Il proverbio è morto. Viva il proverbio
Maurizio Trifone in “Motto antico mai smentito” offre storia, usi, rifacimenti di 55 detti celebri. E mostra la vitalità di un “genere” che rischia di sparire scenari

«Un’immagine vale più di mille parole». A ben vedere siamo di fronte a uno slogan dei tempi moderni. Ma ormai è divenuto proverbiale. Che dire, poi, di «La pubblicità è l’anima del commercio» o, derivando proprio dalla pubblicità, di «Chi beve birra campa cent’anni»? I proverbi non sono dunque solo roba del passato o il sedimento di una saggezza antica, di una vox populi divenuta a volte luogo comune o sedicente verità incontrovertibile. Da quest’ultimo aspetto trae origine il titolo del volume del linguista Maurizio Trifone Motto antico, mai smentito. Storia e fortuna dei proverbi italiani (Carocci, pagine 328, euro 26,00). Il riferimento è all’autocertificazione di affidabilità che molte di tali espressioni esprimono («Proverbio non falla»), anche se non ne mancano altri che, facendo parte della stessa famiglia, disconoscono tale assunto («Con i proverbi non si va lontano»).
I temi affrontati dall’autore nell’introduzione spaziano dallo “status” del proverbio, alla sua origine letteraria (testi poetici delle origini erano detti proverbia ), fino alla forma linguistica e all’essere specchio di un’epoca. E la successiva disamina storica e linguistica di 55 modi di dire italiani non si limita a un repertorio da museo; cerca anzi di farne capire significato e vitalità. Se è vero, infatti, che il declino dei proverbi è stato più volte descritto e che la maggior parte dei 30mila censiti nel dizionario di Valter Boggione e Lorenzo Massobrio (Utet, 2007) non è più in uso - poiché legati a un mondo scomparso o portatori di valori oggi ritenuti arcaici e superati - in realtà «la rielaborazione di proverbi è frequentissima e anche la creazione di nuovi proverbi è meno rara di quanto si possa immaginare», conferma l’autore, riportando una messe di esempi. Da «Squadra che vince non si cambia», legato al mondo del calcio, a «Una mela al giorno toglie il medico di torno» che deve la sua origine al salutismo imposto all’uomo urbanizzato ed è la traduzione dell’inglese “An apple a day keeps the doctor away” (sul quale ha ironizzato anche Winston Churchill, aggiungendo «se si mira bene»). E ancora «Chi ha voluto la bicicletta pedali», «Donne e motori, gioie e dolori» (mentre nel mondo agricolo la donna, come i buoi, doveva essere del luogo) e “Non si spara sulla Croce Rossa”, ripreso dal francese “On ne tire pas sur un ambulance”. Fecondi in questo campo restano anche i dialetti, che da un lato si appropriano di proverbi, adattandoli, dall’altro ne forniscono alcuni che diventano patrimonio nazionale. Basti pensare al celebre “scarrafone” che piace “a mamma soja”, ormai sulla bocca anche dei non napoletani.
Trifone, già docente nelle Università di Cagliari e Siena, nonché autore del Devoto-Oli dei sinonimi e contrari (Le Monnier, 2013) e, con Luca Serianni, del Nuovo Devoto-Oli (Le Monnier, 2017), nel libro offre di ciascuno dei 55 proverbi “tradizionali” presi in esame l’origine, l’uso che ne è stato fatto nella letteratura e nell’informazione e le rielaborazioni a cui e stato sottoposto nel tempo. A volte molto creative. Non un monumento, insomma, ma un cantiere in movimento. Si prenda «Il fine giustifica i mezzi», erroneamente attribuito a Machiavelli, che viene da Ovidio e approda al goliardico «Il fine giustifica i mezzi, ma non gli interi». Di solito i proverbi sono brevi (anche se vanno distinti dagli aforismi). Fa eccezione, ad esempio, «Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova». Più concisi i latini che dicevano « Via trita, via tuta » (“strada battuta, strada sicura”). Giambattista Basile ne Lo cunto de li cunti ne cita solo la prima parte, narrando di una disavventura di un amante e lo cita in coppia con «Gallina vecchia fa buon brodo», che ha anch’esso la sua storia e la sua fortuna. In Italia compare, appunto, nel Seicento e ha corrispettivi in francese, «La vielle puole fait le bon bouillon», e spagnolo, «Gallina vieja hace buen caldo». Sul fatto che sia preferibile l’uovo di oggi alla gallina di domani si dice sicuro il rispettivo proverbio che Rabelais nel Gargantua e Pantagruel mette in parodia, latinizzandolo in «Ad praesens ova, cras pullis sunt meliora». Spesso il motto gioca con le parole: «Chi non risica non rosica». Dove “risica” è forma di un verbo “risicare” del quale oggi è di uso comune il solo participio passato “risicato”. Ma Risiko è il nome dato nel 1968 in Italia a un gioco da tavolo che nell’originale francese era La conquête du monde. Oltre a quelli nati nella notte dei tempi, legati al mondo contadino e pastorale, non mancano, infine, stanno i proverbi di origine evangelica come «Chi di spada ferisce, di spada perisce». O «A chi ti percuote, offri l’altra guancia», che il solito burlone Marcello Marchesi ha modificato in «Porgi la guancia... di un altro». Insomma, ce n’è per tutti i gisti. E, come recita il primo dei proverbi censiti, «A buon intenditor poche parole». O almeno quelle sufficienti.
