Gli estremismi, fuochi da spegnere senza bruciarsi

Oggi si tende a non contrastare chi vuole avere sempre ragione. In una società individualistica va invece riscoperto l’equilibrio in modo che anche gli intolleranti siano rispettosi delle regole
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October 30, 2026
Gli estremismi, fuochi da spegnere senza bruciarsi
Scontri in piazza del Duomo a Milano durante la manifestazione del 17 ottobre / Matteo Corner / Ansa
Pubblichiamo un estratto dal volume del filosofo Adriano Fabris Contro gli estremismi. Elogio della mediazione (Scholé, pagine 192, euro 16,00). Oggi l’estremismo non è solo una deviazione, ma un modo comune. Al dubbio si preferiscono dogmi e opinioni che non ammettono repliche. L’autore indaga i nodi del pensiero occidentale in cerca di condizioni per un confronto.
Un fantasma s’aggira per il mondo. È uno spettro che ritorna spesso nella storia umana, ma che oggi si propone con forza ancora più grande, egemonizzando i comuni modi di pensare e di agire. Si tratta della tendenza a estremizzare, a polarizzare le situazioni, a considerare unilateralmente ogni cosa, senza voler trovare un punto d’incontro. Sembra che sia andata sempre così. La storia è fatta da chi esagera, da chi ritiene di avere sempre ragione, anche se ciò porta spesso a lutti e rovine. Molti lo credono. Ma oggi tutto ancor di più, se possibile, dev’essere portato all’estremo. La moderazione non solo non viene esercitata, ma non è neppure considerata un valore. Non se ne sente più il bisogno. E ciò ci predispone a un’unica alternativa: o tollerare le tesi altrui, tutte quante – perché a ben vedere ci sono indifferenti, a meno che non tocchino un nostro interesse –, oppure attrezzarci al conflitto.
Entrambe le posizioni sono perdenti. Ce lo insegna proprio la storia. Ci insegna poi che il coraggio, necessario per combattere, non è merce diffusa, pure quando sono molti a mostrarlo a parole. E così, nel momento in cui prevale il lasciar fare e il lasciar stare, finiscono per avere spazio solo i pochi prepotenti che sanno sfruttare la situazione. Anche alla tolleranza devono in qualche modo essere vincolati gli intolleranti. Anche le regole devono venir riconosciute e fatte riconoscere da tutti coloro che entrano in una determinata relazione. Il problema non è se bisogna farlo. La questione, semmai, è come farlo, per non ricadere nella guerra di tutti contro tutti. O per non giungere, più facilmente, alla sottomissione dei molti pacifici ai pochi violenti.
Gli estremismi del nostro tempo
La tendenza all’estremismo si ricollega oggi a una serie di fenomeni sociali, tecnologici, politici, comunicativi che si sono ormai diffusi e i cui effetti si sono consolidati nelle nostre vite, tanto da plasmare molti comportamenti individuali e collettivi. Pensiamo, nella nostra cultura, alla persistente e unilaterale messa al centro dell’individuo. Si tratta, certo, di un individuo debole, “liquido”, ben lontano dai fasti eroici della modernità, e tuttavia capace di riproporsi nella sua autoreferenzialità narcisistica, di autoaffermarsi nella sua presunta assolutezza, e di resistere strenuamente, anche con violenza, a chi ritiene che le minacci (Bauman). C’è poi il modo, spesso conflittuale, in cui si configurano i rapporti all’interno delle comunità online a cui apparteniamo, e il carattere paradossale che tali rapporti assumono. Le piattaforme e i programmi che ci permettono di accedere agli ambienti digitali, infatti, finiscono per contrapporre e isolare i gruppi che esse stesse hanno creato, invece di favorire, come pure dovrebbero in quanto “reti sociali”, la loro interazione. La conseguenza – paradossale – è la solitudine di chi risulta sempre connesso (Turkle). Possiamo inoltre riscontrare il trionfo dell’esagerazione e una diffusa tendenza a polarizzare le posizioni in campo, sia individuali che di gruppo, questa volta anche nel mondo offline. Ciò vale non solo per l’agire in ambito politico, che sempre più spesso manifesta tutta la sua aggressività priva di argomenti, e neppure per le forme della comunicazione prevalenti in quest’ambito, sempre più incapaci di consentire una reale mediazione fra i differenti interessi, ma anche per il modo in cui la politica stessa viene concepita: non più “arte del possibile”, ma luogo del “tutto o nulla”. Pure in ambito religioso, poi, l’estremismo è un’attitudine diffusa. Lo è sia nel modo dei fondamentalismi, in qualunque forma essi si configurino, sia in quello di