Conservatori sì, ma contro Trump: le storie dei Maga “traditi” (e l'impatto che potrebbero avere sulle elezioni)

agli Epstein files alla guerra in Medio Oriente, fino alle politiche sull'immigrazione: crescono le fratture nel movimento che ha riportato il tycoon alla Casa Bianca. L'esperienza dell'orgnizzazione “Leaving Maga”
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November 3, 2026
I volti perplessi di alcuni Maga a un comizio di Trump
I volti perplessi di alcuni Maga a un comizio di Trump
Belle Starners ha 27 anni e viene dall'Utah. È cresciuta in una famiglia mormona e, sin da piccola, la matrigna la obbligava a indossare pantaloni oversize affinché non si vedessero le sue forme. L’indottrinamento della famiglia ha raggiunto il suo apice nel 2016 quando lei e suo padre, riuniti davanti allo schermo in un raro momento di complicità, hanno celebrato insieme l’elezione di Donald Trump come fosse un segno divino. Negli anni successivi sono arrivate le prime esperienze fuori casa, dove Belle si è aperta a nuovi incontri e ha iniziato così il suo percorso di allontanamento dalla Chiesa mormona. La rottura definitiva con l’ambiente Maga, però, è arrivata solo dopo la delusione degli Epstein files: «Vedere il nome di Trump in quei documenti è stato incredibilmente doloroso – racconta –. Mi sono sentita tradita». La storia di Belle – pubblicata sul sito di Leaving Maga, un’organizzazione no-profit fondata nel 2024 dall’ex trumpiano Rich Logis con l’obiettivo di offrire alle persone una via d’uscita dal movimento – è soltanto una delle tante storie di Maga delusi dalle recenti scelte del presidente Usa. Il loro sentimento di disincanto potrebbe avere un impatto anche sui risultati delle midterm. La poca chiarezza sugli Epstein files, che contraddice la promessa fatta da Trump nel 2016 di “drenare la palude” combattendo l’establishment e la corruzione negli Stati Uniti, ha creato divisioni sia all’interno della base Maga sia tra gli esponenti del partito repubblicano: lo scorso gennaio, la deputata Marjorie Taylor Greene si è dimessa dalla Camera dei rappresentanti dopo che Trump le ha dato della traditrice per aver chiesto la pubblicazione dei documenti. Assieme a lei, anche dei podcaster, influencer e conduttori televisivi Maga hanno recentemente criticato alcune decisioni prese dal tycoon. Il caso più noto è quello del giornalista Tucker Carlson, fedelissimo di Trump durante il suo primo mandato, che lo scorso giugno ha commentato così l’interventismo del governo in Medio Oriente: «Il movimento Maga non ha alcun futuro». Un interventismo inaspettato, e che sta anche pesando parecchio sulle tasche dei suoi sostenitori.
Tornando a Tucker Carlson, è proprio un altro episodio che lo riguarda a mostrare la complessità del movimento Maga: una realtà che unisce anime molto diverse tra di loro – isolazionisti, ultraliberali, protezionisti, cristiani integralisti, attivisti antiwoke, scettici della scienza – e che, oltretutto, deve anche fare i conti con la pesante eredità di Ronald Reagan, il primo nel 1980 a usare lo slogan “Make America Great Again”. Allora, la “grandezza” dell’America reaganiana si misurava in un’ottica internazionalista; Trump, invece, ha reinterpretato quello stesso motto in una chiave più nazionalista e populista. Uno dei temi più caldi per i Maga è infine quello delle politiche sull’immigrazione. La base elettorale si divide tra i cosiddetti hardliners e coloro che sono rimasti colpiti dagli arresti dell’Ice. Secondo i primi, Trump avrebbe “ammorbidito” i toni in vista delle elezioni midterm, tradendo la sua promessa elettorale sulle espulsioni di massa. In realtà, si tratta di una percezione errata: il piano di remigrazione procede a pieno regime, con una media di 55.000 espulsioni al mese tra maggio e luglio 2026, il 9% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

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