Ex Ilva, ora è proprio finita. Con cosa riempiremo adesso il vuoto di Taranto?

Dalla Cassazione è arrivata la conferma alla chiusura dell’area a caldo per i pericoli "gravi e rilevanti" per la salute e l'ambiente. Si apre la partita sul futuro del siderurgico e sull'intera città
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October 29, 2026
Ex Ilva, ora è proprio finita. Con cosa riempiremo adesso il vuoto di Taranto?
Uno striscione a difesa dell'ambiente e della città di Taranto, mostrato in una delle ultime iniziative organizzate dai cittadini dei quartieri inquinati dell'ex Ilva
L'ex Ilva si ferma. La Corte di Cassazione ha infatti rigettato tutti i ricorsi, sia quelli di Acciaieria d'Italia e sia quelli di Ilva in amministrazione straordinaria contro lo stop dell'area a caldo dell'ex Ilva di Taranto deciso dalla Corte d'Appello di Milano. I giudici avevano accolto il reclamo presentato da alcuni cittadini sollecitando la rimozione dell'amianto ancora presente negli impianti e chiedendo misure necessarie per ricondurre l'emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. 
Gli altiforni si spengono e a Taranto resta un vuoto, tra turni che non scatteranno più e un profilo di ciminiere che da oltre sessant’anni disegna l’orizzonte della città. La Cassazione ha confermato la chiusura dell’area a caldo, parlando di pericoli "gravi e rilevanti" per la salute e l'ambiente che impongono la sospensione dell'attività: la sentenza sull’ex Ilva non lascia margini. Ma con che cosa lo riempiamo, quel vuoto, a Taranto? Con lavoro nuovo o con l’abbandono? Con una fabbrica ripensata o con un’area recintata e consegnata ai (brutti) ricordi? I giudici hanno fatto ciò che un buon pezzo di città da loro si aspettava: ribadire che per uno stipendio non si possono fare compromessi con la salute. Ma ora c’è tutto un futuro da ripensare e responsabilità da prendersi.
Si chiude una stagione di quattordici anni, aperta nel 2012 da un sequestro e proseguita con una serie di decreti, commissari, acquirenti arrivati e ripartiti. Ogni governo, di ogni colore, ha trovato la sua buona ragione per rinviare una scelta. Su un punto, a Taranto, si trova una rara unanimità. Con chiunque si parli, qualunque posizione abbia e qualunque soluzione proponga, il giudizio è lo stesso: in questa storia la politica ha clamorosamente fallito. Il prezzo pagato dalla città è stato troppo alto, anche per un sito che da sempre viene definito strategico per il Paese e che è stato lasciato per anni a presentare il conto a chi gli viveva accanto. Ora è tempo di decidere.
Chi vive a Taranto conosce il peso del ricatto occupazionale. Ci sono i genitori dei Tamburi, che misurano le giornate sul vento e sulla polvere rossa che si deposita sui davanzali. Ci sono gli operai che hanno consegnato alla fabbrica la giovinezza e adesso fissano il cancello con nuovo sgomento: sono migliaia i cassintegrati solo in città. Spesso si tratta di persone della stessa famiglia, sedute alla stessa tavola. C’è chi ricorda che già alle medie, nell’ora di Applicazioni tecniche, ai ragazzi di Taranto si faceva studiare il ciclo dell’acciaio: la monocultura cominciava sul banco di scuola.
Era il 1965 quando Saragat inaugurava a Taranto il quarto centro siderurgico italiano. La scelta fu politica prima che industriale: era l’epoca dello Stato imprenditore, che portava l’acciaio nel Mezzogiorno per offrire salario e riscatto là dove la sola terra, o il solo mare, non bastavano più. Da Grottaglie, Martina Franca, Manduria, ma anche dalla Calabria e dalla Basilicata, arrivarono i “metalmezzadri” raccontati da Walter Tobagi, contadini diventati operai senza congedarsi del tutto dal vecchio mondo. La sera si portavano la fabbrica a casa, le tute venivano lavate fra le mura domestiche e le polveri raggiungevano mogli e figli. L’industria entrava in cucina insieme allo stipendio. Alessandro Leogrande, l’intellettuale tarantino morto nel 2017 a soli quarant’anni, ha raccontato in Fumo sulla città questa parabola dentro la storia più larga di una città governata da forze che chiedevano acquiescenza in cambio di lavoro. C’era il populismo della politica e c’erano i potentati economici, abili nel far passare il proprio interesse per il benessere di tutti. C’era, soprattutto, una fabbrica che non si limitava ad affiancarsi alla città, ma la subordinava riscrivendone i tempi, gli spazi e il destino economico, sociale e ambientale.
Per decenni il sogno della gran parte dei tarantini è stato uno stipendio sicuro in fabbrica, ma al corteo del 17 ottobre proprio dai Tamburi i ragazzi gridavano: «All’Ilva non ci voglio lavorare». Soffia ora un vento di cambiamento, da ascoltare senza condiscendenza. Ma anche la libertà di dire no ha bisogno di una direzione verso cui soffiare. A Genova gli altiforni si sono fermati ventuno anni fa, eppure anche lì, oggi, gli operai dell’ex Ilva tornano in piazza. E Genova ha alle spalle un tessuto più fitto di imprese e di servizi, un mercato del lavoro più largo, grandi città a poche ore di distanza. Al Sud l’alternativa spesso non c’è, o si trova a centinaia di chilometri. E dove le alternative mancano, il lavoro diventa più facilmente moneta di scambio: chi lo possiede lo paga con il silenzio e con la salute. Reinventarsi a cinquant’anni, con un mutuo e dei figli, significa farlo senza rete. I vuoti, al Sud, restano vuoti più a lungo. Lo sanno a Bagnoli e a Termini Imerese, lo sa chiunque abbia visto un capannone chiudere e restare chiuso.
Allora il conto che la politica ha davanti riguarda Taranto e insieme un’idea di Paese. Il primo riempimento è il più urgente: migliaia di lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto aspettano soluzioni. Perché la cassa integrazione è un argine, non un progetto. Gli esuberi stimati dai sindacati come conseguenza della decarbonizzazione sono seimila, in un gruppo che ha appena annunciato anche il raddoppio della Cig da 4.450 a 8.622 unità. Solo a Taranto i cassintegrati ex Ilva sono destinati a diventare quasi 7mila.
Il secondo riempimento è industriale. Le proposte sul tavolo disegnano scenari diversi, dall’intero perimetro del siderurgico rilevato da un gruppo straniero a una cordata italiana interessata a laminatoi e linee di finitura, con l’ipotesi dell’ingresso dello Stato nella nuova società. Il governo parla di forni elettrici alimentati a Dri e assicura che i fondi ci sono, ma le vincola a un piano industriale firmato dal futuro proprietario. Si dica allora quanti posti reggerà l’impianto che verrà, con quale energia e in quanto tempo.
Il terzo riempimento è il più scomodo. La bonifica dei suoli, la salute del quartiere e della città: la memoria di chi si è ammalato non sono un capitolo da finanziare con ciò che avanza, ma la condizione di ogni futuro. Un lavoro che toglie la salute non è dignitoso, e una salute difesa a spese del lavoro lascia comunque una comunità ferita. Un vuoto non resta tale a lungo, si riempie sempre di qualcosa. Sta alla politica scegliere se di lavoro e di cura, o di rassegnazione.

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