I temi affrontati dall’autore nell’introduzione spaziano dallo “status” del proverbio, alla sua origine letteraria (testi poetici delle origini erano detti proverbia ), fino alla forma linguistica e all’essere specchio di un’epoca. E la successiva disamina storica e linguistica di 55 modi di dire italiani non si limita a un repertorio da museo; cerca anzi di farne capire significato e vitalità. Se è vero, infatti, che il declino dei proverbi è stato più volte descritto e che la maggior parte dei 30mila censiti nel dizionario di Valter Boggione e Lorenzo Massobrio (Utet, 2007) non è più in uso - poiché legati a un mondo scomparso o portatori di valori oggi ritenuti arcaici e superati - in realtà «la rielaborazione di proverbi è frequentissima e anche la creazione di nuovi proverbi è meno rara di quanto si possa immaginare», conferma l’autore, riportando una messe di esempi. Da «Squadra che vince non si cambia», legato al mondo del calcio, a «Una mela al giorno toglie il medico di torno» che deve la sua origine al salutismo imposto all’uomo urbanizzato ed è la traduzione dell’inglese “An apple a day keeps the doctor away” (sul quale ha ironizzato anche Winston Churchill, aggiungendo «se si mira bene»). E ancora «Chi ha voluto la bicicletta pedali», «Donne e motori, gioie e dolori» (mentre nel mondo agricolo la donna, come i buoi, doveva essere del luogo) e “Non si spara sulla Croce Rossa”, ripreso dal francese “On ne tire pas sur un ambulance”. Fecondi in questo campo restano anche i dialetti, che da un lato si appropriano di proverbi, adattandoli, dall’altro ne forniscono alcuni che diventano patrimonio nazionale. Basti pensare al celebre “scarrafone” che piace “a mamma soja”, ormai sulla bocca anche dei non napoletani.
Trifone, già docente nelle Università di Cagliari e Siena, nonché autore del Devoto-Oli dei sinonimi e contrari (Le Monnier, 2013) e, con Luca Serianni, del Nuovo Devoto-Oli (Le Monnier, 2017), nel libro offre di ciascuno dei 55 proverbi “tradizionali” presi in esame l’origine, l’uso che ne è stato fatto nella letteratura e nell’informazione e le rielaborazioni a cui e stato sottoposto nel tempo. A volte molto creative. Non un monumento, insomma, ma un cantiere in movimento. Si prenda «Il fine giustifica i mezzi», erroneamente attribuito a Machiavelli, che viene da Ovidio e approda al goliardico «Il fine giustifica i mezzi, ma non gli interi». Di solito i proverbi sono brevi (anche se vanno distinti dagli aforismi). Fa eccezione, ad esempio, «Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia e non sa quel che trova». Più concisi i latini che dicevano « Via trita, via tuta » (“strada battuta, strada sicura”). Giambattista Basile ne Lo cunto de li cunti ne cita solo la prima parte, narrando di una disavventura di un amante e lo cita in coppia con «Gallina vecchia fa buon brodo», che ha anch’esso la sua storia e la sua fortuna. In Italia compare, appunto, nel Seicento e ha corrispettivi in francese, «La vielle puole fait le bon bouillon», e spagnolo, «Gallina vieja hace buen caldo». Sul fatto che sia preferibile l’uovo di oggi alla gallina di domani si dice sicuro il rispettivo proverbio che Rabelais nel Gargantua e Pantagruel mette in parodia, latinizzandolo in «Ad praesens ova, cras pullis sunt meliora». Spesso il motto gioca con le parole: «Chi non risica non rosica». Dove “risica” è forma di un verbo “risicare” del quale oggi è di uso comune il solo participio passato “risicato”. Ma Risiko è il nome dato nel 1968 in Italia a un gioco da tavolo che nell’originale francese era La conquête du monde. Oltre a quelli nati nella notte dei tempi, legati al mondo contadino e pastorale, non mancano, infine, stanno i proverbi di origine evangelica come «Chi di spada ferisce, di spada perisce». O «A chi ti percuote, offri l’altra guancia», che il solito burlone Marcello Marchesi ha modificato in «Porgi la guancia... di un altro». Insomma, ce n’è per tutti i gisti. E, come recita il primo dei proverbi censiti, «A buon intenditor poche parole». O almeno quelle sufficienti.
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