Così il tycoon potrebbe diventare "un'anatra zoppa"

di Fabio Carminati
La guerra in Iran e il costo della vita hanno eroso la popolarità del presidente degli Stati Uniti. Che ora potrebbe perdere il controllo delle Camere. La partita decisiva si gioca oggi in 18 distretti chiave
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November 3, 2026
Così il tycoon potrebbe diventare "un'anatra zoppa"
Donald Trump a Washington / Afp
Almeno su un aspetto non si rischia di sbagliare: tutto non sarà mai più come prima, comunque vada il voto di midterm. Perché il rischio reale che Donald Trump ne esca come un’anatra zoppa, anzi letteralmente “gambizzata”, esiste. La sensazione - in attesa dei risultati impossibile essere più concreti - è che il rapporto tra il tycoon e l’America si sia guastato. La pietra filosofale che lo aveva riportato alla Casa Bianca nel 2024, in questi due anni (ma soprattutto da febbraio a oggi) ha dimostrato di non essere più in grado di assolvere ad almeno due delle sue tre caratteristiche precipue. Primo, non trasforma più il ferro in promesse dorate. Non garantisce più, soprattutto, al fondatore dei Maga l’immortalità politica: un americano su cinque ormai disapprova totalmente il suo operato in Iran, il consenso è precipitato a una quota molto vicina al 35 per cento. L’inflazione, nel frattempo, rimane altissima nonostante il giuramento del presidente, non su una ma su due Bibbie, di far crollare i prezzi. Il loro livello è invece salito, rispetto al 2025, del 5,4 per cento e il costo della benzina ha toccato progressivamente, dopo il primo attacco all’Iran, i 4 dollari al gallone. Una cifra proibitiva negli Usa. Altro dato che balza agli occhi è quello dello smantellamento del Welfare, con 20 milioni di cittadini senza assicurazione sanitaria.
Per capire il “point break”, il punto di frattura, si può tornare alla fine di febbraio di quest’anno quando i Tomahawk si sono abbattuti su Teheran. Allora il gradimento viaggiava intorno al 42 per cento, sette punti in più di quello attuale. Otto anni fa, a questo punto del primo mandato, l'indice di Trump era significativamente più alto: 43 per cento. Quello di Joe Biden, nello stesso momento, era del 40 per cento. In entrambi i casi, il presidente in carica ha perso il controllo della Camera dei rappresentanti nelle elezioni di metà mandato, mantenendo quello del Senato. I bassi indici di gradimento di Trump contribuiscono a spiegare perché i democratici sperino di conquistare l’intero Congresso, puntando gli occhi sugli Stati che i conservatori hanno vinto costantemente negli ultimi anni.
Secondo il Cook political report, che analizza campagne, sono diciotto i distretti “in bilico” alla Camera, ovvero potrebbero essere vinti da entrambi i partiti, con uno scarto finora da quattro voti sul totale di 435. I repubblicani hanno però una maggioranza leggermente più solida al Senato. Detengono 53 dei 100 seggi, mentre i democratici ne hanno 45 e due indipendenti che votano con loro. Lì, però, sono soltanto sette i posti in bilico. Fin qui il gioco dei numeri, “magici” o reali che siano, sul futuro assetto di Capitol Hill. Più difficile ancora è, però, capire il peso politico e soprattutto geopolitico con il quale uscirà di casa mercoledì mattina Donald J. Trump. Con l’Europa è in rotta di collisione, come lo è con il dirimpettaio su quattro dei cinque Grandi Laghi, il Canada. A Sud – terra di conquista del primo periodo di permanenza trumpiana al 1600 di Pennsylvania Avenue, al punto da far ribattezzare la sua politica in America Latina come la “dottrina Donroe” – il Risiko si è impantanato, però, proprio pochi giorni fa in Brasile. Ha spinto Bolsonaro jr, ha vinto, però, Lula e il capo della Casa Bianca ha dovuto aprire anche le porte al fuggiasco figlio dell’ex presidente condannato in patria. Una batosta che gli è costata i più ricchi giacimenti di terre rare del Continente e soprattutto ha rafforzato uno dei Paesi fondatori dei Brics, insieme alla Russia dell’amico Vladimir Putin e alla Cina di Xi Jinping.
Lo zar l’ha aiutato a modo suo: ha offerto petrolio a prezzo politico (per raffreddare i mercati del greggio negli Usa) in attesa di incassare con gli interessi in Ucraina con la fine di Zelensky e un accordo di “pax americana” che di fatto riporti il confine lungo la linea di invasione di quasi cinque anni fa. Se venisse azzoppato, come potrebbe Trump continuare sbraitare contro l’Europa, minacciare tutti tranne Mosca e fare l’ennesima delle molteplici paci per le quali gli è stato negato il Nobel? Sulla Cina il discorso è ancora più complicato: nei due anni che gli restano, avrà la forza di contrastare la politica sotterranea di Xi Jinping che su Taiwan testerà ancora la potenza dell’ombrello americano? O nella corsa all’IA e ai componenti rari che le fanno da corollario?
Infine, anche se è l’inizio forse di tutto, il Medio Oriente. L’alleanza con Benjamin Netanyahu - prima a Gaza (dove fare anche affari) e poi sul duplice attacco a giugno e febbraio alla Persia degli ayatollah - a che cosa porterà? The Donald ha già giurato che, in caso di vittoria, attaccherà per la terza volta. Con una mossa che creerebbe anche i presupposti per l’amico di Tel Aviv di invocare il governo di unità nazionale. Ciò che nessuno (tranne lui) vuole dopo le elezioni. La risposta di Teheran, però, quale sarà? E sulla questione di Hormuz (se mai fosse possibile), dopo aver fatto toccare il fondo alle economie mondiali, Trump, non contento, continuerà a scavare?

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