Delpini: Acutis e Candia, la santità della gente per bene che fa il bene

L'arcivescovo di Milano alla cerimonia per i defunti
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November 2, 2026
Delpini: Acutis e Candia, la santità della gente per bene che fa il bene
L'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, celebra la Messa nel cimitero monumentale/ FOTOGRAMMA
Nei giorni dedicati a santi e defunti, che si ricordano nelle due date, l’una di seguito all’altra per il legame inscindibile tra vita terrena e vita eterna, l’arcivescovo Mario Delpini, nelle celebrazioni e preghiere che ha presieduto in Duomo e in diversi cimiteri cittadini, ha fatto memoria di coloro che non sono più tra noi, ma ci rimangono sempre vicini. Come appunto i santi, magari sconosciuti o dai nomi famosi come i tre che Delpini, nella solennità di Tutti i Santi, ha espressamente citato in Duomo. «Milano è terra di santità. La santità milanese non ha come suo tratto caratteristico il martirio, anche se custodiamo e veneriamo molte reliquie dei martiri, come ci ha insegnato Sant’Ambrogio. Piuttosto, potremmo dire che la santità milanese è la santità della gente per bene che si appassiona a fare il bene e riesce a convincere molti a fare il bene». Come Carlo Acutis. «C’è un ragazzo di quindici anni», appunto san Acutis, ha detto il presule «che parla agli adolescenti di Milano e del mondo intero. La sua breve vita, intensa e felice, potrebbe fare un lungo discorso ai ragazzi e alle ragazze di oggi. Ha parlato con franchezza e confidenza ai suoi coetanei. Amico mio, non ti serviranno le cose che puoi rubare, non ti daranno soddisfazione i danni che puoi combinare, rientra in te stesso e lascia che la grazia di Dio purifichi il tuo cuore».
O anche come Marcello Candia - il ricco industriale che lasciò tutto per aiutare i lebbrosi e più poveri in Brasile - che «come usano fare a Milano, lavora, lavora, pensa, e insieme si prende a cuore opere di bene». È lui che, come i tanti milanesi che «vivono il lavoro come una lotta per affrontare le sfide dell’innovazione, della concorrenza, della congiuntura geopolitica», ha qualcosa da dire anche (e forse) soprattutto a coloro che «entrano in operazioni finanziarie e fanno soldi con i soldi», ha scandito Delpini.
Infine, don Domenico Pogliani, le cui virtù eroiche sono state riconosciute dal Papa proprio in questi giorni, che fu fondatore preveggente della “Sacra Famiglia” a Cesano Boscone e animatore della gioventù.
Insomma, santi che indicano una via modernissima nella città che Delpini, celebrando Messa al Monumentale, ha definito «delle tante luci, ma bisognosa di una piccola luce che indichi che siamo tutti convocati per fare il bene».
«La morte dei nostri cari non è un finire nel nulla che rende definitiva l’assenza e irrecuperabile la relazione. Noi professiamo la fede cristiana, la risurrezione e la vita eterna», ha aggiunto l’arcivescovo tornando, al cimitero di Chiaravalle, sull’idea «della città triste dove abitano coloro che non hanno speranza» perché «le separazioni sono irrimediabili, le persone care sono perdute per sempre e non rimane più niente, se non le fotografie, le proprietà ereditate, i ricordi intensi e patetici. Tristi perché rimangono per sempre indicibili le parole non dette, inguaribili le ferite, impraticabili i percorsi del perdono, della riconciliazione, taciute per sempre le dichiarazioni di amore e i gesti di affetto».
«Coloro che non hanno speranza sono tristi e, talora, anche irresponsabili, avidi e smarriti», perché «non vedono nulla oltre la morte. Ma la disperazione, come scrive san Paolo, è frutto dell’ignoranza. La parola vera, la rivelazione di Gesù dissolve l’ignoranza e apre lo sguardo e il cuore alla luce e alla gioia».
Una «visione» che ha assunto un significato particolare nel caso dei caduti delle Forze armate, ricordati nella basilica di Sant’Ambrogio. «È impressionante vedere in ogni cimitero del nostro Paese le lapidi che ricordano i caduti delle ultime guerre combattute dagli eserciti italiani, la guerra ‘15-‘18 e la II guerra mondiale. I soldati, le forze armate, le forze dell’ordine muoiono anche in tempo di pace, anche nella missione di custodire l’ordine pubblico, di contrastare la malavita organizzata». Per andare, allora, oltre la retorica e chiedersi «per che cosa sono morti tanti militari di tante guerre», la Chiesa, ha sottolineato il presule, «fa risuonare la voce dei Papi che hanno gridato: “jamais plus la guerre” come disse Paolo VI, il 4 ottobre 1965, all’Onu. Considerando l’immane tragedia, l’inutile carneficina, risuona questo grido inascoltato: mai più la guerra». 

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