Firenze e l’alluvione di 60 anni fa che ne ha cambiato per sempre la storia
Il 4 novembre 1966 la tragedia che sconvolse la città: l’inondazione provocò la morte di 35 persone e distrusse interi quartieri. Da allora il progressivo spopolamento ha sgretolato il tessuto sociale e il centro storico è diventato ostaggio del turismo selvaggio

Dopo l’alluvione Firenze non è stata più la stessa. Almeno per i suoi abitanti. Dal 4 novembre 1966 è iniziato il lento spopolamento del centro storico fino a diventare oggi ostaggio di un turismo che a suon di affitti brevi invade i condomini. In questi sessant’anni si è sgretolato il tessuto sociale. Del resto l’Arno cantato da Dante come «fiumicel che nasce in Falterona e cento miglia di corso nol sazia...» lasciò dietro di sé morte e distruzione riversando nelle strade cittadine 70 milioni di metri cubi di acqua e fango, che toccarono in alcuni punti i sei metri d’altezza, provocando danni incalcolabili, 17 morti in città e 18 nella provincia.
Di fronte alla chiesa di San Giuseppe, nel quartiere di Santa Croce, l’episodio più tragico, documentato nel «chronicon» parrocchiale da don Giuseppe Boretti, che dalla sua abitazione fu testimone della drammatica fine, dall’altra parte della strada, di una donna inferma che alcuni carabinieri avevano fissato all’inferriata della finestra al piano terra. I militi, infatti, con l’acqua che cominciava a salire, non riuscirono a sfondare la grata né la porta d’ingresso per poter fare uscire la donna. Allora decisero di fissarla all’inferriata con un lenzuolo nella speranza che l’acqua non continuasse a crescere per poi tornare con i mezzi necessari per liberarla. Invece l’acqua salì a vista d’occhio e nell’impossibilità di qualsiasi altro intervento don Boretti continuò a parlare con la donna, a pregare con lei e ad assisterla anche con l’assoluzione sacramentale.
«Tragici e indescrivibili gli ultimi momenti», annota l’allora parroco. La donna cominciò a bere, scosse la testa, tentò di allungarsi, ma perse le forze e sparì nell’acqua melmosa. Don Boretti non ebbe nemmeno il tempo di riprendersi che dovette abbandonare di corsa anche la sua casa al primo piano e quella finestra sulla strada. L’acqua era arrivata anche lì. Eppure, nonostante le tragedie e la devastazione, l’alluvione riuscì a produrre qualcosa di non scontato: la solidarietà dei fiorentini. «Speriamo la duri», diceva qualcuno all’indomani del 4 novembre constatando che da quel fango aveva prese avvio il cosiddetto «miracolo di Firenze», che riguardava sì gli «angeli del fango», ovvero i tanti giovani che anche dall’estero vennero a Firenze per salvare il salvabile (soprattutto libri e opere d’arte), ma riguardava soprattutto gli abitanti dei quartieri popolari, la gente semplice, che si rimboccò le maniche, calzò le calosce e in silenzio incominciò a fare quel poco o quel molto che era possibile per creare un minimo di spazio vivibile. Ognuna di queste persone, con la stessa filosofia, senza lamentarsi o imprecare, a volte persino con ironia, trovò il coraggio fisico e morale per aiutare la città a rialzarsi. Un impegno unico, dalla persona più importante a quella più umile, dall’allora sindaco Piero Bargellini, che abitava in Santa Croce, all’ultimo degli artigiani.
«Molto spesso anche le disgrazie – scrisse don Giulio Villani sul settimanale diocesano – hanno un aspetto positivo perché hanno la capacità di manifestare sentimenti e disponibilità coraggiosa che nelle vicende normali spesso non affiorano». Firenze è così rinata, forse anche più bella di prima, almeno agli occhi del mondo intero, un po’ meno per i fiorentini che ancora vivono nel centro storico e che hanno assistito in questi sessant’anni alla profonda trasformazione del contesto relazionale dei loro quartieri. In quanto alla messa in sicurezza della città, molti lavori sono stati fatti: l’invaso di Bilancino che regolamenta le acque del principale affluente dell’Arno, la Sieve; l’innalzamento delle spallette con la predisposizione per le paratie nel tratto tra la Biblioteca Nazionale, il Ponte Vecchio e il Ponte Santa Trinita; la ripulitura e l’abbassamento del letto del fiume. Devono invece essere ancora completate le principali casse d’espansione a monte della città, che una volta a regime dovrebbero ridurre di 15 milioni di metri cubi la portata dell’Arno verso Firenze. Una nuova alluvione, anche a causa del cambiamento climatico, non è scongiurata, ma di certo non potrà più avere gli effetti devastanti di quella del 1966 per la cui commemorazione sono previste varie iniziative. Domani sarà a Firenze anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel pomeriggio in Palazzo Vecchio, mentre in mattinata, alle 9, il cardinale Gualtiero Bassetti presiederà in Santa Croce, concelebrando con l’arcivescovo Gherardo Gambelli, la Messa di suffragio per le 35 vittime.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





