagnarmi in un cammino di conversione. Spero che lui dal Cielo mi possa perdonare e ogni giorno prego per questo». Seduto accanto a lui c’era Paolo Amico, uno dei componenti del commando che ha ucciso il magistrato. «Ero giovanissimo, avevo abbandonato la scuola e mi ero arruolato nella mafia. Neppure lo conoscevo, ma nel clima di quegli anni era considerato un nemico da eliminare e ho obbedito agli ordini. In maniera misteriosa ma reale la sua morte ha portato il frutto del mio ravvedimento: Livatino è una presenza che accompagna le mie giornate. Oggi per la prima volta entro in tribunale non per essere giudicato ma per testimoniare che sono una persona cambiata e che nessuno è perduto per sempre».
Confessa di non avere avuto il coraggio di chiedere perdono ai genitori di Livatino all’epoca del delitto, lo ha fatto ieri pubblicamente, insieme a Calafato, rivolgendosi all’unico familiare diretto ancora in vita del magistrato, Salvatore Insenga. Che a sua volta ha raccontato di una ferita che non si rimarginava mai: «Vi ho odiato con tutto il cuore. È stato un percorso lungo, ci sono voluti 28 anni trascorsi nella preghiera e nel confronto con i miei familiari per maturare uno sguardo umano verso di voi. L’odio è un carcere senza sbarre nel quale si può restare prigionieri per sempre, da cui sono uscito grazie alla fede e facendo memoria di quello che ripeteva mio cugino: ogni persona è abitata da Dio, anche se lo dimentica e con la sua condotta si allontana da lui. Se incontriamo l’altro con questo sguardo, tutto diventa possibile, anche la riconciliazione con chi ha devastato la tua famiglia. Il perdono mi ha liberato, spero che liberi anche voi». I tre si guardano, si abbracciano, nell’aula del tribunale i presenti osservano attoniti e commossi. Difficile sentire parole simili in un’aula di tribunale. All’incontro partecipa l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che due anni fa aveva benedetto l’icona che raffigura il magistrato e che campeggia nell’atrio del Palazzo di giustizia. «Come possono incontrarsi la giustizia umana che deve applicare la legge e la giustizia di Dio che guarda a Cristo che muore in croce per i peccatori? Possono convergere nella custodia del bene comune». E ancora: «La santità di Livatino testimonia che senza il riferimento a Dio l’umanità perde la bussola, come sta accadendo nell’epoca che viviamo».
L’incontro di ieri è una significativa tappa del percorso di giustizia riparativa avviato da tempo dall’associazione InConTra di Bergamo al quale hanno partecipato Calafato e Insenga. «Solo una ricucitura paziente, nella quale ognuno riconosce nell’altro qualcuno di cui la sua umanità ha bisogno, può aiutare a ricomporre gli strappi che il male ha prodotto», chiosa don Riboldi, che con la cooperativa La Valle di Ezechiele costruisce percorsi di reinserimento lavorativo e sociale per i detenuti. Dopo ogni caduta c’è sempre un domani.

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