Il leader di Fatah: «Sento aria di svolta: Hamas può lasciare la via delle armi»

di Nello Scavo, inviato a Ramallah
Parla Jibril Rajoub, segretario del Comitato centrale di Fatah, tra i nomi indicati per la successione ad Abu Mazen. Sta negoziando con gli islamisti la riconciliazione palestinese I patti: «Una sola autorità, una sola polizia, una sola legge».
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November 3, 2026
Il leader di Fatah: «Sento aria di svolta: Hamas può lasciare la via delle armi»
Membri di Fatah vicino alla Muqataa, la sede dell'Autorità palestinese, a Ramallah / Ansa
Il generale Jibril Rajoub è l’uomo che negozia direttamente con Hamas la ricomposizione della frattura palestinese. Da segretario del Comitato centrale, ha guidato la delegazione di Fatah nei colloqui del 15 e 16 ottobre al Cairo. «La sua corrente maggioritaria è pronta», dice ad Avvenire . Ma avverte: «Il modello talebano non sarà tollerato da nessuno». Settantatré anni, nato a Dura, vicino a Hebron, «Abu Rami» è uno dei dirigenti storici di Fatah. Condannato per un attacco contro militari israeliani, fu liberato nel 1985 dopo 17 anni in carcere. Dopo gli accordi di Oslo del 1993, Arafat lo mise alla guida della Sicurezza preventiva in Cisgiordania. Rajoub si coordinava con i servizi israeliani e americani. Oggi presiede la Federcalcio e il Comitato olimpico palestinese. Ad aprile, al congresso Fifa, rifiutò la stretta di mano al vicepresidente arabo-israeliano della Federcalcio israeliana.
Il generale Jibril Rajoub
Il generale Jibril Rajoub
Dopo il lungo regno del novantenne Abu Mazen, chi guiderà i palestinesi? Forte dell’amicizia e della stima reciproca con Marwan Barghouti, dirigente di Fatah detenuto in Israele, Rajoub potrebbe avere un ruolo nella successione. Sarà lui il prossimo presidente? Da politico esperto, combattente e negoziatore, risponde con studiata lentezza, sorseggiando un tè tra i trofei sportivi sovrastati dai ritratti di Arafat e Abu Mazen. Poi, un lampo negli occhi: «Non credo».
Cosa vuol dire «costruire l’unità con Hamas» dopo il 7 ottobre?
Oggi la resistenza pacifica è più efficace di ogni altra. Hamas deve accettarlo per entrare nel processo politico. E deve accettare una sola autorità, una sola arma, una sola polizia, una sola legge. Servono il consenso su uno Stato nei confini del 1967 e l’accettazione degli obblighi dell’Organizzazione per la liberazone della Palestina (Olp) e delle risoluzioni dell’Onu. Non sono il portavoce di Hamas, ma penso che la sua corrente maggioritaria sia pronta e creda in questo. Il modello talebano non sarà tollerato da nessuno. Le elezioni sono aperte anche a loro. Questa è la mia analisi, la mia valutazione. Continueremo il dialogo nazionale. Non dobbiamo rinunciare, ma continuare a parlare e a impegnarci per convincere Hamas che questa è la strada nell’interesse nazionale.
In Israele il voto arabo potrebbe essere decisivo per il governo. Nei Territori palestinesi non si vota per il Parlamento dal 2006 e per la presidenza dal 2005. Le prossime elezioni sono fissate all’11 settembre 2027. Non è un paradosso?
Ci sono due sfide: la prima è l’occupazione israeliana; la seconda sono le divisioni interne. Sono convinto che sia soltanto questione di tempo prima di raggiungere un programma politico condiviso tra tutte le fazioni. Quando avremo raggiunto quell’accordo politico, il potere andrà condiviso attraverso elezioni generali, l’unica strada per rinnovare la legittimità del sistema politico. E dobbiamo fare riforme: è una nostra responsabilità.
Avete rapporti con i partiti arabi in Israele? Avete dato indicazioni?
Certamente abbiamo rapporti. Credo che le politiche di Ben Gvir e Smotrich, le parole di Netanyahu, abbiano spinto i palestinesi a votare. Non siamo intervenuti e non intendiamo interferire. Non hanno bisogno di noi per gestire la loro battaglia dentro Israele.
Dopo le elezioni israeliane, esiste ancora una strada per la pace in Terra Santa?
La strada è una sola: quella politica. Non militare, non economica. Uno Stato palestinese indipendente e sovrano accanto a Israele è l’unica soluzione capace di garantire sicurezza a tutti. L’unilateralismo non funzionerà mai. Ma oggi non c’è fiducia tra noi: serve un intervento della comunità internazionale per ricostruire un dialogo.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale?
L’Europa condivide le responsabilità finché chiude gli occhi su quanto accade. Senza sanzioni, senza mostrare a Israele il cartellino rosso, non si va da nessuna parte.
Con gli insediamenti che avanzano, i due Stati non sono diventati un’illusione?
Lo Stato palestinese deve nascere sui confini del 1967, con Gerusalemme Est capitale. Il 7 ottobre è stato una tragedia per tutti. Ma chi è responsabile dell’occupazione? La Shoah fu una catastrofe, ma non la commisero i palestinesi. Non possiamo pagarne noi il prezzo.
Allude anche al Board of Peace per Gaza?
Quella è una ricetta israeliana per mantenere la divisione, come se Gaza fosse separata dalla Palestina. Era chiaro fin dal primo giorno che il Board of peace non avrebbe funzionato. Chi sostiene questa iniziativa deve capire che occorre un meccanismo di transizione nel quale l’unità palestinese sia la regola, non l’eccezione.
È pronto a correre per la presidenza palestinese?
La presidenza non è mai stata la mia ossessione. La mia ossessione è servire il mio popolo, fare la mia parte per la giustizia della sua causa. Non voglio entrare nel sistema politico ufficiale, ma posso avere influenza, posso aiutare. Non credo che mi vedrete candidato alla presidenza. Nella Federcalcio ho ancora molto da fare.
E se fosse Fatah a chiederle di candidarsi alla successione di Abu Mazen?
«Solo Dio lo sa. Inshallah».

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