«I miei giorni in cella in Israele senza accusa: 10 minuti d’aria in piedi, sguardo a terra»
di Lucia Capuzzi e Luca Foschi
Un ex detenuto palestinese racconta sotto anonimato: «Ho ricevuto minacce». La direttrice del Comitato contro la tortura in Israele, Sari Bashi: «La privazione di cibo e cure è una forma di tortura»

«Se rivelerai anche il minimo dettaglio sulla permanenza qui da noi ti rimettiamo dentro, e questa volta per lungo tempo. Così mi ha detto l’ufficiale dello Shin Bet quando sono uscito dal carcere. Per questo chiedo che il mio nome non compaia, né che ci siano riferimenti specifici alle circostanze del mio arresto, al luogo dove abito». L’uomo, rilasciato meno di 24 ore prima, osserva le colline riarse della Cisgiordania, i volti dei figli in ascolto, così simili al suo. Il più grande, poco più che maggiorenne, è in una prigione israeliana da aprile. «Vogliono semplicemente che abbandoni la mia terra, per lasciarla ai coloni. Ho perso il conto del numero di arresti subiti negli ultimi quattro anni. Duravano tre, quattro, sei ore. Questa volta dieci giorni. Mai nessuna accusa. È stato terribile. La piccola stanza ospitava dieci detenuti, costretti a dormire su materassi finissimi, per terra. A colazione ci veniva data una piccola caraffa di labneh, da dividere fra tutti, e poco altro. A cena un uovo. Dieci minuti d’aria al giorno, da trascorrere in piedi, immobili, con lo sguardo basso per evitare il pestaggio delle guardie. Ogni tre giorni, con tutto l’equipaggiamento indosso, entravano nelle celle, costringendoci a terra, come animali, per un’ora o più, polsi e caviglie nelle manette d’acciaio, mentre perquisivano la cella, buttando tutto per aria. Nessun contatto con le famiglie, nessuna visita medica. Solo prima di uscire mi hanno concesso una doccia. Mi sono dovuto asciugare con i miei stessi indumenti. Ancora pochi giorni e sarei crollato. Chi sta dentro da mesi, o da anni, è un morto che cammina», racconta l’uomo.
Non sono i lavori di scavo intorno alle celle della prigione di Ketziot, fosse dove potrebbero un giorno albergare i coccodrilli, né le ripetute e minacciose visite ai detenuti, o il trattamento somministrato agli attivisti internazionali della Flotilla a descrivere la politica carceraria del ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, ma il numero dei detenuti morti dal 7 ottobre a oggi: «Sono almeno cento, un’indicazione della sistematica e diffusa tortura di cui sono vittime i prigionieri palestinesi. Percosse, privazione di cibo e di cure mediche. Se mettiamo insieme le testimonianze coerenti dei detenuti, le cartelle cliniche che abbiamo potuto esaminare per alcuni casi di morte, un numero senza precedenti nella storia di Israele, possiamo concludere che almeno molti di questi uomini sono stati uccisi», spiega ad Avvenire Sari Bashi, direttrice del Comitato pubblico contro la tortura in Israele (Pcati). Detenuti di non più di 40 anni, perfettamente in salute al momento dell’arresto, morti dopo pochi mesi.
Dal 7 ottobre 2023 il governo israeliano ha bloccato le visite dei parenti e della Croce Rossa internazionale. Solo gli avvocati, con molta difficoltà, riescono ad avere accesso alle strutture carcerarie e a restituire al mondo esterno brandelli d’orrore. Oltre a sopravvissuti, naturalmente, quelli che hanno il coraggio e la forza di parlare: «Pestaggi, gravi privazioni del sonno, l’essere costretti a mantenere a lungo posizioni forzate che provocano dolori tremendi, scosse elettriche, privazione di cibo, minacce di arresto o stupro rivolte ai familiari, accompagnate da esemplificativo materiale pornografico, violenze sessuali come palpeggiamenti inappropriati, percosse ai genitali, umiliazioni inflitte attraverso l’impiego di cani e fluidi corporei. Uno spettro di trattamento molto ampio», sottolinea Sari Bashi. Con la liberazione i prigionieri di Gaza incontrano l’apocalisse della Striscia, la vita distrutta delle famiglie. In Cisgiordania vivono nell’incubo di essere di nuovo arrestati, spesso senza ragione. Per tutti l’impossibilità di ricorrere a strutture che sappiano trattare il trauma profondo.
«Le donne devono affrontare diverse forme di abuso. Meno percosse, sostituite da umiliazioni di vario genere, invasione dell’intimità, separazione dai bambini, cibo inadeguato, anche per le detenute incinte. Per quanto riguarda i minori, l’unica differenza rispetto ai maschi adulti consiste nel fatto che vengono raggruppati in celle popolate da coetanei. La violenza resta orribile», afferma la direttrice del Pcati. Il comitato ha buoni canali di comunicazione con l’Onu, e numerosi governi garantiscono supporto economico all’organizzazione o esercitano pressioni su Israele affinché interrompa le pratiche di tortura. «L’Unione Europea ha fatto qualche passo nell’esprimere preoccupazione, ma molto di più deve essere fatto», spiega Sari Bashi. Sono almeno 9.000 i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Di questi circa 350 sono minori.
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