Per spezzare la spirale della violenza si deve passare dalla paura alla fiducia

Scegliere il bene nasce dalla certezza di non essere soli. E' importante ripartire da qui per ricostruire la convivenza dopo gli incidenti di Milano
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November 4, 2026
Per spezzare la spirale della violenza si deve passare dalla paura alla fiducia
/ ANSA
Ci vuole coraggio nel modo di oggi di fronte ad una deriva che vede crescere ogni giorno i meccanismi dell’odio e della violenza tra gli Stati, nella politica e nelle piazze; ma cosa determina il coraggio del singolo di fronte alle ingiustizie? Lo ha spiegato lo scrittore tedesco Armin Wegner, quando nel 1933 scrisse una lettera ad Hitler per protestare contro la persecuzione degli ebrei, che gli costò l’internamento in un campo di prigionia. Era l’idea apparentemente ingenua che ci sia qualcuno che ti aiuterà nella tua impresa perché hai fatto un’azione buona e giusta. Per questo ricordando quando si tuffò con successo in un fiume per salvare una ragazzina, spiegava che anche le acque torpide e agitate ti possono comunque tenere a galla. Puoi sfidare così l’istinto di sopravvivenza che ti può portare a cedere, ma è proprio quell’istinto che ti salverà sempre, come se esistesse una mano invisibile che ti protegge perché hai scelto di fare del bene. Qualcuno lo chiama il Dio personale che ti protegge. Ecco perché chi ha coraggio non fugge e scappa e forse ha meno paura.
Non tutti sentono la responsabilità e trovano il Dio personale; anzi si inventano molte scuse e piccoli stratagemmi per non averla, perché come scrisse Fëdor Dostoevskij mentono a sé stessi per non guardare e non sentire nessuna colpa di fronte alla loro indifferenza. Mentono anche perché non hanno fiducia che ci possa essere qualcuno al tuo fianco. È forse questo il punto. Per questo quando pensiamo al coraggio dobbiamo forse indagare non tanto sull’eroismo, ma sulla “insensatezza” e sulla nostra fantasia che ci fa pensare ad un angelo custode. Lo aveva immaginato Wegner sfidando da solo un dittatore, sicuro che poi qualcuno lo avrebbe aiutato. Il coraggio ci fa forse capire come l’uomo abbia costruito l’immagine di Dio che prima o poi interviene per aiutarti. Invece István Bibó, il pensatore ungherese, che non si arrese per ben due volte al potere totalitario in Ungheria, prima rimanendo da solo a presidiare il Parlamento dopo l’ingresso dei carri armati a Budapest nel 1956, e poi vivendo una vita miserabile, non accettando un compromesso con il regime di Janos Kadar che legittimò il potere russo, ragionò sui meccanismi della paura che i regimi dittatoriali usano per paralizzare la coscienza delle persone. Lui stesso raccontò di avere avuto la diarrea per la paura di morire, quando sentiva i passi dei soldati russi che entravano in Aula. Ma allora quale era l’appiglio a cui Bibó si aggrappava per vincere la paura?
Due sentimenti lo aiutavano. Immaginava come del resto Vaclav Havel a Praga, ma direi anche il premio Nobel Mohamadi a Teheran, o i resistenti russi e ucraini sotto le bombe, che vivere dentro di sé la verità e la giustizia possa diventare un piacere interiore che si contrappone a quell’istinto di sopravvivenza che porta alla resa. La difesa della propria umanità è quindi una arma contro la paura provocata dai dittatori. Se pensi e vivi con ragione e giustizia sarai dunque più forte. István Bibó aveva fiducia che non sarebbe rimasto solo e che altri si sarebbero ritrovati assieme prima o poi, anche nei momenti più difficili. E poi sognava che quelli che sarebbero vissuti dopo di lui avrebbero potuto vivere in un mondo migliore senza violenza, dove la democrazia diventava una etica di vita.
Nei due percorsi (ma ce ne sono tantissimi) si manifesta la fiducia che qualcun altro, e non importa se sia un Dio, o un altro uomo, possa aiutarti quando agisci per un valore trascendente, per il bene e la giustizia. L’idea di Bene ha questa magia, anche se molti per uno strano pudore, preferiscono non dirlo. Agisci in un certo modo perché immagini di non essere mai solo e che qualcuno verrà in tuo soccorso. Il coraggio ha sempre come fondamento la fiducia nell’umanità. Non si basa solo sulla forza del proprio carattere. È un sentimento che tutti noi sperimentiamo nell’amicizia. Con tanta ingenuità immaginiamo sempre che un amico ci possa venire in soccorso quando siamo in difficoltà. Come noi siamo pronti a farlo, anche l’amico ci sarà al momento giusto. L’amicizia è quello spazio personale dove sperimentiamo ogni giorno la presenza di un Dio a nostra immagine, o naturalmente di un altro uomo, che ci aiuta nelle nostre quotidiane imprese umane. Il Dio ha sembianze umane, ricordava Hans Jonas, quando ragionava sul principio di responsabilità. Per questo elemento fondativo del coraggio che presuppone l’intervento a nostro favore di un terzo, non dobbiamo cadere nelle inutili prediche di fronte alle ingiustizie. È una retorica pericolosa.
Molte culture antagoniste hanno questa idea. Incitano alla ribellione e chi non lo fa viene stigmatizzato come un traditore. Per certi versi sono illusioni di una possibile scorciatoia. Il coraggio, anche quello più difficile, nasce invece quando si coltiva l’idea di amore e di fiducia nell’altro uomo. Sono queste le prime idee che mi sono venute dopo gli incidenti di Milano, ancor prima di ogni analisi sociologica o politica. Siamo in una società che non trasmette più la fiducia nel prossimo e chi si ribella con violenza per le strade assaltando librerie e negozi, come chi pensa che la repressione militare sia la sola risposta, distrugge la possibilità di una ricostruzione faticosa di una convivenza. Così vince la solitudine e non la giustizia. Dobbiamo lavorare faticosamente tutti assieme per ricostruire la fiducia nell’umanità attraverso l’educazione e la nostra responsabilità.

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