un’indifferenza laicizzante, che vuole dissolvere la legittimità di una scelta religiosa facendo leva sul disinteresse nei confronti di ogni domanda di senso. Potrei continuare nell’elenco. Potrei parlare del nostro rapporto con il cibo, con la natura, con l’ambiente. Potrei menzionare il modo in cui, nel nostro tempo, ci relazioniamo alla nostra tradizione e intendiamo la cultura. Potrei riferirmi alle forme dell’economia e del lavoro oggi prevalenti, dove le tensioni vengono acuite piuttosto che governate. Alcuni di questi temi saranno affrontati nelle pagine che seguono. Discuterò le conseguenze di tale situazione. Si fa di tutta l’erba un fascio. Si condanna non tanto il peccato, perché potremmo commetterlo anche noi, ma sempre il peccatore. Si ritiene che, anche se l’interlocutore ha qualche ragione, sbaglia comunque, perché non s’identifica pienamente con la mia posizione, e che, se anche dice o fa qualcosa di giusto, non lo è mai abbastanza. Si rivendicano solo i diritti, soprattutto quelli propri, dimenticando i doveri che a tali diritti sono necessariamente collegati. Ma, senza il riferimento a doveri comuni, parlare unicamente di diritti rischia d’innescare quella conflittualità che proprio la giustificazione di certi diritti fondamentali aveva inteso evitare. Intendiamoci. Il mio non è un discorso di retroguardia, che vuol rimarcare ciò che abbiamo perduto e criticare certi esiti che abbiamo davanti agli occhi. Si tratterebbe di un approccio ideologico, che a sua volta non sfuggirebbe alla logica della contrapposizione, ricadrebbe nella tentazione dell’estremismo e ripro-porrebbe il gioco della polarizzazione. Ci sarebbe cioè sempre qualcuno che si oppone a una determinata tesi, e che riterrebbe che la sua opinione ha lo stesso valore, se non un valore maggiore (perché appunto è la sua), rispetto a ciò che qualcun altro sta sostenendo. Non è questo ciò che intendo fare. La mia analisi vuole far emergere alcune strutture proprie, oggi, della mentalità comune, discuterle e trovare alternative. Bisogna capire perché accade ciò a cui stiamo assistendo. La categoria di “estremismo” può servirci a classificare e ad approfondire certi fenomeni. Bisogna poi chiedersi perché la tendenza all’estremismo è così presente nella storia, tanto da essere ritenuta un suo motore. Si tratta di una riflessione che riconduce il nostro discorso a una dimensione antropologica più ampia e alle strutture generali del pensare filosofico, che vanno indagate e discusse. Dobbiamo infine cercar di governare tale situazione. L’etica – un’etica consapevole dell’ambiguità dell’agire umano – può esserci d’aiuto.
La possibilità di una mediazione
Che ne sarebbe della nostra vita, infatti, se non ci fosse un punto di equilibrio? Che ne sarebbe dell’ecosistema in cui viviamo se tutto fosse portato all’estremo? Platone, nel Simposio, fa dire a Socrate che l’amore – lo stato d’animo che più di tutti ci prende, ci coinvolge, ci fa fare cose a volte incomprensibili, ci spinge a esagerare – è in realtà un daimon: un mediatore fra dei e uomini. Sta nel mezzo e fa da legame. È, più in generale, una copula mundi. Collega cioè noi stessi e una realtà altra, ci fa capire di essere meglio di quello che siamo. E insieme unisce ogni realtà con ogni altra, in un equilibrio fragile ma felice (Reale). Da questo punto di vista l’amore è una categoria etica. Spinge all’incontro – a cercare la mediazione – e motiva a questo incontro e a tale ricerca. Bisogna capire, però, in che cosa la mediazione propriamente consiste e quali sono i pericoli che comporta. Infatti anch’essa – come tutti i modi di fare umani – può venire mal intesa e mal praticata. E tuttavia non c’è bisogno, sempre e comunque, di rompere tutto. Non è necessario distruggere, a tutti i costi, per migliorare una certa situazione. I sostenitori del “tanto peggio tanto meglio”, i piromani culturali del nostro tempo, alla fine si bruciano anche loro. Confrontandomi con questa tendenza, farò vedere che bisogna seguire un’altra strada: la strada del mediare. Mostrerò che è bene farlo e ne chiarirò il perché. Approfondirò le forme di un agire equilibrato. Mi metterò sulla scia di quei pensatori che, nel passato, hanno parlato di virtù come la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza. Proporrò a mia volta un elogio della mediazione: una mediazione che non è affatto un gioco al ribasso (Craiutu), ma che è la condizione di ogni rapporto ben riuscito.

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