«Ci hanno uccisi»: e Novaya Gazeta chiude in Russia
Lo sfratto e il blocco della piattaforma di donazioni è l'ultima goccia della repressione; lo storico giornale indipendente spiega le ragioni dell'interruzione delle pubblicazioni nel Paese dal 9 novembre. «Hanno ucciso i nostri giornalisti, hanno sequestrato la nostra tipografia e hanno tradito la Costituzione»
«Ci hanno uccisi». Titola così la notizia sul sito dello storica testata russa indipendente. Fondata oltre 30 anni fa dal Premio Nobel per la Pace 2021 Dmitrij Muratov insieme a Mihail Gorbachev, ultimo presidente dell'Urss e padre della Perestrojka, Novaya Gazeta nacque nel segno della libertà e indipendenza dell'informazione. Questa era ed è sempre stata la cifra che l'ha guidato. Per questa sua identità universalmente riconosciuta anche con il Nobel ha pagato un caro prezzo. Oltre ad Anna Politkovskaja altri 5 suoi colleghi sono stati uccisi: Igor Domnikov, Jury Schekhochikhin, Stas Markelov, Anastasia Baburova e Natalia Estemirova. Uccisi per il fatto di essere giornalisti, di raccontare la verità su soprusi, guerre e corruzione. Il lavoro dei suoi giornalisti non si è mai fermato anche per rispetto e in memoria di questi colleghi. Una redazione che non ha mai perso il coraggio di testimoniare l'esistenza in Russia di una società civile e giornalistica che crede del diritto e nella libertà di espressione.
Nel comunicato si legge che «il 9 novembre spegneremo le luci nell'edificio in cui abbiamo lavorato per 30 anni, spegneremo i nostri server e ce ne andremo. Il giornale non esiste più. Le autorità russe e i servizi di sicurezza russi hanno costretto la nostra redazione a cessare le attività». Dal giorno dell'inizio dell'aggressione su vasta scala in Ucraina il giornale ha subito un attacco progressivo. Una voce che rappresentava un riferimento per leggere ciò che accade nel Paese; una lettura indipendente, basata sulla profonda conoscenza della realtà articolata e complessa lungo i suoi 11 fusi orari. Una realtà sconosciuta ai più in Occidente e anche per questo incompresa nelle sue dinamiche sociali e politiche. Per questo Novaya Gazeta è una testata unica e insostituibile che forniva un'informazione vitale sia all'interno che all'esterno del Paese. L'ultima goccia dello stillicidio repressivo è avvenuto negli ultimi giorni: contemporaneamente alla lettera di sfratto c'è stata la disattivazione del sistema di donazioni che permetteva di ricevere contributi dai lettori, di fatto privando la redazione di ogni sostegno. Secondo Novaya Gazeta «si tratta di un'operazione coordinata. Nessuno si lascerà convincere dalla giustificazione fornita delle banche, secondo cui agirebbero in base a regolamenti interni aziendali. Si tratta di regole esterne, stabilite dall'apparato repressivo statale, da funzionari dell'FSB che si sono infiltrati in ogni organizzazione. Considerano il Paese di loro proprietà».
Ma per capire la situazione e la decisione di oggi di alzare bandiera bianca è necessario vedere quanto accaduto precedentemente. Prima di questi ultimi due colpi c'è stata la censura con il blocco del sito, il sequestro della tipografia e l'intervento dei servizi segreti per impedire di stampare e pubblicare il giornale, il ritiro della licenza e a seguire i giornalisti che man mano venivano inseriti nella lista degli "agenti stranieri" a cominciare dal caporedattore. Mentre tutto questo si svolgeva a Mosca, i suoi giornalisti subivano minacce sempre più pesanti fino all'aggressione avvenuta in Cecenia dell'editorialista Elena Milashina, rapita e picchiata. Poi il fermo di un altro collega, Oleg Roldugin, che, come dicono nel comunicato, «è stato preso in ostaggio con l'accusa di lavorare come giornalista». Il suo processo inizierà a breve. Quest'estate la redazione è stata perquisita per diverse ore e a settembre l'intera redazione è stata dichiarata "agente straniero", e altre cento persone, tra giornalisti e collaboratori, sono stati considerati per questo complici. Nonostante questo in quasi 5 anni dall'inizio della guerra la redazione ha lavorato da remoto facendo il possibile per non abbandonare i lettori e continuare a esprimere la propria voce. Ma, come conclude il caporedattore nel suo messaggio video pubblicato per annunciare la chiusura, «e ora è tutto. Ci troviamo nella kill zone». Un monito che spaventa e riguarda tutti, in Russia e nel mondo intero.
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