Gli Usa e il dopo-voto, quando "guerra civile" diventa una parola qualsiasi

Perché le parole di Steve Bannon al Financial Times («Il giorno dopo le elezioni il Paese sarà travolto» da una resa dei conti dentro il Partito repubblicano) aprono scenari inquietanti
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November 3, 2026
Gli Usa e il dopo-voto, quando "guerra civile" diventa una parola qualsiasi
Il voto nel Maine / Angela WEISS / AFP)
Oggi gli americani vanno alle urne per il voto di metà mandato e pochi giorni fa Steve Bannon ha dichiarato al Financial Times che il giorno dopo le elezioni il Partito repubblicano sarà travolto da una «guerra civile» sul proprio futuro, una resa dei conti tra la linea del movimento di Trump e gli apparati tradizionali del partito. Non parlava di eserciti, ma di correnti, candidature, successioni. Eppure, la parola scelta è quella, e non è un dettaglio. Quando un'espressione che appartiene alla tragedia entra nel lessico della tattica, qualcosa nel nostro rapporto con il limite si è già spostato. Gli storici americani sanno che il 1861 non nasce dal nulla. Negli anni Cinquanta dell'Ottocento il sistema dei partiti perde la capacità di assorbire il conflitto: i Whig si dissolvono, ne nasce uno nuovo, il Partito repubblicano, e la questione della schiavitù nei nuovi territori trasforma ogni voto in una scelta di appartenenza totale. Nel 1856 un deputato del Sud picchia a colpi di bastone un senatore del Nord nell'aula del Senato. Nel 1860 Abraham Lincoln vince le elezioni senza che il suo nome compaia sulle schede in dieci stati del Sud. Non c'è bisogno di una dichiarazione di guerra: per molti elettori il risultato stesso è già illegittimo. È una storia che vale la pena rileggere, ma con prudenza. L'America di oggi non è quella del 1860. Non c'è una frattura unica che coincide con un'istituzione e con una geografia, come la schiavitù e gli stati del Sud. Non ci sono eserciti statali contrapposti. Le divisioni (città e campagna, istruzione, religione) attraversano ogni stato e spesso ogni famiglia. Gli storici che escludono lo scenario di una nuova guerra civile hanno argomenti seri e chi lo teme ne ha altrettanti. Come sembra dalla storia non si ricavano profezie. Tuttavia, dopo anni di ricerca in Africa ho visto da vicino che cosa significa quando uno Stato smette di essere, per una parte dei suoi cittadini, un luogo comune. I conflitti che ho studiato non sono cominciati con un annuncio, ma sono stati preceduti da segnali lenti: elezioni contestate prima ancora di essere celebrate, identità politiche che si fondono con quelle etniche o religiose, un linguaggio che trasforma l'avversario in un nemico da eliminare, la presenza di uomini armati che non rispondono a nessuna autorità riconosciuta. La studiosa americana Barbara Walter, che analizza come iniziano le guerre civili nel mondo, parla di «anocrazie»: regimi a metà strada tra democrazia e autoritarismo, dove il rischio cresce. Il paragone con gli Stati Uniti è controverso (e a ragione), ma il metodo è utile: guardare ai meccanismi, non alle etichette.
Il meccanismo che qui preme sottolineare è il più semplice, ed è proprio quello che Bannon ha riportato in primo piano. Prima di diventare fatto, la guerra civile è un modo di parlare. Dove ogni sconfitta è «la fine», ogni avversario è «un traditore» e ogni compromesso è «una resa», lo spazio per perdere senza essere annientati si restringe. E una democrazia vive di questo spazio: della possibilità di essere sconfitti oggi e di tornare a competere domani. Lincoln, che di quel limite ebbe l'esperienza più dolorosa, lo capì meglio di tutti. Il 4 marzo 1865, quando la guerra era ormai vinta, nel suo secondo discorso inaugurale non parlò di punizione, ma disse di voler procedere «senza malizia verso nessuno, con carità verso tutti». Non era ingenuità: era la convinzione che un Paese ferito non si ricompone vincendo contro una parte di sé. Vale per l'America di allora e vale per ogni comunità che esce da una frattura.
Il voto di martedì ci dirà chi governerà il Congresso. Più importante sarà vedere se chi perde riconoscerà l'esito e se chi vince saprà non trasformarlo in una resa dei conti. Nessuno può dire se gli Stati Uniti stiano scivolando verso qualcosa di più grave di una fase di forte conflitto politico. Una cosa però è certa: i limiti si difendono prima che cadano e chiamare guerra ciò che guerra non è resta uno dei modi più rapidi per smettere di vederli.

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