Educare a fallire per imparare a riprovarci

Ansia e depressione crescono tra i giovani. Famiglia, scuola e sport possono aiutarli a non identificare il proprio valore con risultati, voti e vittorie
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November 3, 2026
Educare a fallire per imparare a riprovarci
/ ICP
Quando si parla di adolescenti che abbandonano la scuola si cercano spesso le ragioni nelle loro caratteristiche individuali. Scarsa motivazione, disinteresse, poca voglia di studiare, famiglie incapaci di seguire i figli. Ma queste spiegazioni rischiano di nascondere una questione ancora più decisiva. In Italia, il luogo in cui un bambino nasce e il livello culturale della sua famiglia continuano a condizionare le opportunità che avrà nella vita.
L’abbandono scolastico precoce è diminuito negli ultimi anni, ma dietro la media nazionale persistono profonde differenze territoriali e sociali. Il fenomeno è più diffuso al Sud e pesa la condizione familiare. Secondo l’Istat, nel 2024 quasi un giovane su quattro (il 22,8%) con genitori fermi alla licenza media ha abbandonato precocemente gli studi. Quando almeno un genitore è laureato, la percentuale scende a poco più dell’uno per cento.
C’è poi una dispersione meno visibile, ma altrettanto grave. È quella di chi rimane a scuola, arriva al diploma, ma non acquisisce competenze adeguate nella comprensione dei testi, nella matematica, nella capacità di utilizzare le conoscenze. Le rilevazioni Invalsi confermano il peso dello svantaggio sociale e territoriale. Si possono trascorrere tredici anni sui banchi senza acquisire gli strumenti necessari per comprendere pienamente il mondo. L’istruzione è stata a lungo un ascensore sociale, la possibilità di costruire un futuro diverso da quello dei propri genitori. Oggi quell’ascensore sembra essersi fermato, almeno per molti ragazzi. Chi nasce in una famiglia favorita dispone di libri, stimoli, sostegno nello studio. Chi cresce nello svantaggio incontra ostacoli maggiori proprio quando avrebbe più bisogno della scuola.
A queste disuguaglianze se ne aggiunge una legata al mondo digitale. Internet prometteva di democratizzare il sapere e in parte lo ha fatto. Ma disporre delle informazioni non significa saperle comprendere. Distinguere una notizia attendibile da una falsa, verificare una fonte, confrontare opinioni diverse e cercare le prove di un’affermazione richiede competenze che non si acquisiscono semplicemente utilizzando uno smartphone.
La rete rischia così di ampliare le distanze. Chi possiede strumenti critici può approfondire e conoscere. Chi ne è privo rischia di affidarsi a risposte immediate e contenuti che confermano ciò che già pensa. Tante notizie non garantiscono conoscenza né libertà.
È qui che la scuola dovrebbe svolgere un ruolo decisivo. Non solo trasmettere nozioni, ma insegnare a pensare. A porre domande, distinguere fatti e opinioni, tollerare il dubbio, cercare prove, cambiare idea quando emergono conoscenze nuove. Sono competenze per essere cittadini consapevoli. Eppure, organizziamo ancora troppo spesso l’istruzione come se tutti i ragazzi partissero dalle stesse condizioni. Stessi programmi, stessi obiettivi, stessi criteri di valutazione, senza considerare abbastanza le differenze nelle opportunità educative fuori dalla scuola. Così un sistema che proclama l’uguaglianza rischia di riprodurre, anziché contrastare, le disuguaglianze. Dare a tutti la stessa cosa non significa offrire a tutti le stesse possibilità.
Una scuola equa deve investire di più dove i bisogni sono maggiori. Servono insegnanti motivati e adeguatamente retribuiti, tempo pieno, biblioteche, laboratori, attività sportive e culturali, interventi precoci sulle difficoltà di apprendimento, soprattutto dove la scuola è il principale presidio educativo. Il merito, richiamato nel nome del Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha un indubbio valore. Impegno, responsabilità e capacità vanno riconosciuti. Ma non si può parlare seriamente di merito ignorando le condizioni nelle quali ciascun ragazzo è chiamato a esprimerlo. Chiedere molto senza mettere nelle condizioni di riuscire significa rischiare di trasformare una disuguaglianza sociale in un fallimento individuale.
In questo scenario, mentre persistono profonde disparità educative, la legge di Bilancio 2026 ha introdotto nuovi contributi per le famiglie che scelgono determinate scuole paritarie. Non è in ovviamente discussione il diritto di scegliere una scuola diversa da quella statale. Ma l’obiettivo prioritario resta quello di garantire che ogni bambino, qualunque sia la famiglia e il territorio in cui nasce, possa frequentare una scuola di qualità. La libertà di scelta ha poco significato se le opportunità reali non sono le stesse per tutti.
Non si tratta di abbassare le aspettative per chi parte svantaggiato, ma di offrirgli le condizioni per raggiungere traguardi ambiziosi. Una democrazia dovrebbe misurare la qualità della scuola non soltanto in base ai risultati degli studenti migliori, ma anche alla capacità di non lasciare indietro gli altri.
C’è infine qualcosa che rischiamo di dimenticare. La scuola dovrebbe suscitare il desiderio di conoscere. Non soltanto insegnare risposte, ma alimentare domande. Far scoprire a un ragazzo che il mondo è più grande del quartiere in cui vive, delle esperienze della sua famiglia e delle convinzioni che incontra sugli schermi.
La conoscenza rende più liberi perché permette di immaginare possibilità che altrimenti rimarrebbero invisibili. Una scuola che alimenta la sete di sapere non offre solo un diploma. Offre a ogni ragazzo la possibilità di non essere prigioniero del luogo e della condizione in cui è nato.
Srefano Vicari è Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile, Università Cattolica del Sacro Cuore; Direttore della Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma

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