Le "morti annunciate" di Trieste e quei posti vuoti per l'accoglienza dei senza dimora
di Francesco Dal Mas, Trieste
Un rogo nella struttura dove trovano rifugio i migranti uccide due giovani. La rabbia degli enti che si occupano di accoglienza. Manifestazione in piazza della Libertà. La Caritas: dolore e indignazione

In 100 si sono salvati, loro due no. Un giovane marocchino, una ragazza italiana, tra i 30 ed i 20 anni. Malcapitati tra i profughi del Porto Vecchio. Li ha soffocati il monossido di carbonio sviluppato da un incendio esploso da qualche braciere o fornelletto, accesi per riscaldarsi. Lumini e fiori, in piazza Libertà – là dove i volontari distribuiscono la sera, dalle 18 alle 20, un piatto caldo e una coperta – per ricordare le due vittime, morte domenica sul far della mezzanotte mentre si riparavano dalle raffiche di bora a 100 km orari. I magazzini 18 e 19 del Porto Vecchio dovrebbero essere off limit. Ma la fiumana di senzatetto dove va a ripararsi? Dal piano terra l’incendio è esploso, incontrollabile, e il monossido è salito al piano superiore, aggredendo i due giovani che bivaccavano in uno stanzino, l’ex ufficio. Erano le 23.30 di domenica quando sono stati allertati i soccorsi. Vigili del Fuoco e Forze dell’Ordine hanno trovato il peggio di quanto potevano aspettarsi. Il monossido è salito al primo piano ed ha avvelenato i due giovani che si trovavano rannicchiati in uno stanzino. Altri che bivaccavano nei pressi sono riusciti a mettersi in salvo. Loro due, no.
Le operazioni di soccorso si sono protratte per 8 ore. È stato fatto intervenire anche un piccolo scavatore cingolato per sgomberare le macerie dei muri crollati. Sgomenti gli altri migranti che hanno continuato a trovare riparo negli ambienti attigui. Una ventina di profughi ancora ieri mattina, perché intrappolati all’interno dello stabile. Per accedere all’edificio, che è di tre piani, i vigili del fuoco hanno indossato gli autorespiratori. Un soppalco in legno è crollato mentre stavano operando. «Sono in corso le formali procedure di identificazione e dei conseguenti accertamenti. La Prefettura segue con la massima attenzione gli sviluppi della vicenda, assicurando il necessario raccordo istituzionale» hanno informato i collaboratori del prefetto Giuseppe Petronzi, a seguito di un vertice con tutte le forze dell’ordine. E ieri sera la protesta, in piazza, di tutte le associazioni di volontariato. Tanto più forte, questa protesta - si è specificato - perché in quei magazzini si rifugiano tanti malcapitati, ma anche richiedenti asilo che devono aspettare due o tre mesi per ricevere il riconoscimento della protezione. Eppure, si conferma, ci sono almeno 80 posti di accoglienza ancora liberi. «Esprimiamo il nostro dolore, ma non possiamo limitarci al cordoglio – s’impunta Gianfranco Schiavone, dell’Ics, Consorzio di Solidarietà -. Quanto accaduto è la conseguenza di una situazione di abbandono che si trascina da anni, conosciuta dalle istituzioni e alla quale non si vuole dare risposta. Lo scorso inverno altre due persone sono morte in questi magazzini. Eppure, nulla cambia».
Le associazioni chiedono la disponibilità dell’ex mercato di via Flavio Gioia, una struttura pubblica inutilizzata da anni, dotata di servizi igienici, docce e riscaldamento, la cui destinazione a dormitorio a bassa soglia è stata più volte proposta. Una soluzione concreta per offrire un riparo a chi oggi è costretto a dormire all’aperto o negli edifici fatiscenti del Porto Vecchio. «Dall’altra parte – afferma Schiavone -, la Questura continua a rinviare di due o tre mesi l’accesso alla procedura di asilo, rilasciando semplici inviti a ripresentarsi agli uffici, senza indicare che le persone hanno già manifestato la volontà di chiedere protezione internazionale. In questo modo, la Prefettura non provvede alla loro accoglienza, nonostante il diritto a riceverla sorga già con la manifestazione della volontà di chiedere asilo, alle condizioni previste dalla legge». E ieri sera la veglia, in piazza. L’associazione Linea d’Ombra, che provvede alla solidarietà serale in piazza, si è raccomandata di non chiamarla protesta. «Scendiamo in strada per ricordare queste vite e per rivendicare il diritto di ogni essere umano a vivere in sicurezza e con dignità» hanno spiegato i promotori. «Privati cittadini – chiarisce Linea d’Ombra - ci mandano questo appello. Ci riempie di gioia vedere le mobilitazioni avvenire dal basso, spontaneamente. Abbiamo la prescrizione per le distribuzioni. Non chiamiamo una protesta, ci siamo come sempre. Portiamo fiori, rabbia e solidarietà». Oggi il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, sarà a Roma e incontrerà il ministro dell’Interno, Piantedosi,. «Voglio che vengano spostati immediatamente, appena arrivano: uno o due giorni, poi devono essere spostati. Adesso ne portano via sessanta a settimana, che ne portino via quattrocento a settimana». Lo ha dichiarato ieri, subito dopo aver espresso «condoglianze alle famiglie per la disgrazia avvenuta».
«Di fronte a una simile tragedia, le polemiche emerse in queste ore cadono del tutto. Risulta infatti preoccupante, oltre che vergognosa, la responsabilità di alimentare contrasti politici a fronte della drammatica perdita di due vite umane, tra le quali quella di una cittadina italiana” ha commentato il presidente della Regione Massimiliano Fedriga. «Di conseguenza — ha concluso Fedriga —, viene meno qualsiasi strumentalità: dinanzi al rispetto dovuto al dolore e alla gravità dei fatti, le questioni sollevate da chi cerca lo scontro perdono ogni consistenza».
Il direttore della Caritas: «Profonda tristezza e indignazione»
Ecco il messaggio diffuso dal direttore della Caritas di Trieste, Giovanni la Manna.
«Nel giorno in cui ricordiamo e affidiamo a Dio i nostri defunti, la morte di un uomo e di una donna nell’incendio di un magazzino del Porto Vecchio mi riempie di profonda tristezza e indignazione. Due vite spezzate in un luogo cercato come riparo. Due persone la cui dignità ci riguarda, anche prima di conoscerne i nomi. Sapere che, in questo momento, a Trieste ci sono posti liberi nel circuito di accoglienza rende ancora più doloroso quanto accaduto e pone una questione grave, che chiede di essere affrontata con urgenza. Occorre comprendere come rendere i posti disponibili effettivamente accessibili a chi è ancora senza un riparo sicuro e lavorare insieme perché questo avvenga. Come sacerdote e direttore della Caritas di Trieste, sento che la preghiera domanda anche un’assunzione di responsabilità. Mentre le circostanze della tragedia vengono accertate, siamo chiamati, ciascuno per la propria parte, a tradurre la vicinanza alle persone più esposte in risposte concrete e tempestive. Affidiamo queste persone alla misericordia del Padre. Il dolore e l’indignazione ci muovano a collaborare, con umiltà e determinazione, perché a ciascuno sia garantito un riparo sicuro. Onorare i morti ci impegna a custodire i vivi».
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