Vedere Gesù con gli occhi di Marco: il primo romanzo di Antonio Spadaro
Esordio nella narrativa per il gesuita con “Il romanzo di Gesù”: il racconto passa attraverso lo sguardo dell’evangelista, allo stesso tempo regista e spettatore. Un racconto vertiginoso della visione

«Le cose che devono rimanere nel cuore e nella mente vanno viste con l’immaginazione, non solamente spiegate come una lezione» scrive Antonio Spadaro, incastonando la considerazione nel tessuto, molto denso, della sua prima prova narrativa, Il romanzo di Gesù (Feltrinelli, pagine 160, euro 17,00). Teologo e punto di riferimento centrale per la cultura cattolica italiana, se avverte l’urgenza di legittimare il suo esordio narrativo, Spadaro lo fa utilizzando presupposti però tutti letterari, saldi e insieme ariosi, di una sicurezza di voce analoga a quella che percorre le pagine di questo suo vibrante primo testo narrativo. Quanto viene riletto e reimmaginato a partire dal Vangelo di Marco («il più antico, scarno ed enigmatico» dei quattro Vangeli), ecco l’autore rimaneggiarlo e tradurlo in nuova forma di racconto. Forma compatta e incalzante, forte grazie a punti fermi che sono anzitutto prospettive di traiettorie di sguardi.
L’idea di partenza è che il racconto di Marco sia “un montaggio”, come si trattasse di materiale cinematografico, una sapiente tessitura di immagini che a loro volta, in una sfasatura temporale feconda, diventano scatti, istantanee, fotogrammi, intere sequenze. In un andamento concentrico di messe in scena successive, Spadaro ci fa vedere quel che l’evangelista sia vede, sia ci fa vedere di Gesù: ogni sua azione, parola, gioia, dolore, condivisione, silenzio. Il punto di vista di autore è dunque concentrato su Marco nel mentre segue e ininterrottamente osserva Gesù. Così, grazie a questa sorta di schema di scatole cinesi, di punti di osservazione in successione ma inglobati l’uno nell’altro e l’uno dall’altro supportati, la forza emotiva del romanzo si moltiplica, si amplifica: riecheggia, rimbomba dentro. Perché un racconto «è tale se ci entri dentro»: e se a ogni pagina siamo del tutto partecipi, da lettori ma anche da spettatori e testimoni, quasi fossimo fisicamente lì, è perché in questo romanzo di Gesù tutto è visto da fuori, ma un fuori che è dentro, e che proprio per questa trazione opposta e continua accumula forza: forza di racconto.
Siamo nello sguardo di Marco mentre spettatore ma anche regista zooma, o dilata, o restringe l’obiettivo, o velocizza o rallenta il ritmo di immagini che vede e disseziona come fossero inquadrature. Una ipotesi narrativa attualissima e intensa, tutta poggiata sulla centralità della visione. Ogni istante è sguardo che lo guarda; sguardo moltiplicato lungo la traiettoria dell’interpretazione; e sguardo, anche, perché alle parole di Gesù così come a tutta la sua biografia si tratta di “farci l’occhio”. Visione “cinetica” che è anche visione interiore: Marco percepisce tutto rendendolo introspettivo, e l’introspezione è dei due: quella di Marco e quella di Gesù, entrambe riverberate nel romanzo sino a costituirne l’ossatura.
Nel pensare l’esegesi come interpretazione infinita, questa versione romanzesca pare cogente anche sul versante della reinterpretazione, del commento. C’è libertà e c’è coraggio, in una rilettura che sa essere attualizzante (Gesù «si carica di ogni Auschwitz e di ogni Gaza, di ogni Abu Grahib e di ogni el-Agheila»). C’è libertà e c’è coraggio quando, nel mentre l’evangelista Marco ci fa vedere e ci restituisce ogni atmosfera e cornice entro cui Gesù agisce, nomina, tace, si muove, suscita meraviglia o viene attaccato, Antonio Spadaro invisibile e attento coglie ogni risvolto della trama, ne recupera fili soggiacenti, sempre illuminando ogni scena e mettendone in risalto il valore. Come deve un narratore autentico, sta in ascolto, di quel che è detto tanto quanto di ciò che non è detto: consapevole che se si vuole offrire un racconto, «non si tratta di addomesticare, né di spiegare». Seguire piuttosto, ogni ansa della vita di Gesù considerandola come un tutt’uno, una unica gigantesca onda che possiede la potenza e l’imprevedibilità dell’acqua. Perché se il Vangelo è vicinanza anche alla sofferenza, «confronto serrato con il male del mondo», se Dio nella sua abbondanza è anche ramingo, selvaggio e incontenibile, solo una narrazione insieme ampia e minuziosa, libera e rigorosa come è questa può rendergli il dovuto, sacro rispetto. Con i picchi di velocità e poi di rallentamento che sono delle vite davvero vissute. Con i silenzi, le pause e le lunghe latenze che appartengono alla forza dello spirito che alita dietro ciascuna parola del Vangelo. Forza che nasce, si dispiega, muore e nasce di nuovo. Anche in un romanzo che davvero vede e fa vedere è così.
