
Fermi tutti. La Commissione europea tira il freno a mano davanti alle fughe in avanti di vari Paesi e mette in pausa per 12 mesi i tentativi nazionali di fissare un’età minima per accedere ai social media. In attesa dell’adozione - che a Bruxelles sperano sia rapidissima - di una stretta a tutela dei minori valida dappertutto nell’Ue così da evitare «una frammentazione del mercato interno» e il rischio caos, con difformità tecniche e scaglioni di età diversi da uno Stato all’altro. Poco più di un mese fa, infatti, l’esecutivo europeo ha presentato il “Kids Act”, un regolamento che soppianterà le legislazioni nazionali e che segue un approccio graduale: divieto di presenza online sotto i 13 anni, account fino ai 15 solo con il controllo diretto dei genitori e possibilità di aprire profili a proprio nome tra i 15 e i 18, ma solo se i social come TikTok, Instagram e Facebook, e le piattaforme di riproduzione video come YouTube saranno prive delle caratteristiche che creano dipendenza, ad esempio lo “scroll” infinito e le raccomandazioni altamente personalizzate. Insomma, la volontà di Bruxelles è «garantire che tutti i minori nell’Ue ricevano lo stesso livello di protezione, perché un problema europeo richiede una risposta unitaria europea», ha precisato il portavoce della Commissione per i dossier digitali Thomas Regnier. L’occasione è stato il cartellino giallo mostrato ieri all’Austria, che aveva notificato a luglio l’intenzione di vietare l’accesso ai social ai minori di 14 anni: «Abbiamo deciso di rinviare di 12 mesi l’esame di qualsiasi progetto di legge nazionale che si sovrapponga alle future norme armonizzate», ha annunciato Regnier. L’altolà, che può essere prorogato di altri sei mesi, dovrebbe estendersi adesso pure alle misure messe in cantiere da Belgio e Slovacchia. L’obiettivo dichiarato, semmai, è «concentrarci sui negoziati» del “Kids Act” Ue e invitare, insomma, i governi ad accelerare sull’adozione del provvedimento che per diventare definitivo dovrà essere approvato dai 27 Stati riuniti nel Consiglio e dall’Europarlamento. Il timore, infatti, è che i Paesi dell’Ue non abbiano fretta di adottare il quadro comune se dispongono già di norme statali, ma per il Moige - Movimento italiano genitori, «non ci sono tempi certi» e ciò vorrebbe dire continuare a negare «tutele incisive» ai minori.
I più fiduciosi, a Bruxelles, sperano tuttavia in una chiusura delle trattative sul “Kids Act” già nei primi mesi del 2027, il che consentirebbe alle protezioni di essere operative sei mesi dopo. Fino a quel momento, l’indicazione della Commissione agli Stati è senza appello: stop alle iniziative individuali. Il pressing politico riguarda tutte le capitali, ma formalmente - per una serie di cavilli giuridici - la moratoria non vale invece per quei Paesi che si erano mossi in tempi non sospetti (ben prima, insomma, che la Commissione presentasse il “Kids Act”), cioè Francia, Italia e Grecia. Fra i tre, Atene è l’unica ad avere ricevuto disco verde dall’esecutivo Ue: e infatti, pochi giorni fa, ha approvato la messa al bando per gli under-15 che, a meno di difficili ripensamenti, sarà in vigore dal 1° gennaio prossimo. Il Parlamento italiano, invece, non ha ancora approvato la proposta di legge bipartisan che era stata inviata a Bruxelles l’anno scorso e che aveva ricevuto una serie di commenti dalle autorità europee; nel frattempo, però, secondo quanto si apprende, da Roma sarebbero arrivati segnali attendisti all’indirizzo della Commissione. Discorso simile per Parigi, che tuttavia sembra determinata a tirare dritto. Per la Francia si tratterebbe di un secondo tentativo, dopo i rilievi Ue e la parziale battuta d’arresto subita in estate dal Consiglio costituzionale. Non è la soluzione preferita nei palazzi Ue, ma - spiegano ad Avvenire fonti Ue - se Roma e Parigi volessero completare la procedura di adozione, per loro il congelamento disposto ieri per l’Austria e gli altri, di fatto, non varrebbe.
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