L’idea di partenza è che il racconto di Marco sia “un montaggio”, come si trattasse di materiale cinematografico, una sapiente tessitura di immagini che a loro volta, in una sfasatura temporale feconda, diventano scatti, istantanee, fotogrammi, intere sequenze. In un andamento concentrico di messe in scena successive, Spadaro ci fa vedere quel che l’evangelista sia vede, sia ci fa vedere di Gesù: ogni sua azione, parola, gioia, dolore, condivisione, silenzio. Il punto di vista di autore è dunque concentrato su Marco nel mentre segue e ininterrottamente osserva Gesù. Così, grazie a questa sorta di schema di scatole cinesi, di punti di osservazione in successione ma inglobati l’uno nell’altro e l’uno dall’altro supportati, la forza emotiva del romanzo si moltiplica, si amplifica: riecheggia, rimbomba dentro. Perché un racconto «è tale se ci entri dentro»: e se a ogni pagina siamo del tutto partecipi, da lettori ma anche da spettatori e testimoni, quasi fossimo fisicamente lì, è perché in questo romanzo di Gesù tutto è visto da fuori, ma un fuori che è dentro, e che proprio per questa trazione opposta e continua accumula forza: forza di racconto.
Siamo nello sguardo di Marco mentre spettatore ma anche regista zooma, o dilata, o restringe l’obiettivo, o velocizza o rallenta il ritmo di immagini che vede e disseziona come fossero inquadrature. Una ipotesi narrativa attualissima e intensa, tutta poggiata sulla centralità della visione. Ogni istante è sguardo che lo guarda; sguardo moltiplicato lungo la traiettoria dell’interpretazione; e sguardo, anche, perché alle parole di Gesù così come a tutta la sua biografia si tratta di “farci l’occhio”. Visione “cinetica” che è anche visione interiore: Marco percepisce tutto rendendolo introspettivo, e l’introspezione è dei due: quella di Marco e quella di Gesù, entrambe riverberate nel romanzo sino a costituirne l’ossatura.
Nel pensare l’esegesi come interpretazione infinita, questa versione romanzesca pare cogente anche sul versante della reinterpretazione, del commento. C’è libertà e c’è coraggio, in una rilettura che sa essere attualizzante (Gesù «si carica di ogni Auschwitz e di ogni Gaza, di ogni Abu Grahib e di ogni el-Agheila»). C’è libertà e c’è coraggio quando, nel mentre l’evangelista Marco ci fa vedere e ci restituisce ogni atmosfera e cornice entro cui Gesù agisce, nomina, tace, si muove, suscita meraviglia o viene attaccato, Antonio Spadaro invisibile e attento coglie ogni risvolto della trama, ne recupera fili soggiacenti, sempre illuminando ogni scena e mettendone in risalto il valore. Come deve un narratore autentico, sta in ascolto, di quel che è detto tanto quanto di ciò che non è detto: consapevole che se si vuole offrire un racconto, «non si tratta di addomesticare, né di spiegare». Seguire piuttosto, ogni ansa della vita di Gesù considerandola come un tutt’uno, una unica gigantesca onda che possiede la potenza e l’imprevedibilità dell’acqua. Perché se il Vangelo è vicinanza anche alla sofferenza, «confronto serrato con il male del mondo», se Dio nella sua abbondanza è anche ramingo, selvaggio e incontenibile, solo una narrazione insieme ampia e minuziosa, libera e rigorosa come è questa può rendergli il dovuto, sacro rispetto. Con i picchi di velocità e poi di rallentamento che sono delle vite davvero vissute. Con i silenzi, le pause e le lunghe latenze che appartengono alla forza dello spirito che alita dietro ciascuna parola del Vangelo. Forza che nasce, si dispiega, muore e nasce di nuovo. Anche in un romanzo che davvero vede e fa vedere è così.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di AvvenireTemi





